Stefania Giammillaro: “Errata complice”

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Stefania Giammillaro, Errata complice (peQuod, 2024)


La privazione del respiro vitale che si trasforma in un fortissimo vibrare interiore per farsi resistenza e salvataggio di un amore che si credeva, che si voleva grande, dolorosamente e coraggiosamente nel tempo si chiarisce ponendo come necessaria, anzi urgente, la volontà di una deviazione da un percorso “errato” (si veda il titolo) e pericoloso. Inizia con un dubbio, un’esitazione che si dilata fino a diventare timore, poi terrore, diaframma invisibile che separa dal mondo di fuori, infine sbarramento dei confini della speranza. In un turbinoso climax discendente i silenzi, le lacune quotidiane diventano voragini, vuoti d’aria che di quel tutto avrebbero potuto essere il rovescio luminoso, al punto che le gioie agognate si trasformano in catene. Di questo ci parla Stefania Giammillaro in questo piccolo prezioso libro – quasi una seduta di autoanalisi – ricorrendo alla parola poetica capace talvolta di curare le ferite, di sedare l’acuto del dolore trasformandolo, come in questo caso, in grazia liberatoria. Essa, la poesia, avrebbe il merito, tra i numerosi altri, di farci capire la nostra unicità, di aiutarci a portarla a compimento cercando dentro e fuori di noi cosa serve allo scopo; di contro, farci sentire, prima ancora di capire, che indossare i panni del dolore significa spegnere la luce, rinunciare persino a quel nobile sentire che è la nostalgia, cioè il desiderio di tornare alla pienezza della propria esistenza.

Ampio spazio occupa nella sobria narrazione in versi il tema del giudizio altrui – della società, parentale, del padre in primis, sentito come deus ex machina nel doppio ruolo di protettore e giudice – e di quello divino, che pesa nella coscienza e fatica a trovare la strada del perdono se prima non si sono percorse le dolorose tappe dell’autoperdono: “e sia concesso ritrovarTi/nell’atto di dolore dei miei sbagli” invoca la Giammillaro, dove forte si avverte il retaggio di una tradizione religiosa dove il peccato e la colpa sembrano sovrastare la possibilità del perdono. Dove un Dio biblico piuttosto che neotestamentario, e dunque da percepire come misericordioso, incombe come giudice severo da temere ed accostare a capo chino in continua espiazione…

Personalmente trovo straordinaria l’affermazione contenuta nel primo distico in chiusura, quello che precede l’epilogo nella lingua matria siciliana, quasi a suggellare il ritorno all’appartenenza di sé stessa, della propria autenticità “consumata” sì, o, per meglio dire, corrosa, ma non compromessa: “Nulla è perduto / tutto è adesso //… La parola è ponte che attraversa / la possibilità di perdonarmi / allo specchio dei rimorsi / E se sanguino / sanguinerò per partorirmi”.

“Partorirmi”, dunque nascere ex novo tornare alla luce dopo il trauma di una relazione d’amore distorto e malato reso, che ha pervaso la dolorosa narrazione, attraverso potenti parole spia quali, per citarne solo alcune, “spine, stigmate, grumi di sangue”. Parole senza velo che mettono a fuoco la lunga sofferenza silenziosamente patita dalla nostra, nascosta, forse negata persino a sé stessa. Una sofferenza fisica e morale, di cui gradualmente prende consapevolezza, trovando l’energia e la dignità di palesare per prenderne le distanze. Lo esprime a chiare lettere il titolo della plaquette “Errata Complice” (chiaro il riferimento alla nota locuzione del linguaggio bibliografico “errata corrige”, usata per indicare, solitamente in un foglio a parte, gli errori riscontrati in un libro a stampa ultimata), ultimo passo verso l’emancipazione/redenzione della Giammillaro, che dice anche della propria complicità, inizialmente inconsapevole, nella brutta avventura di un rapporto che credeva d’amore e amore non era. Libro coraggioso, questo, che affronta con delicatezza ma senza sconti per nessuno, nemmeno per la protagonista-vittima-complice, una tematica purtroppo quanto mai attuale: “L’uocci aggiuvanu a taliari / sulu quannu ru cori / nun c’è chiù nenti ri pigghiari” (Gli occhi servono a guardare / solo quando il cuore / non ha più nulla da donare).


Nadia Scappini















Immagine in copertina tratta dal web