Commento a margine (XIV) – Isabella Bignozzi

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Da I bimbi nuotano forte (ArcipelagoItaca, 2024)

han casa i bimbi

han casa i bimbi sui velieri dei pianeti
e muovono sassi candidi
nei tomboli di schiuma
arzigogolano discorsi d’aquiloni
a brezze azzurre e costellazioni
un arco giovane di cavalieri
e regine degli astri le serissime
loro laboriosità imbronciate
perfezioni d’angeli indaffarati
in arborei principati sottomarini

la notte insufflano i fiati soffici
come cigni piumati nei petti addormentati
sonoro il sonno di strumenti posati
e floreali fermezze di ossigenate fedeltà
in cui gioia incandescente s’attenua e riposa

*

quando sei per me

quando ti abbraccio
un albero di maree radica al largo
acqua verde, grotta nel fuoco
un rovo di more senza paura
cade all’indietro nel temporale

quando sei per me
io tento una piccola cuccia di fienile
caldo posto, vivo di piuma
risalgo il mio sguardo
nel dolce puro dei bimbi di latte

bevo il sole senza colpa, nella fiducia
è anche per me quest’isola d’alba

*

tutto lo stupore del mondo

quella cosa calda è buona
che preme del suo non tornare
va alta, nel separarsi da sé stessa
sale a quel vulcano di labbra
che ancora sa pronunciare l’acqua
ma ora è un foro di perduto
che riassorbe nel suo nome
tutto lo stupore del mondo

*

come madre

a sponda commossa di teatri spaziati
dicevi l’anima a farsi consenso
di questo accadere che s’erpica immobile
e stonda le pietre negli arenili

come se fiume caverna di fiori
vestibolo e guscio nel passo di un’ala,
spillarsi alla corsa di un lieve germogli
liliale fiorire nel tenue cadere

da cerchi piani nell’aspro dei giorni
esilmente curvati all’ombra, alle foci
eppure distratta, in sorriso dimentica
premevi inferriate con dita di cielo

distese, le brevi, e vallate i dolori
rotonde le spine, le acque i ciliegi
e orti tra i rami, e rose sorelle
piegate nell’erba nel chiaro dell’alba

sta nell’amore vederti metafora
quando il salmastro fa brocca e sorgente
ardere a carità piena, d’invaso
vita che sia come tu sapevi
mani di canapa, corpo di nido
maestoso divelto soffio di fiore

in grandezza d’angelo aperto
dall’alta cima di ogni tua resa

[tu]

lascia che sia per me come madre

*

così ricamati, benedetti

così ricamati, benedetti
stanno i santi nel loro nome
scordano le stimmate e l’aure chiare
si tengono nelle tele antiche
nelle cornici
come numeri nei quadrati, segnati
dai gessetti di giugno nei cortili

ma vanno sorridendo nel celeste
dimenticandosi dello stare
e pensandosi appena abbozzati
a ipotesi d’angelo, d’aurora
minima conseguenza
di qualcosa che li pensa,
porgendoli

i santi han cura dei bambini
quando stanno per cadere
li rallentano con la mano
fasciano loro le ginocchia
fan più morbido il mondo
che sia solo per giocare
il doversi inginocchiare

e ai grandi riparano il cuore
dai colpi più duri, i muri
rispondano al senso della luce
sia soffice croce nel gelo
questo scalare il cadere
sia gemma ogni goccia di cera
che scioglie dentro la bufera













Commovente prodigio, in Isabella Bignozzi, è lo stormire sul viso del vento germogliato come madre a nutrimento e sostanza di una tenerezza che, per ipotesi, ha luogo di respiro nell’alterità di un volo modulato dalla voce dei suoi angeli, in quel loro comporsi istante di piuma incantata dal centro di un fiore sospeso tra le dita del pudore quando, lentissima, si fa prossima la caduta nel vuoto e per così di natura ancora esistere in un richiamo di vertigine, nell’egloga di una preghiera benedetta dai cigni piumati nei petti addormentati e raccontati come si raccontano i transiti della vita, e dei suoi significati, mentre i bimbi nuotano forte al suono incantevole dell’alba che ancora sa pronunciare l’acqua in ogni principio operoso del petto di luce assorto in quel per sempre dirsi infinito ritorno al nido delle mani asciugate al sole di un amore. Ed è l’amore a farsi viatico nella traiettoria di una silenziosità aurorale, sorgente di luce che pur non nasconde la ferita degli argini lasciati sul ciglio del nome a nome di un tenue tepore assorto laddove il dolore si scioglie dentro la bufera dei giorni quale principio fecondo a ogni inquadratura di grazia cresciuta nella verità di un piccolissimo filo di campo tra le rotaie della vita voltata nella chiarità dell’aria, devota accoglienza di tutto lo stupore del mondo.







Fotografia in copertina di Manuela Dimartino