Con poesie di Umberto Piersanti, Giampiero Neri, Leonardo Sinisgalli, Fabio Pusterla
Nel precedente articolo, specificando ancora una volta che i Falchi appartengono ad un ordine diverso, ho iniziato la ricognizione nella poesia italiana moderna e contemporanea, sulla presenza dei parenti più stretti dell’Aquila, cioè i rapaci diurni dell’ordine degli Accipitriformi e della famiglia degli Accipitridi, avvistando tra i versi le rare presenze dei boschivi Sparvieri e Astori.
Più testimonianze poetiche sono invece reperibili per quanto riguarda la Poiana (Buteo buteo, Poiana comune) e il mio letterariamente prediletto Nibbio, che declinerò al plurale, perché principalmente due sono le specie visibili sui cieli italici: il Nibbio bruno (Milvus migrans), più piccolo e diffuso, e il Nibbio reale (Milvus milvus), più grande e presente soprattutto nell’Italia insulare e meridionale. Entrambi caratterizzati dalla distintiva coda biforcuta.
La Poiana è l’accipitride più diffuso in Europa e in Italia sono presenti esemplari sia migranti che stanziali; la specie è in costante aumento e si registra una grande concentrazione di coppie in Pianura Padana occidentale. È facile avvistarla appollaiata su tralicci o alberi anche lungo i bordi delle autostrade o durante il volo di avvistamento a larghi cerchi.
Ha regime alimentare poco esigente, spaziando dai piccoli mammiferi ai rettili, agli insetti e persino all’occorrenza a carogne. Il rapace non è – come anche il Nibbio – un grande cacciatore: già ironizzava Cecco Angiolieri su quanto fosse difficile «far pigliar la gru ad un bozzagro» (Sonetti, 87; “bozzagro” è una delle denominazioni arcaiche della Poiana, derivata dal suo nome latino/scientifico “buteo”).
Le poiane – e anche i nibbi – spesso competono per il territorio con le cornacchie (Corvus cornix) che hanno l’abitudine di scacciarle attaccandole in gruppo. Il conflitto tra cornacchie e rapaci, cui non raramente mi è capitato di assistere (anche uno contro uno) ritorna nelle parole che Giancarlo Baroni fa pronunciare ai suoi merli del giardino di San Paolo: «…nibbio/ che ruba i rifiuti alla cornacchia» [1]
Il profilo predatorio della Poiana ha importanza decisiva nel suo successo evolutivo ed è specchiato nella poesia di Umberto Piersanti, che da naturalistica si fa simbolica («simbolo dell’immanente morte» [2]) nell’eterno ed esiziale conflitto tra predatore e preda:
la poiana di Umberto Piersanti [3]
s’è alzata la poiana
alta sui rami
tremano nella terra ghiri e topi,
tremano le lucertole, i ragani
nascosti non sfuggono
alla morte che s’avventa
Come nei cieli o sui posatoi, appollaiata, è abbastanza facile avvistarla anche nelle poesie nostrane, talora «Faccia a faccia/ sul dirupo» come accade a Pier Luigi Bacchini [4] o descritta in maniera diretta ed essenziale, come da Annalisa Manstretta («Sta sopra un alto posatoio immobile/ la poiana, nella sua livrea invernale,/ […]/ il suo occhio taglia sicuro il paesaggio, lo scompone». [5])
Lo stile asciutto e didascalico di Giampiero Neri ne descrive alcuni tratti con grande fedeltà: «è abbastanza comune», il volo è «in ampi cerchi», «calmo» e «solitario», l’occhio che scruta. Di cruda e straordinaria efficacia l’etichetta di specie non commestibile!
Volano in ampi cerchi di Giampiero Neri[6]
I
Di questi boschi in partibus infidelium
è abbastanza comune la poiana,
dove qualche spuntone di roccia
e mozziconi di sassi
che si alzano da terra qua e là
offrono asilo e protezione.
*
Volano in ampi cerchi
di un volo silenzioso
indisturbate dagli abitanti del luogo
che usano dividere le specie
in commestibili o non commestibili
e se commestibili
le perseguitano con ogni mezzo,
se no le ignorano completamente.
II
Dagli spalti del Dosso
il paesaggio si apre sulla pianura
e una lontana linea di alture
ne segna il confine.
A una stessa ora
c’è una macchia più scura
fra le foglie, un battito d’ali
un volo calmo sulle cime degli alberi,
la poiana che si appresta
ai suoi compiti
decide con una sola occhiata.
III
Del suo volo solitario
che volteggia nell’aria
si riflette un’ombra nell’erba,
come una impronta
che si staglia netta
un istante
prima di scomparire.
Il Nibbio. Poiane e nibbi non hanno nel simbolismo la grande rilevanza dell’Aquila, come abbiamo visto, o del Falco, come vedremo e non godono di attribuzioni particolari che non siano quelle comuni ai rapaci diurni (la predazione, la vista acuta, il volo). Tuttavia, il Nibbio, anche per manzoniana memoria, ha un certo (e non edificante) pedigree letterario, essendo così chiamato il capo dei bravi al servizio dell’Innominato. Figura rapace, certo, ma la cui compassione per i lamenti di Lucia, rapita, forse sono concausa della conversione dell’Innominato. In una interessante Tesi di Laurea, L’immagine del volatile nella lirica del Duecento, Beatrice Scapin, richiama l’etimologia del suo nome latino Milvus – che secondo Sant’Antonio da Padova deriverebbe da mollis avis – e ne correla le attribuzioni negative, trasferite in chiave moraleggiante all’uomo: mollezza, accidia, pigrizia. «Talmente pigro da non essere nemmeno considerato come un vero predatore», scrive Scapin. In contrapposizione, nel sonetto di Pallamidesse, La pena ch’ag[g]io cresce e non menova, al più rapace Astore. Anche, aggiunge l’autrice, nel sonetto di Guido Guinizzelli Volvol te levi, vecchia rabbïosa, il Nibbio è, per un “prìncipe dell’aria”, in squalificante compagnia di avvoltoi e corvi, animali che si cibano di cadaveri. [7]
Pur meno frequente della Poiana, il Nibbio (nelle sue due principali specie italiche Milvus milvus, Nibbio bruno e Milvus migrans, Nibbio reale) è comunque nei rispettivi areali presenza non rara e preferisce per la caccia paesaggi aperti dove lo si può avvistare nel tipico volo a spirale e nella posa dello spirito santo. È pero altrettanto o forse più rappresentato della cugina nella poesia italiana moderna e contemporanea. Sicuramente in quella di chi scrive, che ne ha fatto quasi animale totemico, ma che, per opportunità e pudore qui lascerà solo qualche indicazione bibliografica. [8]
Anche Leonardo Sinisgalli assunse il Nibbio come animale simbolico; non tanto perché ne ritrasse uno in una sua nota poesia, Lucania, ma perché con esso raccontò di identificarsi: «Il nibbio vola più alto – sosteneva Sinisgalli, e ci ricordava che lui era partito nibbio e che nibbio voleva rimanere. – Continuerò a volare, e spero alto, e sempre con l’aggressività del nibbio che se vede un coniglio da mille metri, giù, negli arbusti, si butta e in un attimo lo afferra e se lo porta in cima alla montagna». [9] Descrizione alquanto contrastante con la fama medievale di uccello molle e pigro!
Da Lucania di Leonardo Sinisgalli [10]
Al pellegrino che s’affaccia ai suoi valichi,
a chi scende per la stretta degli Alburni
o fa il cammino delle pecore lungo le coste della Serra,
al nibbio che rompe il filo dell’orizzonte
con un rettile negli artigli, all’emigrante, al soldato,
a chi torna dai santuari o dall’esilio, a chi dorme
negli ovili, al pastore, al mezzadro, al mercante,
la Lucania apre le sue lande,
le sue valli dove i fiumi scorrono lenti
come fiumi di polvere.
[…]
È soprattutto l’osservazione del volo del rapace, – in cerchi, in spirali, ruotando e volteggiando – (quindi di un aspetto tutt’altro che peculiare) che più ritorna nei versi, italiani e no: «quel volo a spirali serrate» scrive Salvatore Quasimodo [11] e Bruna Dell’Agnese vede «il nibbio/ ascendere in spirale/ o precipitare come una meteora»[12]. Così è anche in Fabio Pusterla, nel suo recente Tremalume, che inoltre specifica trattarsi di un Nibbio reale:
Aareschlucht, 2 di Fabio Pusterla [13]
Sembra immobile il nibbio reale
calando sui prati falciati; soltanto la coda
s’increspa e le penne più screziate delle ali
propiziano virate, come dita
che accarezzassero l’aria invisibile
il gelo delle valli o quel respiro sommesso
che sale dal cieco mondo come gemito di fieno,
dal lavoro interminabile degli uomini.
Da giorni lo vedi arrivare
planare sparire dietro il vento,
dietro la tua inquietudine che il nibbio
vede o non vede dall’alto e sorvola noncurante,
giungendo o non giungendo ai suoi confini.
Se poiane e nibbi sono tra le specie più note della famiglia delle aquile, dedichiamo una poesia anche al più raro Biancone, Circaetus gallicus, il più grande dei “prìncipi dell’aria”, con una apertura alare di poco inferiore ai due metri. Si nutre esclusivamente di rettili, serpenti e in misura minore di lucertole. È un vero “sterminatore di serpenti”, che assale girando loro attorno e disorientandoli sbattendo le ali. È quindi realistico e preciso l’avvistamento di Umberto Piersanti, ancora nel folto dei sentieri, in particolare – come ci dice lo stesso autore – nella Gola del Furlo, nelle Marche. Uno dei due nuclei principali della specie nel nostro Paese è infatti nel Centro Italia, in areale tosco-laziale e limitrofo; l’altro occupa un’ampia porzione delle Alpi occidentali.
il biancone di Umberto Piersanti [14]
quando il cielo non è scuro
e un po’ solustra
ecco il biancone alto fissa l’erbe,
la serpe si nasconde dentro i rami,
ma l’occhio del biancone non la perde,
nel momento c’esce dalle foglie
e nel prato s’avvia,
solo un istante,
s’avventa
e in alto la trascina
Anche il Falco pecchiaiolo – o, semplicemente Pecchiaiolo – e il Falco giocoliere sono membri – a dispetto del nome volgare – della famiglia delle Aquile e non di quella dei Falchi, ma d’essi ne parleremo nel prossimo capitolo sul Falco.
[1] Giancarlo Baroni, I merli del giardino di San Paolo e altri uccelli, STEP Editrice Parma, p. 51
[2] Alfredo Rienzi, La questione del nibbio, in Custodi ed invasori, Mimesis-Hebenon, 2005, Arcipelago itaca, 2024
[3] Umberto Piersanti, Nel folto dei sentieri, Marcos y Marcos, 2015
[4] da Pier Luigi Bacchini, Spavento, in Cerchi d’acqua. Haiku, Garzanti, 2003
[5] da: Annalisa Manstretta, Paesaggio invernale con animali, in Il sole visto di lato, ATì Editore, 2012
[6] Giampiero Neri, Paesaggi inospiti, Mondadori, 2009
[7] Beatrice Scapin, L’immagine del volatile nella lirica del Duecento. Università degli Studi di Padova. Dipartimento di Studi Linguistici e Letterari
[8] Cfr. ad es.: Al morso del ferro l’angolo acuto, in Oltrelinee, dell’Orso, 1994; La questione del nibbio, in Custodi ed invasori, cit.; Mutò in un nibbio in volo e Volarono i nibbi sulla Luna in Sull’improvviso, Arcipelago itaca, 2021
[9] Mauro Trufelli, L’ombra di barone: Viaggio in Lucania, Osanna Ed., 2006
[10] Leonardo Sinisgalli, L’ellisse. Poesie 1932-1972, Mondadori, 1974
[11] Salvatore Quasimodo, La dolce collina in Ed è subito sera, Mondadori, 1942
[12] Bruna Dell’Agnese, Il volo del nibbio in Stanza occidentale, La Pilotta, 1985
[13] Fabio Pusterla, Tremalume, Marcos y Marcos, 2022
[14] Umberto Piersanti, op. cit.
Fotografia in copertina: Nibbio bruno, Parco Regionale La Mandria, Piemonte, 2020, foto di Alfredo Rienzi
