Cettina Caliò (vi dicevo) ha una voce inconfondibile. Un suono, una musica appunto, che non somiglia a nessuna. Nei suoi versi si entra come a casa, “la tazzina posata sull’angolo, il cigolio della porta d’ingresso”. Ci si accomoda, “nell’imprevisto caldo della tempia”. Si finisce dove già si era, “la rovina di ogni cosa che distrutta fa la rotta”, ma da un’altezza nuova. (…)
(Però) ecco, in questa raccolta, che si intitola L’estremo forte degli occhi (“Nell’estremo forte degli occhi mai si stanca la sorte di accadere”), c’è qualcosa di semplice e leggerissimo, in principio, che a poco a poco, togliendo togliendo, rivela un panorama di rovine. Che sono, le rovine, la geografia interna di ognuno di noi: i punti di riferimento che ci orientano, il prima e dopo quel giorno, i momenti da cui si riprende a contare, il senso di un’assenza che poi, da lì in avanti, la vita è stata un’altra.
Sono come le targhe agli angoli dei palazzi coi nomi delle strade, che li trovi anche al buio e li conservi anche rotti. Non c’è niente di cui dolersi troppo, in un panorama di macerie: è quello, del resto, quello è ma c’è sempre da qualche parte un fiore che è nato, un fuoco acceso, una parola.
(Concita De Gregorio)
Da L’estremo forte degli occhi (La Nave di Teseo, 2024)
Per fratture e per crolli
per esistenze smarrite
nella costanza della nostalgia
nello spavento della durata
si va a precipizio
in un destino di cieli stretti
nella magrezza del fiato
minuziosamente
si va
da soli
per desiderio di lontananza
*
Resta fermo il pane
il calendario
e il danno frontale
mentre scopro del corpo
uno spazio sotterraneo
e disabitato
fino alle fughe
il tuono che fa il tuo nome
lo invade intero
*
Nella linea terminabile di noi
solo parole di vetro soffiato
sempre inadeguate le mani rotte
*
Che ne è stato
del tuo accidentato destino
che l’ho visto succedermi addosso
di questa vita contraria che scade
nella rotondità dura dell’aria
e passa
passa tutto
e resta
nel piano inclinato dello sguardo
nell’acqua fragile appesa a una foglia
*
In tasca il titolo di viaggio
e i giorni nel fischio lungo
della destinazione
il ritorno
è questo addossarsi lacero
di parole
e bisogna dare un senso
a tutto questo dopo
di bottiglie vuote
ancora
resta da risolvere il mare di freddo
restami accanto
fino alla riva
Cettina Caliò è nata a Catania nel 1973. Scrive poesia e prosa. Traduce dal francese. Cura libri.
Ha studiato presso la SSIT (Scuola Superiore per Interpreti e Traduttori) di Roma e presso la Facoltà di Lingue e letterature straniere di Catania.
Collabora con Il Foglio.
Ha pubblicato: Poesie (Ibiskos 1995), L’affanno dei verbi servili (Bastogi 2005), Tra il condizionale e l’indicativo (Ennepilibri 2007), Sulla cruda pelle (Forme Libere 2012), La Forma detenuta (Le Farfalle 2018), Di tu in noi (La Nave di Teseo, 2021). L’estremo forte degli occhi (La Nave di Teseo, 2024).
Fotografia in copertina di Claudio Schwarz
