Ci sono libri che piacciono subito, le cui parole arrivano dritte al cuore; libri che somigliano a quei luoghi familiari in cui ti muovi a tuo agio, senza troppe preoccupazioni; libri che sono come dei vestiti che, una volta indossati, ti stanno subito bene e non vorresti togliere più. E’ questo il caso di Nella terra delle tasche di Cristina Martini, edito dalla Collana Fuori Stagione nel 2022.
Di questo libro mi ha subito colpito la versificazione sobria, asciutta, ma così ricca anche di aspetti musicali e di echi che rimandano a certa poesia novecentesca, come quella impareggiabile del Luzi, del quale l’autrice riprende, come vedremo dopo, aspetti non solo stilistici, ma anche tematici.
Una poesia che vuole e sa essere “bella” sin dal suo nascere (questo è il primo libro della poetessa); e qui con bello non voglio riferirmi ad aspetti esclusivamente estetici, ma a quell’esigenza che anima ogni vera poesia, la quale altro non è se non l’atto col quale affermare la propria libertà rispetto alle costrizioni del momento (riprendo qui, per chiarire questo aspetto, un verso virgolettato di Heaney in L’uomo di Tollund in primavera, District e Circle: “l’anima trascende le proprie circostanze”); atto col quale porre in essere quell’esercizio di riparazione e di risarcimento nel tentativo di emendare il “male di vivere” di memoria montaliana, e di farlo nell’unico modo in cui è possibile farlo, ovvero ricorrendo al medicamento della bellezza.
Verso lungo e verso breve, una particolare attenzione alla ritmica curando anche la disposizione degli accenti ( si veda, ad esempio, la splendida poesia iniziale: “Se per il vento, ti virasse al largo il passo,…), una fittissima rete di quegli elementi che rendono magica la poesia, come le allitterazioni (II fuoco che cede al fumo la fiamma”, oppure “Scende l’oro nell’ora serale), le assonanze (cose/guardiole, sasso/sguardo, dolore/bocche, mare/sale…), e ancora consonanze e rime, anche interne.
E poi un linguaggio fortemente simbolico, incentrato sulla forza delle immagini ( il mare, il mondo del mare, il mondo naturale coi suoi eventi, soprattutto il vento, la pioggia, il mondo dell’infanzia e quello familiare, più circostanziato), nel tentativo di ancorare i versi a qualcosa di solido, di donare una parola quasi misurata o purificata dall’esercizio del vivere.
Un elemento non indifferente nel renderci vicina quest’opera è certamente il suo titolo: Nella terra delle tasche richiama subito un’idea di resistenza, intesa come richiamo a continuare a erigere un “mondo” col poco di cui disponiamo, col poco che ci troviamo ad essere e ad avere. Compito al quale necessariamente ognuno sente di dover adempiere e, in un modo del tutto particolare, ogni vero poeta e ogni vera poesia.
Tematicamente il libro, che si sviluppa in tre sezioni (Ad ognuno la propria fine di mare, Nella terra delle tasche, In silenziosi chiarori), si presenta come un itinerario in cui l’essere umano può scoprirsi veramente tale nella misura in cui riesce, dando fine al richiamo affascinante, ma anche ingannevole, del “mare” , a compiere una scelta radicale, grazie alla quale il vivere non è più la ricerca di una felicità vaga quanto impossibile, ma attenzione a chi ci sta accanto e, soprattutto, sguardo nuovo sulla realtà nella quale poter intravedere e contemplare un “cielo nascosto”. E dunque, secondo uno sviluppo tutto spirituale, la prima sezione esplora il richiamo affascinante del mare, inteso come figura allegorica, ovvero come realtà che attrae ma che impaurisce, come orizzonte promettente ma elusivo, distraente rispetto al richiamo di una realtà più prossima che richiede, invece, un esercizio diverso dello “stare”, ovvero uno sguardo che non scelga l’indistinto, ma il determinato, l’attenzione e non la distrazione, l’impegno e non la fuga.
Credo di non sbagliarmi se avvicino questa poesia a quella del Luzi (Si è qui, come si deve, in una parte,/in un punto del tempo,in una stanza…- da Pur che, Primizie del deserto) per quella forte esigenza etica che, poeticamente, si traduce in una versificazione sobria e asciutta, mai svenevole, mai sottomessa a canoni puramente estetici, ma sempre vigile e presenta a se stessa.
E se la prima poesia del volume esalta la capacita di uscire dal consueto, dal tempo puramente ordinario per accedere ad una realtà nuova e del tutto straordinaria (Se per il vento ti virasse al largo il passo/non maledica la chiglia,/ l’onda e la tempesta./ Che per la gioia, costeggiare la noia/è la via più lunga), attraverso un’adesione tutta giovanile e sfrontata alla natura indagante e promettente del mare (Si prende posto sul mare/come scolari intimiditi… /Ai primi banchi,/chi non teme le domande), subito, quasi a sancire la supremazia di un io vigilante, a questo movimento di adesione e di slancio, succede un moto ritraente e contrario (Sul collo stretto della rinuncia/i defilati baci dell’onda…”) e un senso di stordimento e di confusione spirituale (Su questa battigia/ non si è ancor imparato/ a stare bene in piedi/quando il mare è agitato”).
Nell’alternarsi di momenti di slancio e di ritrazione (il continuo rapporto dialettico tra natura dionisiaca e apollinea dell’io), la poesia situa i suoi momenti di lucida e, in qualche caso, amara visione (il richiamo a Montale pare evidente) in una sorta di rada dove si placano le onde e il pensiero può distendersi lontano da ogni impellenza (Non è un grido ad aprire il varco./ Nel vento più lontano giunge il sussurro./Non la forza del sasso/ma lieve lo sguardo/sul filo dell’acqua). A dominare lo scenario non sono più le mareggiate, né i gridi dichiarati, ma una pioggia leggera che come un accenno di pianto lenisce le pene del cuore, senza che ciò significhi apertura a una dimensione religiosa della vita, tanto che l’io, stazionando davanti a un mare infinito, che giunge fino all’orizzonte, esclamerà: “il cielo può aspettare”.
Una curvatura comincia ad imporsi a partire da questo punto, una curvatura tutta spirituale che aiuta lo sguardo a fare i conti con il quotidiano, col suo ripetersi sempre uguale, sempre identico a se stesso: “Un giorno in più./Quello chiedo./Perché cresca la maglia/sotto ferri pazienti che contano.” Il mondo illusorio che il mare aveva creato, lascia intravedere le sue crepe (L’infradito rotto, buttato nel cestino/ha reso eterna la sua ultima estate; “Ora attendono i letti/lenzuola stese ad asciugare…); si fa strada una diversa percezione del tempo, non più lineare, ma circolare; balena la convinzione che, nonostante il loro succedersi, gli eventi non recano novità; l’amara consapevolezza di “non essere mai partiti” e che la realtà, a guardarla bene, non sia poi così diversa da come la si è sempre guardata.
Ma ciò che sembrerebbe indicare una passiva accettazione dell’alternarsi ciclico delle stagioni dell’anima, in questo diario spirituale diventa invece preludio di qualcosa che irrompe e s’impone in maniera del tutto nuova: ”Quella volta al mare/ indossavo il tramonto/ Ricordi?/Nel buio dei tuoi occhi/mi spensi di luce.//Nacqui così/ su quella soglia, morendo/quella volta al mare”. Versi bellissimi con i quali viene confessato come il passare da uno stato di perenne attesa (in fondo di giovinezza) ad un altro, di maturità, riposa nella capacità di fare scelte, ovvero in quel: “morire a se stessi, morire al mare”, non per tradirsi, ma per rinascere nella scelta di vedersi in un altro, di specchiarsi nella luce di un volto.
A partire da questo perdersi nella luce dell’altro, inizia (e siamo alla seconda sezione) un cammino che ancora più di prima vuole indagare l’altro mondo in questo che pure ci è dato: ”Un altro mondo in questo/se non una sopra l’altra/canta ogni voce, e le dita/le nutre la luna./E’ un altro,/quello col cielo già fatto/che l’attesa/dà un corpo al tempo,/piccolo tanto/da perdersi in un seme./E’ in questo./Un altro mondo”.
Il passaggio dalla prima stazione esistenziale alla seconda pare naturale: la poesia non dorme mai, è sempre alla ricerca del punto esatto in cui tutto ha avuto il suo inizio, in cui tutto è stato irradiato dalla luce. E’ il tempo della ricerca non più di qualcosa di vago o indefinito, ma di una realtà precisa, col “cielo già fatto”, di qualcosa che riposa in “un seme”.
Come Onore del vero di Luzi era pervaso dall’emblema del vento, così anche i versi della nostra poetessa si aprono al tempo della visitazione, segnato dal vento e, con il vento, anche dalla pioggia. Il tempo dimesso della rinuncia fa posto a un nuovo senso dell’attesa, a quell’”alfabeto d’aria” che “corre tra i corpi” (alla natura magmatica e oscura del mare si sostituisce quella aerea e luminosa dello spirito).
Un colloquio sincero e umile prende corpo tra io poetico e memoria, tra io poetico e realtà (Alla fermata della pioggia/ho una carezza per ogni ombra…); un colloquio di riappacificazione che prelude non alla rimozione, ma alla comprensione della nostra sempre soggiacente dimensione oscura (le ombre) che ognuno porta in se stesso.
L’uso dell’imperfetto e un lessico dimesso, quasi familiare, lascerebbero pensare che alcune di queste pagine possano aver subito l’influsso della magnifica lezione poetica del Bonnefoy, ma questo non è sicuramente un limite, semmai una sottolineatura che dà valore a questa creazione poetica. E così come la memoria e il tempo mitico dell’infanzia fu fondamentale nella poesia del grande poeta francese, qui si può felicemente leggere: “Tutta una sopravvivenza, ci pareva/quella fuga dall’infanzia/di primavere sfamate di gemme/per cortecce./Luoghi d’aria./…Sul ramo più basso/più d’un sole vi brilla/che par d’udire, talvolta/risa d’Angelo.” Non c’è dubbio che si tratta di versi che sapientemente intendono cucire realtà materiale e realtà spirituale, nel tentativo di nominare una dimensione dell’esistenza dove i contrari finalmente si incontrino e si fondano felicemente. Notevolissima è la materia poetica di questa sezione, tanto che farne una sintesi è davvero un azzardo.
Dimensione esistenziale e poetica vanno di pari passo: la prima si offre alla seconda per emergere più chiaramente alla luce, per porsi come verità da vivere. E tutto alla ricerca di un tempo bisognoso di rinvenire al suo stadio di magia, di reciproco idillio con la memoria e con la realtà (Vorrei avere la geometria delle foglie./Della pozzanghera, la semplicità). Un sentimento di radicamento permea molte pagine di questo libro (Vorrei riflettere un preciso spicchio di mondo;/…Vorrei avere quel passo/che non sia leva, né sasso./La pazienza del corrimano…/ ma i miei capelli hanno vie contorte/mi tradiscono./Loro sanno, dove tira il vento.)
E in questo nuovo accordo col mondo non stupisce se l’io poetico voglia poggiarsi su un “canto di parole” che non facciano più “ombra”. Ora, dice il sempre vigilissimo io poetico, “Il passo è attento/all’occhio puro di pozzanghera./Al suo cielo intatto”. Si tratta di una conversione che mira ad abbracciare e ad ammansire tensioni e memoria, compito di cui l’autrice avverte tutta la gravità, tanto da confessare la propria “paura di non sapere planare”.
Poesia dello sguardo e per lo sguardo, questo canto, nutrendosi di immagini, sa restituirci, nell’unico alfabeto possibile alla poesia, il mistero della bellezza: un umile volatile, un passero, invita il lettore ad esercitarsi in una lezione nuova, di stampo fenomenologico :”Che legga sulla foglia, dice./Mai sul tronco”. In ogni caso, premessa indispensabile per poter dire qualcosa dell’ altro cielo nascosto in questo, resta l’ancoraggio al reale, alle cose, che non sono più ostacoli ma occasioni per una sempre maggiore apertura al mistero dell’essere: ”Vedrai la nebbia che dirada/ poi tutte le distanze sorridere../ Le rose inguardate, guarderai. Come sanno chiamarti/ad un amore d’insetto…”); esercizio per il quale è preso a modello la natura del “rapace”, il solo in grado di “ vedere un certo nell’incerto”.
In questa fede tutta nascosta, espressa nell’immagine della “gemma“ che riesce a spostare la “pietra dell’inverno”, la poesia della Martini volge al suo ultimo stadio, quello dei Silenziosi chiarori. Ritorna, in apertura, la tensione etica della prima sezione: “Spengo forze di gelo e calore./Con nocche sbucciate, busso/la notte e attendo/un densità che traspare/ in silenziosi chiarori”.
Qui i silenziosi chiarori sono le visitazioni, sono i doni della memoria stessa che sa regalare presenze cariche di quel segno indelebile che è l’amore: “ Mi vieni a trovare nella tua casa/ e tiepida fai la soglia/pietra liscia, d’asciugato greto./Porti fiori senza nome/senza mani/senza voce./Profumi il silenzio con l’amore”.
La poesia compie così il suo miracolo: abbatte il muro di divisione tra il mondo del reale e quello dello spirito, nell’intento di approdare a quella totalità in cui ogni cosa è conservata, preservata sin dall’eternità e per l’eternità.
Se tanto era l’esigenza del radicamento nei versi della seconda sezione, adesso si fa strada una poesia leggera, tutta interiore, che non ha più bisogno di certezze, di appoggiarsi a “mura”, anzi essa ora può proseguire il suo canto senza più necessità di “dire di un luogo…”.
In questa adesione a un ruolo quasi salvifico della poesia ( Vorrei farmi nuvola./Correre da un cielo all’altro/e fermarmi a piovere/in quello più lontano del tuo./Invece spio ipotesi/dove solo il silenzio grida le colpe,/ogni sera più piccola: briciola/nella tasca del tuo cappotto buono”, la poetessa sa di dover “tenere l’alba in una mano” e il “tramonto nell’altra”, sa cioè di dover esercitare la propria vocazione poetica mediante una parola che vuole invitare continuamente al nascere e al rinascere, ma richiamare, nel contempo, al senso della fragilità e della finitudine.
E forse, come ultima forma di gratitudine per la lezione poetica di Caproni, la poetessa conclude il suo viaggio: “Ma quando, anche la giostra degli occhi/si sarà fermata e arreso/sarà ogni divenire,/senza memoria di latte/ guarderemo sotto le gonne delle nuvole/ per capire la natura vera di ogni lacrima./Per nascere di nuovo/ non da un parto”.
Ecco sì, mi pare che l’impegno poetico di questa poesia, così meravigliosamente resa in immagini e suoni, sia proprio questo: chiamare sempre a rinascere, a nascere di nuovo, perché solo “chi non porta dentro ogni intemperie/nasce e muore una volta sola”
Non dico nulla di nuovo se sottolineo che questo è lo spirito che anima ogni vera poesia e che anima l’opera della Martini, la quale ha già in sé tutte le premesse per offrirci, in futuro, nuovi doni, senza rinunciare alla propria visionarietà ( ho visto soffiare le bolle a un bambino…/Eppure pioveva), e bella delle ferite di ogni nuova stagione.
Fotografia in copertina dal web
