con poesie di Franco Marcoaldi, Giampiero Neri, Giovanni Pascoli e Pier Luigi Bacchini
Oltre ad alcune specie di Civette e Gufi, in Italia nidificano altre tre specie di Strigiformi: il Barbagianni (Tyto alba), l’Allocco (Strix aluco) e l’Assiolo (Otus scops).
A testimoniare l’icasticità di queste suggestive creature è lo spazio dedicato loro nelle tradizioni, nel simbolismo e anche nella poesia, seppur non quanto ai loro cugini più celebri, la Civetta e il Gufo.
Il barbagianni, dal caratteristico volto schiacciato e poco espressivo, dal volo silenzioso come tutti i rapaci notturni, condivide, con poche sfumature, semmai ancora più omogeneamente negative, la fama di portatore di malaugurio e sfortuna e di creatura maligna e spettrale – anche per il piumaggio chiaro da fantasma notturno e per l’abitudine a cacciare in luoghi diroccati e nei cimiteri, per la presenza abbondante di topi. [1] Il detto “balordo come un barbagianni” è significativo. Anche il suo verso acuto e prolungato ispira notti inquiete. Al barbagianni Franco Marcoaldi si rivolge nella poesia Il re barbagianni, dove alcune caratteristiche morfologiche e funzionali sono rappresentate con precisione e dove, per fortuna, la presenza infausta è non quella dell’uccello per l’uomo, ma quella dell’uomo per il solitario rapace:
Il re barbagianni di Franco Marcoaldi [2]
Col tuo muso di tronco intagliato
mi hai accolto come un regnante
usurpato nella casa
disabitata da tempo.
Ero un ospite niente affatto
gradito: col mio arrivo cessava
il silenzio e pertanto tramontava
il tuo regno, trionfo di un volo
insonoro che fa propria la preda
in virtù di stereofonico udito.
Mi hai osservato per un lungo,
infinito minuto. Poi, con un unico
gesto disdegno e minaccia,
hai gonfiato il piumaggio, eretto
i ciuffi sul capo, allargato
le ali a ventaglio: ah, barbagianni
regale, un frullo violento…
e non eri ormai che un abbaglio.
Veniamo all’Allocco, rapace discretamente diffuso in Italia, un poco più grande del barbagianni, con il quale entra in competizione per la nidificazione all’interno di palazzi e vecchie costruzioni; spesso l’Allocco può insediarsi sotto i tetti o nei fumaioli ma occupa anche nidi abbandonati da altri rapaci, quali gazze o cornacchie grigie e soprattutto aeree boschive. Anche il suo verso ha fama icasticamente lugubre e risuona, se volte esercitarvi, come un gutturale bùuuuuu-bu-bubububùuuuu nel maschio, mentre il verso della femmina può essere scambiato per quello della civetta. Tanto per rimarcare lo stigma che unisce il notturno al nero e al lugubre, si ritrova el nome di specie e nell’etimologia: allocco, da aluco, dal latino a-lux, “che rifugge la luce” in senso fisico e simbolico-metafisico. In senso figurato gli vengono attribuite valenze di persona sciocca, ingenua, stupida, tonta ecc, a causa dell’espressione assunta dai suoi grandi occhi rotondi, fissi e vacui. E forse anche, in parte, per la storia di Eliano [3]che espone una credenza popolare: «esiste un ballo che prende il nome da questi uccelli […] “la danza degli allocchi”» che «reca moltissimo piacere a questi uccelli se uno li imita scherzosamente così da suscitarne il riso». Ma già Aristotele, attestava invece, meno fantasiosamente, che l’allocco fosse «un animale astuto e abile nelle imitazioni.» [4]
Precise le caratteristiche riportate da Giampiero Neri: il nido in una cavità muraria, l’adattamento, l’udito, le sue piccole prede. E poi due asciutte sentenze.
Stagioni di Giampiero Neri [5]
Febbraio, l’allocco guarda
da una cavità del muro i movimenti
della fredda stagione.
Si adatta naturalmente
alle necessità
attento al rumore delle foglie
ai segnali di ogni piccola vita.
Nel suo lavoro paziente
si riconosce.
Forma, destino e nome
che avrà la ricompensa.
Infine l’Assiolo, o nella forma arcaica, Assiuolo è il più piccolo degli Strigiformi, dopo la Civetta nana. Insieme a Il passero solitario di Leopardi, è protagonista di una delle poesie ornitologiche più famose e studiate nelle scuole. Parlo ovviamente del celebre omonimo testo di Giovanni Pascoli:
L’assiuolo di Giovanni Pascoli [6]
Dov’era la luna? ché il cielo
notava in un’alba di perla,
ed ergersi il mandorlo e il melo
parevano a meglio vederla.
Venivano soffi di lampi
da un nero di nubi laggiù;
veniva una voce dai campi:
chiù…
Le stelle lucevano rare
tra mezzo alla nebbia di latte:
sentivo il cullare del mare,
sentivo un fru fru tra le fratte;
sentivo nel cuore un sussulto,
com’eco d’un grido che fu.
Sonava lontano il singulto:
chiù…
Su tutte le lucide vette
tremava un sospiro di vento:
squassavano le cavallette
finissimi sistri d’argento
(tintinni a invisibili porte
che forse non s’aprono più?…);
e c’era quel pianto di morte…
chiù…
Testo caratterizzato, oltre che dal connaturale scenario notturno, dalle note onomatopee pascoliane, che qui ci consentono di ricordare come il verso dell’allocco – chiù – abbia probabili ascendenze in diversi nomina dei suoi parenti [7] – come già riferito nel capitolo sulla Civetta. È da notare, infatti, anche attraverso la poesia pirandelliana Chiù, che questo nome onomatopeico sia stato usato pure per il cugino maggiore, il Gufo. D’altro canto, l’Assiolo, a tutti gli effetti può essere descritto, con comprensibile approssimazione, come un piccolo Gufo.
Nel testo di Pascoli, il verso passa da grido (nella prima strofa) a singhiozzo (nella seconda strofa), fino ad arrivare in ultimo ad un pianto di morte (terza strofa), pianto di morte che un quasi un secolo dopo, nel testo di Pier Luigi Bacchini, risuona ancòra come «tocco funebre delle notti».
La conoscenza di Pier Luigi Bacchini [8]
La conoscenza
Per costruire un ordine di tutte le cose
(e non soltanto per gradualità
e analogia) serviamoci della logica
e dell’osservazione, ma solo dopo averle sentite
le cose, averle apprese
nella loro verità ascoltando per esempio l’assiolo. (Un tempo
nessun polpastrello strizzava foglie d’erba luigia
per portarsi il profumo al peloso olfatto
e ricordare,
e nemmeno i nervi ottici trasmettevano immagini
trasformandole in raziocinio e amore).
Sino a ieri l’assiolo donava alle genti di campagna
il tocco funebre delle notti, ma poi l’uomo di città
ha allontanato la morte
e l’orrore notturno dei boschi
diradando le specie degli uccelli collinari.
[…]
Il «pianto di morte» risuona ancora, ma non si sa per quanto: con una magnifica metafora polisenso, Bacchini ci dice infatti che «l’uomo di città», l’uomo contemporaneo, oltre ad avere «allontanato la morte», (aver quasi rifuggito la normalità della morta e la familiarità con il morto) ha diradato «le specie di uccelli collinari», tra cui l’assiolo, che «donava» – sottolineo l’accezione positiva – il suo canto funebre.
Chiosa finale. Attraverso queste brevi considerazioni sui rapaci notturni è venuto all’evidenza quanta parte della loro fama negativa sia determinata dal fattore notturno: assolutamente comprendibile sul versante antropologico e fisiologico, ma ci sarebbe potuto attendere che poeti e cercatori di parole più spesso e con più sfumature avessero saputo cogliere nel buio della notte il versante equilibratore dell’opposizione buio-luce, notte-giorno, yin-yang. Fa pensare, d’altronde, come uno dei più celebrati trionfi del “progresso” e della modernità sia la presunta vittoria del giorno sulla notte: non è un caso che in una delle città simbolo (o nella città simbolo) dell’Occidente non si dorma mai.
[1] «Se un navigatore o un viandante avesse scorto una civetta, un barbagianni, un gufo o un allocco, si sarebbe imbattuto in una tempesta o in una banda di malandrini» scrive Artemidoro (Il libro dei sogni, III, 85) e aggiunge «e una casa dove questi uccelli avessero nidificato sarebbe stata abbandonata.» (idem, IV, 56)
[2] Franco Marcoaldi, Animali in versi, Einaudi, 2022, p. 42
[3] Claudio Eliano, La natura degli animali, XV, 28
[4] Aristotele, Storia degli animali
[5] Giampiero Neri, da Teatro naturale, in Antologia personale, Garzanti, 2022, p. 54
[6] Giovanni Pascoli, Myricae, 1987
[7] Chiù potrebbe derivare dai termini francesi chouette (civetta), dagli spagnoli chova (gazza) e choya (cornacchia), tutti derivanti dal tedesco antico chouch, civetta, e dall’inglese schoug
[8] Pier Luigi Bacchini, da Distanze Fioriture (1981) in Poesie 1954-2013, Oscar Mondadori, 2013, p. 53
Fotografia in copertina: Rapaci notturni, da: J.J. Audubon, The birds of America, McMillan Company, 1953 – Tab 432
