La lingua è il teatro in cui si slargano i confini del visibile e il poeta sperimenta le risonanze del limite: sonorità e riverberi di sensi che divengono figurazioni del desiderio, del tempo e della memoria. Queste tre componenti animano la poesia di Alex Ragazzini, la cui cifra peculiare risiede nell’adozione della variante dialettale di Russi Ravenna, affine alle parlate diffuse nelle aree della pianura ravegnana, faentina e forlivese. Il ricorso al dialetto presuppone la ricostruzione di un repertorio linguistico, culturale e immaginativo che, con lo scorrere delle generazioni, si è inevitabilmente impoverito fino a scomparire. Le memorie linguistiche, che il poeta deve avere sedimentato entro di sé durante l’infanzia, si prestano alla poesia sotto forma di detrito vivente: tutto ciò che è stato obliato torna vivo nel canto. Significative, a tal proposito, sono le considerazioni di Edoardo Zuccato, in nota alla nuova opera di Ragazzini, Florilegium o i sogn -Florilegio o i sogni (Il Vicolo, Cesena, 2023):
Se si pensa letterariamente alla Romagna, le prime cose che vengono in mente sono le atmosfere surreali e trasognate di Tonino Guerra e Federico Fellini, alle quali si può accostare e in parte sovrapporre la teatralità stralunata e logorroica di Raffaello Baldini, poi rivisitata in chiave sperimentalista da Giovanni Nadiani. Accanto a questo filone più visibile ne esiste un altro, meno noto al grande pubblico ma non per questo meno originale e significativo. Si tratta di un filone caratterizzato dalle forme brevi, spesso epigrammatiche, declinate lungo uno spettro che va dal comico al civilmente impegnato, al metafisico. Ne sono stati protagonisti ieri poeti come Nino Pedretti e Tolmino Baldassari, la cui lezione oggi continua, con modalità stilistiche ed espressive diverse, in Francesco Gabellini, Annalisa Teodorani e Alex Ragazzini. Se dovessimo scegliere un maestro di Ragazzini lo indicheremmo in Baldassari, al quale aggiungeremmo, scendendo qualche chilometro lungo la costa adriatica, l’anconetano Franco Scataglini. Di Baldassari, testimone del suo battesimo a stampa, Ragazzini sembra aver ripreso la tensione lirica e potenzialmente simbolista, combinandola però con un gusto per il medioevo e il rigore metrico che fa pensare, appunto, alla lezione di Scataglini.
Rigore metrico e gusto onirico-simbolico si fondono in questa nuova opera di Ragazzini, che dischiude, attraverso immagini minute spesso attinte dal mondo naturale, un orizzonte linguistico slegato da ogni ragionata scansione del tempo. È la lingua a sostanziare l’immaginario poetico e a evocare un flusso onirico e notturno, monologante e teatrale allo stesso tempo:
C’è, pertanto, il tentativo di innestarsi su quel filone monologante e teatrale che abbiamo indicato in apertura, escludendone gli aspetti comici e narrativi per concentrarsi esclusivamente sul lato onirico e musicale. La forma è aperta, i versi sono privi di rime e di varia misura, le strofe irregolari, come si addice a un testo per voce. Sono frequenti i salti e le slogature sintattiche che apparivano occasionalmente nelle quartine della raccolta precedente. Il discorso ora procede per analogie e somiglianze, senza nessi logici, per simulare l’andamento del sogno, con esiti che a tratti richiamano il surrealismo post simbolista di un De Angelis. Non si deve cercare di fissare il senso della singola immagine, quanto seguire il flusso notturno e onirico, perché le parole “al ven da la stesa boca / di sogn” (“sono della stessa bocca / dei sogni”).
Il titolo stesso della raccolta suggerisce un’operazione improntata a intessere un “florilegio”, e cioè una raccolta di testi che fluiscano richiamandosi vicendevolmente. E poi, il legame con il mondo onirico, che in Ragazzini si esplicita attraverso il rimando al mondo naturale, scandito da eventi minimi e impercettibili e per questo pregni di sacralità:
Florilegio indica in genere un’antologia di testi, ma questo significato convive nel libro con un’accezione etimologica della parola come “raccolta di fiori”. In una evocazione ininterrotta da monologo interiore, i fiori e il canto, con un effetto quasi liberty, fluiscono simboleggiandosi a vicenda, e rimandano nel loro manifestarsi a “l’ân z ul da la ciàcra ch’e’ scor / e’ scor e’ scor e ch’u n’fnes mai / cun la tròmba ch’la sona / d’int ’na góla ch’u n’è mai ’sota, / bichènd la lona ch’la j è fata cumpâgna e’ mònd” (“l’angelo della favella che parla / parla, parla, e non finisce mai / con la tromba che suona / da una gola che non è mai asciutta, / beccando la luna che è fatta come il mondo”).
L’orizzonte lirico, fortemente stilizzato e idealizzato, si inscrive entro le coordinate del sogno, dalle quali il poeta deriva anche brevi ma significativi sprazzi memoriali. Il dialetto di Ragazzini non ha dunque la scopo di un presidio linguistico atto a oscurare il significato, quanto quello di sublimare sul piano della lingua la sfera psicosensoriale, intessuta di memorie linguistiche umbratili ma vive e per questo ancora capaci di significazione:
I
E’ fiór d’ lona
cun la sunêda d’Bach
dri i fiur d’mintàstar,
o i campanel de’ paradis
lòngh stra al câmbar da znê
stra l’ôr dla veta
la séra ch’l’è pasêda la nöt
a l’êria di sogn,
’na córsa ch’la toca i rem dj élbar
e j oc de’ campê cun e’ ciamê
l’êria de’ sogn,
e al viôlaciöca dl’ânzul
e i fiur int e’ prem fresch dla séra,
stra al magnôli
calé zo da i zarden cun l’udór dal rôs,
i zugh cun e’ vezi d’farena
int al boch ch’al scor
a l’êria dal candél a la nöt,
e stra al ciàcar ch’al rôsga
la tegna cusida int al foi dl’amlôr,
i mulnel ch’i s’absena da tot i chent
s’i sona i pidarsul sambédgh
pissi pissi pissi pissi,1
e e’ vent l’artira gnicôsa, i rez
d’un fat ad fiur,
al boch d’bot dla lona
cun l’udór dal viôl,
e agli òmbri agli è sól un tarmulê dal foi,
al mélarânzi sbuzêdi d’ôr cêr int la lus dla Piöpa
artôrta pr e’ vent dla stason dl’istê
int i dè ch’i bëca cun i cape (…)
I
Il fiore di luna
con la sonata di Bach
vicino ai fiori del mentastro,
o i campanelli del paradiso
lungo tra le camere da cena
tra l’oro della vetta
la sera che è passata la notte
all’aria dei sogni,
una corsa che tocca i rami degli alberi
e gli occhi del campare con il chiamare
l’aria del sogno,
e le violacciocche dell’angelo
e i fiori al primo fresco della sera,
tra le magnolie
scesi dai giardini con l’odore delle rose,
i giochi con il vizio di farina
nelle bocche che dicono
all’aria delle candele la notte,
e tra le chiacchiere che graffino
la tignola cucita nelle foglie dell’alloro,
i mulinelli che s’avvicinano da ogni lato
se suonano il prezzemolo selvatico
pissi pissi pissi pissi,
e il vento che ritira ogni cosa, i ricci
di un fatto di fiori,
le bocche di botti di luna
con l’odore delle viole,
e le ombre che sono solo un tremolare delle foglie,
le melarance sbucciate d’oro chiaro nella luce della Pioppa
torta per il vento delle stagioni d’estate
nei giorni che pungono con i cappelli (…)
Gli elementi naturali si corrispondono in una musica segreta che il poeta intercetta riconoscendovi quella della propria lingua-madre. C’è un processo di trasmutazione in tutte le cose e quella di Ragazzini è anzitutto un’opera di meditazione sull’ospitalità della lingua. Il Tutto offre al poeta un luogo di intimità presso di sé dove le parole fluiscono e riprendono corpo. Le diverse immagini che si affastellano assumendo una valenza archetipica rivelano anzitutto la capacità poetica di scorgere l’Armonia che governa e rimesta ogni cosa in un incessante mutamento. Non casualmente, ad apertura di ogni sezione, è Eraclito, filosofo del divenire:
La stessa cosa è il vivente e il morto, lo sveglio
e il dormiente, il giovane e il vecchio,
perché queste cose mutandosi sono quelle
e quelle a loro volta mutandosi sono queste.
Eraclito, Frammento 88
Ogni cosa è, nella poesia di Ragazzini, desta in un’atmosfera onirica che rende tangibile la segreta Armonia che lega il Tutto. Il poeta guarda alle cose con lo stupore di chi le vede rinascere volta per volta come nuove:
II
O e’ sogn dal rôs
ad ciàcar de’ sól dal rôs
s’l’è fiurì i fiur nuv
stra ’l besi
al cantêdi di sunadur,
int i sogn ch’j à ciap
l’andaz di rusignul,
cun e’ sunê da bal
e e’ celëst d’stël
int ’na caparëla d’ôr,
e aven sintù al voi de’ mònd infiês int i lëbar
’na góla cantê dimòndi da par lì,
e’ biânch ins al lus basi
ch’agl’inzghes cvel ch’u s’pö avdé,
la lus ch’la cânta d’int al mân
un biânch che acsè u n’s’è mai vest
e’ giudezi ch’u s’avânza cun e’ zil
la chêrta che biânca acsè l’ucasion,
la góla ch’la sona e’ su fil biânch,
e int al cal
biânchi e zali
la nöt ch’la bala s’e’ sogn e’ pê un andê da dalòngh
e’ lom dla lona
cêr dal stël,
e al vóla agli év d’atórna a i cuvon
pair ch’i vóla int un mònd rabì
al parôl ’tachi a la boca
int al voi de’ mònd,
e int i sintir ins e’ fiom
ló j à la su érba –
II
O il sogno delle rose
che chiacchiere del sole delle rose
se sono fioriti i fiori nuovi
tre le bisce
le cantate dei suonatori,
nei sogni che hanno preso
l’andazzo degli usignoli,
con la musica da danza
e il celeste di stelle
in una mantella d’oro,
e abbiamo sentito le voglie del mondo gonfiarsi nelle labbra
una gola che canta da sola di gran carriera,
il bianco sulle luci basse
che accecano ciò che si può vedere,
la luce che canta dalle mani
un bianco che così non s’è mai visto
l’intelligenza che rimane con il cielo
la carta bianca così l’occasione,
la gola che suona il suo filo bianco,
e nelle calle
bianche e gialle
la notte che balla che il sogno sembra un andare da lontano
il lume della luna
chiaro delle stelle,
e volano le api attorno ai covoni
e i pagliai che volano in un mondo rabbioso (…)
le parole attaccate alla bocca
le voglie del mondo,
e nei sentieri sul fiume
loro hanno la loro erba – (…)
.
Dallo sguardo ammirato verso l’altrove che è insito già nella Natura, muove il sentimento della poesia e l’interiorità accende per sé “una luce” carica delle “voglie del mondo”. Nondimeno, dallo sfondo idealizzato di questi poemetti affiora a tratti l’ombra cupa dell’inquietudine mortuaria, come in parte si può dedurre dalla terza sezione anticipata dal seguente frammento eracliteo:
A ciò che non tramonta mai,
come ci si potrebbe nascondere?
Eraclito, Frammento 16
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Quest’inquietudine, adombrata dall’atmosfera onirica e stilizzata dei versi, si declina proprio per mezzo di immagini che descrivono scenari notturni, nei quali “le ombre sono fatte di ore” e le stelle non sono che un segno del passaggio della vita sulla terra:
III
E e’ ven e’ sunê di s-cien int i sogn
a l’óra de’ sugnês,
al tròmb de’ mònd
e dal fazi tachi a i pi
a e’ sól di garòfan
ch’i biasa la fuiaza,
e al s’apeia al lus dal stël
s’i gonfia e’ pët e ch’u s’aveia e’ rispir,
o cun al mân ch’al s’aslònga ins al voi
s’a s’sen fët imatì da i sogn
int al sér in do ch’i scantona j òman
int un zil ch’l’inveia j oc,
la chêrna smènga inciudêda a e’ temp,
un vulê dagli ór a la nöt
cun e’ balê dal foi par l’istê s’j ariva
i fiur di zriz,
al stël d’ôr dl’érba
int i fiur,
int un’êria da invulês
cvând ch’j arlusa i cavalir cun al stël
in do ch’al s’asmôrta al vós;
zent munida int al pédgh
d’drida dal spal int un fom nègar
bur cumpâgna e’ bus dla tëra
cun agli òmbri ch’agli è fati d’ór,
o e’ zal de’ fiór dla pasion
ch’e’ fiures
la voia di s-cien,
e int un suris i sbresa vi d’corsa i sogn
s’u li môv j udur
III
E viene il suonare degli uomini nei sogni
all’ora del sognarsi,
le trombe del mondo
e le facce attaccate ai piedi
al sole dei garofani
che masticano il marrone,
e si accendono delle luci delle stelle
se gonfiano il petto che si ferma il respiro,
o con le mani che si allungano sui desideri
se ci siamo fatti impazzire dai sogni
nelle sere dove scantonano gli uomini
in un cielo che comincia gli occhi,
la carne dimentica inchiodata al tempo,
un volare delle ore alla notte
con il ballare delle foglie per l’estate se giungono
i fiori di ciliegio,
le stelle d’oro dell’erba
nei fiori,
in un’aria da involare
quando rilucono i cavalieri con le stelle
dove vengono a mancare le voci;
gente chiusa nelle orme
dietro alle spalle in un fumo nero
buio come il buco della terra
con le ombre che sono fatte di ore,
o il giallo della passiflora
che fiorisce
la voglia degli uomini,
e in un sorriso scivolano via di corsa i sogni
se li muovono gli odori
Tuttavia, l’opera, in quattro movimenti, procede, in un solo anelito, verso l’alto: il poeta attinge dalla Sapienza che governa le cose, esaltandone l’armonia e la creaturalità:
E fresch ad fiur
al parôl ch’al ven da la stesa boca
di sogn,
e’ côr vulé de’ dè
e l’udór dólz dal peoni
a l’óra de’ smaris
cun e’ lòngh de’ paradis
a l’udór di zarden di fiur nuv,
ins l’êria ch’la sbresa
ch’u s’trema,
cun la cuntinteza
a l’êria biânca de’ mònd
sugnêda stra i rem in do ch’i dôrma
i fringuel,
e i pré ch’j è vird
virdèsum
sot’a i fiur
a e’ sól di garôfan,
in do ch’i nés i narcis
biânch de’ su cêr ch’u s’ciâma,
e ins al nùval ch’u i bat insóra e’ sól
e’ livês cumpâgna al viôl de’ côr
e’ fiór cumpâgna al viôl.
IV
E freschi di fiori
le parole che sono della stessa bocca
dei sogni,
il cuore volato del giorno
e l’odore dolce delle peonie
a l’ora dello smarrirsi
con il lungo del paradiso
all’odore dei giardini con i fiori nuovi,
sull’aria che scivola
che si trema,
con la contentezza
all’aria bianca del mondo
sognata tra i rami dove dormono
i fringuelli,
e i prati che sono verdi
verdissimi
sotto ai fiori
al sole dei garofani,
dove nascono i narcisi
bianchi del suo chiaro che si chiama,
e sulle nuvole che gli batte sopra il sole
il levarsi come le viole del cuore
il fiore come le viole.
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Fotografia in copertina a cura di Pietro Romano
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