Alessandro Anil: “Terra dei ritorni”

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L’autore, affidandosi a versi lunghissimi in cui la sintassi non viene mai meno, riesce a trovare il giusto respiro per rappresentare una realtà molto grande dove, accanto a un sentimento di perdita e separazione si intravede la possibilità di un ricongiungimento, l’auspicio di un incontro d’amore. Il mondo che Anil raffigura è sorprendentemente vario, frutto di un pensiero complesso e di una ricca capacità di immaginazione, è un luogo legato indissolubilmente alla morte, alla fine delle cose, ma anche all’idea di un inizio. Il canto del poeta, ispirato da una realtà molteplice, ostile e accogliente, conserva sempre una preziosa leggerezza, ed è anche grazie a tale leggerezza se il lettore può agevolmente seguire il filo narrativo, trovare conforto “quando le ombre iniziano ad allungarsi”,  sentirsi accolto in “un tenero orizzonte / dove l’affresco quotidiano naviga “ 

Terra dei ritorni (Samuele Editore, 2023 collana Gialla) è una raccolta omogenea, in cui i singoli testi, simili per struttura, lunghezza e atmosfera, formano una sequenza perfetta e un discorso poetico coinvolgente, costellato di intuizioni intelligenti, di metafore originali ed efficaci che attingono elementi anche dall’immaginario collettivo. Il verso, come già accennato, è molto esteso ed è il riflesso di uno sguardo vivo che si accosta alla materia facendola vibrare. 

“Ogni ritorno è una partenza, ogni partenza è un cammino verso i fantasmi / che si amano e se io sono tornato qui è perché sperimentando / una superficie che ha attraversato due continenti e tre oceani ho compreso / che è qui, accanto a questo mandorlo

Ho riportato questi pochi versi affinché si possa cogliere con quale stile, quale respiro e sentimento Anil costruisca la sua opera, che, come si evince dal titolo, affronta il tema del ritorno. In realtà, leggendo, il momento del ritorno non è riconoscibile e non è dato sapere cosa debba accadere in quel preciso istante, viene da pensare, pertanto,  che non esista il ritorno per eccellenza, ma che ve ne sono molti, poiché vari sono i modi di riavvicinarsi alla terra, agli affetti, ai gesti ai quali apparteniamo. L’osservazione e la conoscenza non avvengono sempre secondo la stessa modalità e del singolo fenomeno possono essere colte manifestazioni differenti: “la notte / può essere tenera o spietata, dipende dove ci accoglie.” 

In realtà i testi non ruotano attorno al tema del ritorno facendone l’unico nucleo, direi piuttosto che la scrittura di Anil fluisce con la continuità e la potenza di un grande fiume inglobando scene quotidiane, visioni, sogni, ricordi, persone comuni e personaggi della mitologia. La dimensione cosmica e quella quotidiana si alternano e si intrecciano con estrema naturalezza, sono concepite come manifestazioni dissimili di un’unica realtà.  

Come già accennato il mondo rappresentato in questa opera è sterminato, contiene sfumature e contrasti, comprende estese metropoli, grandi corsi d’acqua, altissime arcate di cielo. Ma per instillare nel lettore l’idea di spazio, per far sì che possa avvertirne la grandezza, la meraviglia e soprattutto le possibilità che dischiude, non è sufficiente nominare e accostare luoghi differenti, serve che il verso possieda una struttura, che sia sapientemente modulato e soprattutto occorre che il poeta riesca a raggiungerli certi luoghi, possa immaginarne la luce e il cielo, occorre che riesca, in prima persona, a percepirne il mistero, la potenza, l’incanto. Nella poesia di Anil, forma, pensiero e intenzione sono in profonda relazione, e se seguiamo lo sguardo del poeta riusciamo a intravedere il punto all’infinito in cui due rette parallele si incontreranno: “Non è necessario che mi ascolti. Non è importante. Le due rette parallele / di un binario si uniranno comunque, nell’infinito “

Numerosi sono i riferimenti agli scrittori, ai poeti, ai filosofi, e tra tutti spicca il filosofo Eraclito, figura con la quale Anil sembra trovare una perfetta consonanza: “…Te che bevi il latte / nuda in cucina e io penso a Eraclito, perdonami se penso spesso a Eraclito.” Ma il riferimento a Eraclito non esclude quello a Parmenide: “Se Eraclito e Parmenide fossero un unico essere / bifronte, se ogni cosa è destinata ad essere identica e altra da così com’è, / comprenderei perché ora che mi sei accanto sei già la mancanza / ”

Il poeta coglie più volte, all’interno della realtà, la propensione alla trasformazione, la tendenza a manifestarsi tramite elementi in opposizione: “Le tonnellate d’acqua continuano / a scorrere da una parte all’altra del mondo. Nell’altro emisfero, su altre / complicazioni umane inizia a farsi giorno. Così amore e odio si alternano / “.

Mentre l’universo e ogni singola cosa procedono nel mutamento fino a dissolversi, il poeta sembra osservare da un punto posto in alto, dove il tempo si ferma, l’universo resta sospeso, la vista si estende e il pensiero allarga i margini, sfidando coraggiosamente ogni limite: 

“Dell’estremità orientale, della terra ai confini del sole dove questo io / maldestramente narrante ha trovato i piaceri della prima isola, non sai / gli oceani dove si rifletteva la sete che accomuna le nostre tragedie.” 





DAL LIBRO

I

Non è necessario che mi ascolti. Non è importante. Le due rette parallele
di un binario si uniranno comunque, nell’infinito, e questo sangue
lasciato dall’ultimo sole, sembra fermarsi nelle arterie, sospensione
di un battito che non avrà una terra su cui mettere radici, declinando
per l’ennesima volta quel legame tra fragilità e bellezza.
Anche quel poco di natura rimasta, così lontana dalle foreste,
dalle tigri e contrabbandieri che popolavano i nostri sogni, si ritrae nella stanza.
L’inermità del riposo richiede la protezione della tana e questo
sia che si tratti del verme in coordinate misteriose o l’uomo che rientra
la sera per il nutrimento e il sonno. Niente è diverso, le stagioni
dei piccoli segreti sono intatte. torneranno vedrai, nella breve forcella d’ombra
lasciata ai margini della strada. Orione, le costellazioni dell’orsa
continuano a svolgere il loro corso fissati in un fotogramma eterno
e non dovrebbe sorprenderti se dopo tutto questo tempo sono ancora
qui, ad amare e soffrire, così inquietamente vinto, a chiederti
di lasciarmi entrare. Anche questo fa parte delle leggi eterne dell’universo.
Vedo l’inclinatura della nuca quando bevi, l’acqua scende
come un’accettazione, come la morte. Presumo sia questa la richiesta:
non la santità, ma la santità prima del peccato. Resteranno solo ombre,
solo ombre, mentre l’umidità sale dalla terra e i colori, le forme
iniziano a dissolversi. La notte è un oceano immobile come un ideogramma
con la sua particella di luce infinitesimale. Come osservare la fine
senza terminare con essa? Giù, nel frutteto, nell’ombra
ghiacciata dell’estate, c’è un luogo dove la migrazione degli uccelli sosta
qualche istante. Noi siamo il sogno di un animale appena addormentato.


XIV


Ci sono sogni cresciuti nella veste del ragazzo e sogni distrutti nell’abito
dell’uomo ed entrambi i sogni fanno parte di un corpo la cui memoria
è una strada provinciale senza limite di velocità. dovresti controllare
i freni più e più volte, oppure, affidarti al sortilegio delle coincidenze.
Questo strano secolo che inizia è come un ragazzo che di nascosto
ha bevuto il vino della dispensa, intossicato per ore, privo di sensi,
dopo essere stato cullato nella beatitudine dell’ubriaco, al risveglio,
quando il liquido non è completamente espulso, sente il vomito che nasce,
il risentimento nel corpo. Niente resterà qui, niente e questa
è una buona notizia, anche del malessere resteranno solo tracce, ricordi
di cui sorridere quando l’ultimo notiziario del giorno annuncia la fine della
[mietitura.
il corpo è come una nave, bisogna controllare la giusta inarcatura del legno,
preparare i nodi ed attendere il movimento propizio. il locale ha chiuso.
il giovane che lavava piatti e sognava di fare fortuna ha qualche dente
in meno. Ha dimenticato delle sere sotto la lampada a petrolio,
ha la memoria piena di terra, sniffava colla. ogni volta che ci abbandoniamo
ai ricordi siamo come dei piccoli caffè che danno sul mare, ciascuno
con una lama conficcata nella mano, sostantivi e insenature a cui non puoi
ribellarti. L’uomo ha soltanto un motore a due tempi a disposizione,
perché doppia è la nostra sete, doppia la strada che i fiumi percorrono
per ricongiungersi nella morte: il tempo della vita e il tempo del ricordo.
È sempre accanto alla rosa che dovresti inginocchiarti. Ho ancora la dolcezza
di un’altra sigaretta, sfrigolio e calore nel mezzo dell’oscurità
per comprendere che anch’io, come ogni elemento che mi circonda esisto
consumandomi. Se costruire una nuova vita vuol dire anteporre
alle grandi domande del passato la speranza per il futuro, forse sono giunto
fino a qui per osservare che la metafora più fedele di questo inizio secolo è la fine
del giorno. Lasciami entrare, la mia sete appartiene al tuo corpo.


XXIV

Questo luogo lo conosciamo entrambi. Un semplice movimento del pensiero,
una mano che per esserti vicina ha continuato a cercare parole giuste.
del più piccolo movimento muscolare, del leggero ticchettio fra le dita
o persino dell’inarcarsi del sopracciglio, restano minuscoli tracce di un movimento,
oppure, vorrai dire prove di un commiato, tenerissimo amore e sangue amaro,
ma entrambe, la traccia e la prova sono essenziali, movimenti ininterrotti,
il micro delle nostre storie, un linguaggio comune di questi paesaggi diversi
che sono insieme l’uno e l’altro, prove, ma non vogliono provare nulla,
semplicemente uno scambio di sguardi. So che ti sembra strano,
non poter dire da dove esattamente provenga questa voce. Se ti sembra un respiro
che abita luoghi di una terra remota e vicina, è perché siamo entrambi
nascosti, due matriosche che abitano l’uno nell’altro senza mai toccarsi.
Ci sono voci che ci tengono svegli la notte, voci che ci risvegliano al mattino
e spesso sono la stessa voce e se io sono tornato da te, è perché Ovidio
cantando il carro a buoi dell’invasione barbarica mise insieme Roma e la neve,
un accostamento particolarmente improbabile quanto necessario
per la bellezza del verso. Avrai capito benissimo che nella finzione eri la donna
che amo, a volte, un amico, forse anche me stesso, nella realtà una mano
che si avvicina a un’altra. Non so se riesco a spiegarmi. È come se rivedessimo
la nostra immagine, la nostra voce riprodotta da complicatissimi processi digitali.
Un demiurgo crea l’intero mondo per riconoscersi allo specchio
e quando alza lo sguardo vede la propria immagine rivolta di spalle.
Così, attraversando le gallerie, le anticamere di questa finzione ho compreso
che la donna che effettivamente amo si trova nell’altro emisfero e che ora
devo tornare da lei, devo ristabilire un mondo che mi attende. Ci incontreremo
in un altro cambio di treni, in una delle prospettive fugaci del nostro quadro
[quotidiano,
quando la vita offrirà un’altra delle sue pause scriveremo le nostre iniziali
su una spiaggia prima che la marea si alzi e se qualcuno ti chiede
con chi stessi parlando, dovresti rispondere nessuno, come Ulisse a Polifemo,
perché nessuno, oltre te e i cani della mia mente, devono sapere che qui sono stato.
Ti saluto, questo sono io, a te ho voluto rivolgere queste parole, lasciami entrare.

II

Non ci sono differenze fra due corpi che dormono. il sonno è oblio, ritorno
verso l’origine. Le acque scorrono a ritroso, risalgono il fiume
e l’infinita moltitudine, l’immensa stagione dell’ieri,
la legione dello straniero che tracciò il deserto con la spada e la stella
inconfondibile del domani dove già si apriva l’ignota geografia del ragazzo,
la nostra quotidiana dimessa storia, ritornano
nel presente del risveglio. il tempo è differenza, il sonno è assenza di tempo.
Keats, in un giardino del Hampstead, una notte d’aprile, malato di tisi,
compose la sua Ode a un usignolo. L’immortale uccello contrapposto
all’umana sofferenza, alla vicinanza con la morte del singolo. L’usignolo
non è quel singolo mortale, ma l’eterno usignolo di Shakespeare, Milton,
di Ovidio, quello che secoli addietro accompagnò Ruth nei campi d’israele,
la forma di tutti gli usignoli. in questo piccolo errore, fra individuo e specie,
nasce la poesia. io, il più mortale fra gli esseri, chiedo un margine
di follia nell’ordinario, perché l’usignolo volato da questa gabbia
non sembra altro da quello che conversava con il dolore dell’uomo
e il dolore stesso, quello che portò Keats a rivolgersi a un usignolo
pensandolo eterno, non è diverso da questo che ritrovo nel mio corpo
e questa sete, impenetrabile, così dura e viva, è la stessa
che portò il mio antenato ascoltando il rumore dell’acqua
a fantasticare sulle leggi della vita e dell’universo e dicendo questo, vorrei restare
sospeso in questa parentesi quotidiana prima del risveglio, un’illusione fugace
quanto lo è una parola indiscreta che continua a tormentarci anche nel sonno.
Gli ultimi locali aperti nella notte sono una ferita che si rimargina, a quest’ora
la città è una stamperia pronta a moltiplicare le sue copie, con la luce
ogni uomo torna ad essere una parola solitaria, ogni profeta, un tipografo.

**

L’incontro è terminato. Le falene dicono addio alla luce e il destino dell’uomo
continua ancora a sfuggirmi, ma alle cinque del mattino, quando l’alcol
accarezza i margini della notte, inizio a conoscerne i disastri. Questa morte
amica, infaticabile, la vedo più che mai ora, nel tuo respiro sotto il seno,
nelle persiane che salutano la bambina vestita in turchese. Si sarebbe,
comunque, giunti alla fine della fatica, il corpo avrebbe avvertito
questo percorso breve lungo un fiume grande: lasciar andare il filo
senza un aspetto di rimpianto, il bene mai fatto o l’amore non dato,
il tempo disgraziatamente perso senza piegare le dita, senza la possibilità
di un ritorno. dovremmo, un giorno, essere in grado di staccarci
come un frutto maturo alla fine del suo tempo, ma anche questo
non è che una voce, sensazione di aver sentito, udito qualcosa
cadere nella notte, senza sapere se è una mela, un nespolo
o un mazzo di ciliegie molto rosse. Non voglio trasformare la morte
in un cesto di frutta molto matura, piuttosto un antico frutteto che dà sul mare.


Tra poco, queste parole torneranno nell’indifferenza del giorno,
anche il tuo sguardo sarà indifferente alla lingua che ha invaso la memoria
e continua il suo dettato. del dolore e del gioco, della fiducia e della vergogna,
forse anche di quella verità lasciata rotolare via dalla terra sono stato
parte, nelle strade di Roma inondato di luce ho bevuto del vino,
dei grandi movimenti dell’avvicinamento e del distacco sono stato anch’io
scheggia, pedina impazzita. io sono stato, sono esistito! L’origine
è Troia che brucia eternamente e la bellezza è un rimpianto, un tentativo
di prendere a piene mani dell’acqua che scorre e non sai quanto è strano vivere
quest’addio, o magari arrivederci, proprio ora, che le ombre iniziano a ritrarsi
e i primi uccelli tornano a popolare quest’albero. ogni uomo è nato con un limite
esatto di parole e le mie non sono ancora finite. Bisogna ora mettersi il cappotto,
le scarpe, attraversare silenziosamente il giardino lasciando lo spazio
accogliente per chi ci segue. Ho poco da lasciarti, ho veramente poco,
poca è stata la raccolta negli anni, quasi niente, ho giusto questi fiori,
che sono niente, lo so, sono niente, questi fiori piccoli, che si aprono
nell’acqua e ricordano la vita che si ritrova nel minimo, nel nulla quasi essenziale.



Alessandro Anil, nato nel 1990, ha vissuto in india fino a sedici anni, a
Santiniketan (West Bengal), frequentando la scuola fondata dal poeta
R. Tagore. Conclude gli studi in Filosofia e Letteratura in Inghilterra.
dal 2013 al 2022 vive in Italia. Esordisce nel 2019 con Versante d’esilio,
Minerva editore, con cui vince il premio Camaiore proposta, il premio
Guido Gozzano, opera prima e il premio Città di Como (terna dei
finalisti). Sempre nel 2019 pubblica insieme a Franca Mancinelli e Maria
Grazia Calandrone, Come tradurre la neve, Animamundi Editore. Viene
inserito nell’antologia Poeti nati negli anni Novanta, Ladolfi, 2020.
Una selezione di sue poesie curate da Milo de Angelis escono per la
rivista «Poesia» di Crocetti, “Poeti di trenta’anni”. Giancarlo Pontiggia
cura un’altra selezione di sue poesie per «Gradiva, international Journal
of Poetry», nella sezione “Nuova poesia italiana”. È ideatore e socio
fondatore di zeugma – Casa della poesia di Roma. Ha tradotto vari
poeti in altre lingue. Per l’iSAS – institute of South Asian Studies, sta
traducendo i Poeti bengalesi nati dopo tagore. Nel 2023 pubblica Terra dei ritorni, Samuele Editore- Collana gialla.
Come drammaturgo e regista ha scritto e diretto To Celebrate the Human
Glory, Dance Once Pray Twice, The Tea Room, Human, Macbeth, The Lower
Depth e Antigone.
dal 2021 è direttore artistico del centro theatre House – Sources – Research Performative Arts, con cui oltre alla direzione
artistica e la formazione professionale, si occupa di educazione e
integrazione nel mondo lavorativo per fasce meno abbienti.