con poesie di Luigi Pirandello, Carlo Levi, Giampiero Neri
Gufi, civette, allocchi, barbagianni, assioli, ovvero i “rapaci notturni” appartengono all’ordine degli Strigiformi. Una minima ricerca etimologica ci fa comprendere il marchio assegnato a gufi, civette & C.. Il nome dell’ordine, infatti, e della famiglia degli Strigidae, deriva dal nome greco del gufo, strix, (στρίξ, con il tema τρίζω che significa “stridere”). I termini latini strix e striga derivano a loro volta dal greco e hanno dato origine all’italiano strega. Come se non bastasse già il ruolo di cacciatori notturni a gettare cattiva luce su questi straordinari uccelli…
In Italia vivono due specie di gufi, il Gufo comune (Asio otus) e il Gufo reale (Bubo bubo), che tratteremo indistintamente. In accordo con la sua fama sinistra, tra gli Egizi il gufo, come la civetta, evocava la morte, il freddo e la notte. Nell’Antico Testamento (cfr. Levitico, 11, 16; Deuteronomio 14,15) era un uccello abominevole di cui era vietato cibarsi ed era emblema degli ambienti desolati. Plinio lo definisce «uccello funebre e di sinistro augurio» e Virgilio (Eneide, IV, 463) ne richiama il «lugubre verso». E via di questo passo fino a farne l’uccello dei maghi neri e finanche un simbolo di Satana, come nella vetrata della chiesa di Saint-Etienne, a Bourges, dove Satana si presenta ad Adamo ed Eva per tentarli nelle sembianze di un gufo dalla testa umana appollaiato sull’Albero della conoscenza.
Non tutto è però volto al negativo, sia per la civetta, come vedremo in un prossimo articolo, che per il gufo, per il quale le impressioni dei poeti, pur dominando l’icona stereotipata ben definita del funesto e del malaugurante, talora hanno accolto figurazioni da vecchio saggio, grazie alla leggendaria capacità di vedere nell’oscurità e alla fissità della postura, come di chi medita. Con i suoi limiti, sentenzia Kahlil Gibran, perché «Il gufo coi suoi occhi notturni, ciechi al giorno, non può svelare il mistero della luce» (Il giardino del profeta, 1933). Sono su questa linea le immagini con cui lo strigide viene rappresentato da Federico García Lorca («Il gufo/ lascia la sua meditazione,/ pulisce gli occhiali/ e sospira.// Una lucciola/ rotola giù dal monte,/ e una stella cade.// Il gufo batte le ali/ e riprende a meditare.» (Stagno) e da Charles Baudelaire ne I Gufi, in Fleur du mal. Questi poeti richiamano la visione positiva, più diffusa nel mondo anglosassone, dove il gufo è l’emblema dello studioso (talora con gli occhialini da dotto) e del saggio. Il poeta parigino ci offre infatti un testo dove gli uccelli «allineati/ come tante divinità esotiche […] meditano […] immobili.» «Baudelaire descrive i gufi immobili come entità pensierose – commenta Marco Mastrorilli[1] – e suggerisce a noi uomini di prenderne esempio senza sprecare le nostre vite ad inseguire ciò che poi il tempo rivelerà inutile e insignificante»: «Tale condotta insegna il saggio/ che si deve temere a questo mondo/ ogni forma di moto e confusione».
E nella poesia italiana? Dove nel linguaggio comune, il termine gufo è usato anche in senso figurato per designare una persona abitualmente di umore tetro e cupo, asociale e misantropa e dove è perfino entrato nel parlato, specie in ambito sportivo-competitivo, il verbo “gufare” cioè portare sfortuna, augurare la sconfitta ed estensivamente il male?
Facile immaginarlo. E confermarlo, pescando qua e là, dal «gufo [che] avvisa nel suo maligno verso» di Luigi Pirandello (Allegre [2]) ai «lung-urlanti gufi» che fanno eco con il loro «profondo tenebroso speco» all’infernale Balaamo del giovane Giacomo Leopardi [3]; all’onomatopeico «pianto di morte…/ chiù… » de L’assiuolo di Giovanni Pascoli [4];assiolo che è in realtà il “cugino minore” del gufo, protagonista di varie liriche otto-novecentesche e che riecheggia con il pirandelliano Chiù. Il quale è però proprio un gufo, circa “coevo” dell’assiolo di Myricae: entrambi i rapaci, per i nostri poeti, non conoscono altro che la diatesi del pianto:
Chiù, di Luigi Pirandello [5]
Che hai fatto? Dimmi, forse perché
sei nato gufo, piangi così?
credi forse che peggio di te
non ci sian bestie, gufo? Ma sì,
ce n’è, ce n’è!
Io ne conosco,
non lì nel bosco – tante ce n’è!
Ma una storia particolare, anzi unica, è quella che viene raccontata da Carlo Levi sul suo rapporto affettivo, mimetico e artistico con il suo gufo Graziadio, ritratto più volte tra i “disegni della cecità”; varie volte, inoltre, nei suoi “autoritratti” lo scrittore torinese ha assunto sintomaticamente le sembianze di un gufo. In un approfondito e dettagliato studio [6], R. Gasperina Geroni approfondisce la singolare e polisemica figura del gufo nella sua evoluzione a cavallo tra gli anni ’40 e ’50 all’interno della prosa, della poesia e della pittura di Carlo Levi. Lo scrittore torinese, nei primi anni ’50 possiede un gufo che decide di chiamare con il suo secondo nome: Graziadio e avvia con l’animale un rapporto speculare per cui l’autore attribuisce a se stesso alcune caratteristiche del volatile. Già nel febbraio del 1946, Levi compone una poesia dal titolo Graziadio che viene successivamente pubblicata nel 1949 su “Il Ponte”, rivista di carattere politico-letterario diretta da Piero Calamandrei. Per evitare una evidente identificazione tra se stesso e l’animale, il titolo della poesia viene tuttavia trasformato, prima della pubblicazione, in un più neutro Il gufo.
Il gufo, di Carlo Levi [7]
Coi grandi occhi trasparenti
neri, per vedere nell’ombra,
stai sotto la lampada e senti
il tempo vuoto che t’ingombra.
Nel tempo vuoto pazienti
misurando angelico l’inferno
al batter rosato dei cigli
di trina, tu, gufo reale.
Ma se apri araldico l’ale
alle sbarre dove ti impigli,
allora tu stringi gli artigli
in un pugno crudele e fraterno

Il gufo di Carlo Levi, sovraccoperta de Il Ponte, anno V, n. 3, marzo 1949
Se in Carlo Levi gli elementi stereotipali del gufo – la “visione nell’ombra” – vengono rielaborati in chiave “autoritrattistica” e simbiontica, la penna precisa di Giampiero Neri introduce prospettive di dettaglio. Gufi reali, per la precisione, sono sia Graziadio che quello punteggiato da Neri. La sequenza Sovrapposizioni, in Teatro naturale, comincia con un mannello di versi dal profilo inconfondibile nei quali vengono ritagliate ed esposte diverse caratteristiche del rapace: gli occhi grandi giallastri, la leggerezza delle piume, l’aspetto filosofeggiante, il verso, ecc. Riportiamo tre frammenti.
Sovrapposizioni, di Giampiero Neri [8]
I.
Piegando indietro la testa, l’ospite imitò il verso di un gufo.
Una nota breve, simile a un abbaiare, a un colpo di tosse.
Aveva una barba rada, gli occhi grandi giallastri.
III.
Il suo nome latino è Bubo, bubo.
Dalla civetta nana al grande gufo reale si muove la filosofica famiglia.
VI.
Del suono kiok, kiok, del verso teck, teck.
Procedono dalla forma originaria, senza mutamenti segnali di un mondo scomparso.
Qualche volta si sente nella notte un richiamo stridulo, una voce alterata
Benvenuti questi sguardi asettici, ripuliti da diffidenze e maldicenze!
E un virtuale appuntamento a tutti per il 4 agosto, “Giornata Mondiale del Gufo”, iniziativa nata nel 2005 con lo scopo di promuovere la conoscenza del rapace notturno, spesso, come abbiamo imparato a vedere anche nell’Arte e nella Letteratura, oggetto di inveterati pregiudizi e riti scaramantici.
Note
[1] Marco Mastrorilli, Introduzione a Gufi e Poeti, Noctua Book, 2021, p. 4
[2] Luigi Pirandello, in Mal giocondo, 1889
[3] Giacomo Leopardi, in Puerili e abbozzi vari, a cura di Alessandro Donati, Laterza, 1924.
[4] Giovanni Pascoli, in Myricae, ed. 1911
[5] La prima apparizione avviene nella Rivista d’Italia, ottobre 1901, col titolo: A un gufo
[6] Riccardo Gasperina Geroni, Il gufo Graziadio e Uccelli di Saba: la temporalità ne L’orologio di Carlo Levi, in Cuadernos de Filología Italiana, 2014, vol. 21, pp. 235-259
[7] La poesia compare anche in Levi (1949: 237), Levi (1993: 69) e Levi (2008: 284)
[8] Giampiero Neri, da Teatro Naturale in Antologia personale, Garzanti, 2022, pp. 63-71
Fotografia in copertina: Gufo comune, Basso Canavese, settembre 2023, foto di Alfredo Rienzi
