La poesia è nel cuore dell’uomo
come la verità è dentro le cose.
La poesia disgiunta dalla verità
è finzione.
(Versi in esergo a “Ritorno a Portonacccio” di Elio Filippo Accrocca)
Ho sollevato il peso dei miei sogni
e son partito per ignote spiagge,
vegliando su povere strade
sostando ai confini del giorno,
dove la terra ha il tonfo delle grida
dove la luce è abisso di memorie.
*
La terra che racchiudo sotto i passi
reclama una speranza. Si fa giorno
ogni attimo alla vita che ritorna.
Ma la mia fronte non sa più pregare
se non la terra nuda che calpesto.
*
Sono attaccato a questa mia maceria
che un po’ di vento basta a trascinare
a gelidi silenzi, ad abbandoni
d’incontenibili ansie. Il mio segreto
lo porto chiuso in me come la luna
si porta appresso
la sua disperata bianchezza.
*
Quando ciascuno avrà preso
la propria stagione e una donna,
sui lastricati cresceranno fiori
che noi non conoscemmo a primavera.
Allora s’apriranno le mimose
degli anni consumati senza amore.
*
Ferrovia numero cinque
È lucida la strada
che va da Portonaccio alla campagna.
Un rapido che passa
sotto le ruote dei carretti (è questo
il ponte che conduce…)
mi dice l’ora esatta. Sezionare
un merci (“ferrovia numero cinque”)
è un giuoco di pennello.
Poi un locomotore
si muove trascinando
il treno del pittore.
Resta il binario dietro un capannone
di smistamento, resta
il foglio vuoto, un poco di sgomento.
*
Altro colore sulle mura, l’occhio
non ha pianure, un segno del dialetto
mi ravviva le immagini. La fuga
delle viti al riparo di colline,
una cava di pietre fra gli olivi
fanno ricordo come un soprannome.
Ma qui s’impara a vivere, la strada
è un libro aperto, i vicoli non sono
ciechi come si dice. Nel quartiere
vive un paese d’uomini che hanno
da raccontare come in una storia
i casi della vita. San Lorenzo
dentro le mura ha un volto di famiglia.
I veicoli hanno un greto ove si specchia
ogni giorno la cava del mio cuore.
Chi mi salva è l’amore delle piazze.
(…)
Nell’aria recintata dei palazzi
intatta è conservata la sua immagine.
San Lorenzo ha sofferto col mio cuore.
I suoi vivi e i suoi morti hanno lasciato
in me una strada aperta. Il mio paese
è qui dove tra i vicoli odi il grido
ambulante degli uomini che hanno
venduto la speranza, ultimo fiore.
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Scopri le cose: luce, ombra. Resta
sopra il colore l’occhio già turbato.
Vasta la superficie del tuo sguardo…
Elio Filippo Accrocca è nato a Cori, nel Lazio, il 17 aprile 1923. È vissuto per vent’anni nel quartiere Romano di San Lorenzo, fino al bombardamento del 19 luglio 1943 che distrusse la sua casa. Per altri dieci anni ha poi abitato nella zona di Portonaccio, insieme ad alcuni amici pittori.
“La poesia di Accrocca è la più refrattaria a farsi attanagliare in regole che non siano quelle reclamate dalla propria ispirazione”, scriveva Ungaretti nella prefazione a Portonaccio. “È, la sua, una voce di estrema tenerezza davanti alla terribilità degli eventi, voce di una tenerezza quasi silenziosa per la sua intensità di commozione davanti a inermi povere cose, a poveri esseri travolti.”
Morirà l’11 marzo 1996 a Roma.
Fotografia dal web
