Poesie di Vittorio Sereni: prima parte

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Sono qui proposte alcune poesie tratte dal volume Vittorio Sereni. Tutte le poesie (Mondadori collezione Lo Specchio, 2023). Come introduzione alle poesie selezionate ho riportato piccoli estratti dal testo Avvertenza dell’editore, collocato proprio all’inizio del libro. Vista l’importanza di Vittorio Sereni all’interno del panorama poetico italiano e considerata la personale ammirazione verso il poeta, proporrò, in data da definire e sempre su questo blog, altre poesie tratte dallo stesso volume.

(da Avvertenza dell’editore)

Il volume intitolato Tutte le poesie, oggi riproposto nella sua interezza in occasione del quarantennale della scomparsa di Vittorio Sereni, apparve per la prima volta nel 1986, a tre anni di distanza dalla sua morte.
Poeta di soli quattro libri,<< funzionario>> di poeti secondo la celebre definizione di Gian Carlo Ferretti, Sereni ha inteso dare alla sua opera una fisionomia unitaria, imprimendole un sigillo definitivo verso la metà degli anni Sessanta, in quella stagione che prende avvio con la pubblicazione delle prose de Gli immediati dintorni (1962) e che culmina con l’uscita del terzo, fondamentale libro di poesia: Gli strumenti umani (1965). (…)


Spetta alla figlia Maria Teresa,”Pigot”, il merito di aver fissato per prima, con la scelta delle edizioni da riprodurre in Tutte le poesie, il canone testuale di Sereni: dei primi due libri, Frontiera (1941) e Diario d’Algeria (1947), scelse di riproporre le ultime versioni sorvegliate dall’autore e pubblicate a ridosso dell’uscita de Gli strumenti umani; ai primi anni Sessanta, stando alle datazioni degli autografi, risalgono altresì le prime poesie confluite nell’ultima raccolta, Stella variabile (1981), della quale decise di registrare le correzioni appuntate a penna dall’autore in vista di una nuova edizione. È la conferma, o forse l’ennesima riprova, che quel torno di tempo costituisce un passaggio obbligato per quattro decenni di poesia. (…)

Da Frontiera

LE MANI

Queste tue mani a difesa di te:
mi fanno sera sul viso.
Quando lente le schiudi, là davanti
la città è quell’arco di fuoco.
Sul sonno futuro
saranno persiane rigate di sole
e avrò perso per sempre
quel sapore di terra e di vento
quando le riprenderai.

*

PAESE

Era questo l’augurio: camminare,
o frusciante di passi nella sera,
nell’oscura tua folla che trascorre
all’ombra fedele dei morti.

Ma tu ti neghi
e monotono ti chiudi
in prati grami d’inverno,
in disperate brughiere
che salgono verso il confine.

Da Diario d’Algeria

Solo vera è l’estate e questa sua
luce che vi livella.
E ciascuno si trovi il sempreverde
albero, il cono d’ombra,
la lustrale acqua beata
e il ragnatelo tessuto di noia
sugli stagni malvagi
resti un sudario d’iridi. Laggiù
è la siepe labile, un alone
di rossa polvere,
ma sepolcrale il canto d’una torma
tedesca alla forza perduta.

Ora ogni fronda è muta
compatto il guscio d’oblio
perfetto il cerchio.

Saint-Cloud, agosto 1944

Da Gli strumenti umani

VIA SCARLATTI


Con non altri che te
è il colloquio.


Non lunga tra due golfi di clamore
va, tutte case, la via;
ma l’apre d’un tratto uno squarcio
ove irrompono sparuti
monelli e forse il sole a primavera.
Adesso dentro lei par sempre sera.
Oltre anche più s’abbuia,
è cenere e fumo la via.
Ma i volti i volti non so dire:
ombra più ombra di fatica e d’ira.
A quella pena irride
uno scatto di tacchi adolescenti,
l’improvviso sgolarsi d’un duetto
d’opera a un accorso capannello.

E qui t’aspetto.

*

LA SONNAMBULA

<<Niente come l’inverno
di mezza montagna
dice che l’inverno finirà
niente come il gallo alpestre
nella voragine del canto
distanzia la città, propaga
da qui a laggiù un visibilio di valli.
Nel sonno dei corpi ti sento
avvicinarti al mio sonno:
nel tunnel smanioso prendi me,
ragazza viziata che tu salvi
sul punto di farsi viziosa,
da ogni mio gesto per te, anche il più basso,
cogli su me queste rose di rupe.
Ci aspetta una città con la sua primavera.
Non sai che città,
che primavera ti preparo…>>

*

LA SPIAGGIA

Sono andati via tutti –
blaterava la voce dentro il ricevitore.
E poi, saputa: – Non torneranno più -.

Ma oggi
su questo tratto di spiaggia mai prima visitato
quelle toppe solari… Segnali
di loro che partiti non erano affatto?
E zitti quelli al tuo voltarti, come niente fosse.


I morti non è quel che di giorno
in giorno va sprecato, ma quelle
toppe di inesistenza, calce o cenere
pronte a farsi movimento e luce.
             Non
dubitare, – m’investe della sua forza il mare –
parleranno.

Da Stella variabile

QUEI TUOI PENSIERI DI CALAMITA’

e catastrofe
nella casa dove sei
venuto a stare, già
abitata
dall’idea di essere qui per morirci
venuto
– e questi che ti sorridono amici
questa volta sicuramente
stai morendo lo sanno e perciò
ti sorridono.

*

AUTOSTRADA DELLA CISA

Tempo dieci anni, nemmeno
prima che rimuoia in me mio padre
(con malagrazia fu calato giù
e un banco di nebbia ci divise per sempre).

Oggi a un chilometro dal passo
una capelluta scarmigliata erinni
agita un cencio dal ciglio di un dirupo,
spegne un giorno già spento, e addio.


Sappi – disse ieri lasciandomi qualcuno –
sappilo che non finisce qui,
di momento in momento credici a quell’altra vita,
di costa in costa aspettala e verrà
come di là dal valico un ritorno d’estate.


Parla così la recidiva speranza, morde
in un’anguria la polpa dell’estate,
vede laggiù quegli alberi perpetuare
ognuno in sé la sua ninfa
e dietro la raggera degli echi e dei miraggi
nella piana assetata il palpito di un lago
fare di Mantova una Tenochititlán.


Di tunnel in tunnel di abbagliamento in cecità
tendo una mano. Mi ritorna vuota.
Allungo un braccio. Stringo una spalla d’aria.


Ancora non lo sai
– sibila nel frastuono delle volte
la sibilla, quella
che sempre più ha voglia di morire –
non lo sospetti ancora
che di tutti i colori il più forte
il più indelebile
è il colore del vuoto?

https://it.wikipedia.org/wiki/Vittorio_Sereni