(Con poesie di Luca Egidio, Maria Borio, Antonio Riccardi, Giorgio Caproni, Rosita Copioli)
Il Fagiano (Phasianus colchicus[1]) è un Galliforme; ordine che accoglie sul territorio italiano diverse specie sia domestiche o ornamentali – come, in primis, il Gallo (Gallus gallus)[2], il Tacchino, il Pavone[3] – che selvatiche, come la Quaglia, le Pernici, la Starna.
In Italia, il Fagiano si presenta come un ospite illustre ma al contempo ambiguo del nostro paesaggio, un uccello che incarna perfettamente il concetto di “esotismo naturalizzato”. Infatti, pur essendo oggi una presenza familiare nelle nostre campagne, la sua storia è quella di un viaggiatore venuto dall’Oriente, importato in Occidente dai Greci e poi dai Romani non tanto per ammirarne il piumaggio – fastoso nel maschio, anonimo e mimetico nella femmina, come in diversi Galliformi (es. Pavone e Gallo stesso) – quanto per il pregio delle sue carni, che lo resero protagonista indiscusso dei banchetti imperiali e medievali e che ancora oggi ne fa, non invidiabilmente, specie di interesse venatorio.
Uccello strettamente stanziale, il fagiano non compie migrazioni: una volta stabilito il proprio territorio, tende a frequentarlo per l’intero ciclo vitale, spostandosi appena di pochi chilometri per la ricerca di cibo o di un partner. Nonostante l’origine asiatica, la straordinaria plasticità ambientale — che gli permette di occupare habitat dalle zone costiere fino ai 1.000 metri di quota — lo ha reso un elemento integrato del nostro ecosistema. Tuttavia, la sopravvivenza di molte popolazioni resta subordinata a una corretta gestione del territorio e alla presenza di corridoi ecologici, vitali per garantire spostamenti sicuri tra i frammenti di macchia vegetale
In Italia la sua distribuzione è pressoché ubiquitaria in tutto il Centro-Nord, dove trova l’habitat ideale nel mosaico ambientale composto da campi di cereali alternati a siepi, boschetti ripariali e incolti, che offrono il necessario riparo dai predatori e siti sicuri per la nidificazione a terra[4], mentre verso il Sud e le isole la sua presenza si fa più frammentaria e localizzata.
Popolazione e distribuzione sono però pesantemente ed innaturalmente condizionate dalle politiche di ripopolamento a fini venatori: una pratica che sposta l’equilibrio da una dinamica puramente ecologica a una dinamica “artificiale” o controllata. Ogni anno, in Italia, vengono immessi sul territorio milioni di individui provenienti da allevamenti specializzati. Per creare la cosiddetta “pronta caccia” (animali pronti per essere abbattuti subito dopo il rilascio) o tentare di ricostituire popolazioni in aree dove la specie è in declino, si stima che vengano rilasciati tra i 2 e i 4 milioni di capi all’anno!
È proprio in questo scenario di sovraffollamento programmato che càpita che Mino Petazzini riferisca: «Anche nelle periferie delle città, come accade a Bologna, non credo sia insolito vedere, nel periodo che precede l’apertura della caccia, fagiani un po’ spaesati che si aggirano nei campi, ai bordi delle strade e persino in qualche ampia rotonda tra l’area urbana e la campagna[5]» e adduca a testimonianza un testo diretto e, per questo aspetto, particolarmente interessante di Luca Egidio:
Causalmente – avverbio di Luca Egidio[6]
I fagiani quando ero piccolo
dice il signore in autobus
(che era piccolo parecchi anni fa)
non erano in giro
dovevi andare a cercarli
come il mio povero babbo
che andava a caccia
e me li ricordo
quando li portava a casa
e li teneva per il collo
che penzolavano
e la mia povera mamma
li spennava nella vasca da bagno
ora invece li trovi nei giardinetti
appena c’è un poco di prato
e senti quel loro verso sgraziato
e sai cosa penso?
le cose stanno cambiando davvero
se prima dovevamo andarli a stanare
e ora stanno quasi in cortile.
In cortile o «nel campo / tra il magazzino di lamiere e il sole» scrive Maria Borio o, ancora avvistati «in un cimitero» nello splendido componimento liminale da Antonio Riccardi:
Casale sul Sile di Maria Borio[7]
– Guarda un fagiano – dice – nel campo
tra il magazzino di lamiere e il sole.
Il nulla del Nord, la nebbia
nella testa mentre il mezzo procede,
si va al lavoro
meccanicamente e senza cuore.
Avvenne
quando per tutto il giorno cercai
di isolarmi e solo respirare
verticale e non ascoltarli mai
nelle loro paure e sterminate pretese;
finalmente dimenticata
il sonno mi fu sopra zitto e fondo
come la mano del mare.
da Tre fagiani di Antonio Riccardi[8]
In un giorno di luce equatoriale
nel cimitero di Cattabiano
ho visto tre giovani fagiani
cercare l’ombra tra le tombe.
[…]
I tre fagiani impauriti da me
o dai morti che stavano sotto
ancora desiderosi della luce
di questo mondo inferiore
chiamavano
voltandosi al bosco impenetrabile
un futuro per quei morti.
Nella mescola della loro vita
non ancora pronti per volare
ma non più bisognosi di cure
fragili e forti, fianco a fianco
i fagiani
andavano sui morti di sotto
mormorando alla penombra
all’intrico della macchia verde
una querimonia oscura.
Fagiani e caccia. Binomio inscindibile, lasciatemi dire: purtroppo! Caccia e fagiani. Le nature morte con fagiano sono quasi un tòpos nella storia della pittura , a sancire il ruolo sacrificale del gustoso (dicono!) e coloratissimo volatile. Chissà se uno dei cacciatori più famosi della poesia del Novecento, il Franco cacciatore di Giorgio Caproni, si sia anch’egli imbattuto in un fagiano? Certamente sì; ma lo sguardo di un grande poeta, anche in questo caso, osserva l’altro lato del tappeto e dissolve il confine tra cacciatore e preda attraverso uno scambio di ruoli metafisico, dove l’incertezza dello sparo e della caduta suggerisce che l’atto del cercare (e dell’uccidere) coincida con la perdita di sé::
Il fagiano di Giorgio Caproni[9]
Cercavo «il fagiano».
O, forse, era «il fagiano»
a cercar me?
La mano
esitava.
Sparai.
Forse sparò lui. O un altro.
S’io caddi (chi cadde),
non l’ho saputo mai
Il poeta livornese aveva già incontrato il fagiano in un suo testo compreso in Il muro della terra (1975), intitolato Ottone, comune situato nella media val Trebbia, sull’Appennino ligure, dove – per tornare alla distribuzione dell’uccello – «(raro) il fagiano appare / nel bosco». Questo verso richiama uno dei tratti distintivi della sua presenza nella nostra tradizione poetica recente, legata allo sguardo, all’istante dell’incontro fugace o del frullo d’ali improvviso che rompe il silenzio.
Così Antonio Prete scrive di «Un fagiano, l’improvviso sfrascare / il volo verso la linea dei lecci» e Rosita Copioli ribadisce come «capita / che si alzino di colpo, con quelle grida / o solo con un grande rumore di ali»:
Fagiani di maggio di Rosita Copioli[10]
In maggio, tra i sentieri e le siepi,
i fagiani nascondono i nidi,
non sono molto furbi, se un contadino
sparge il mais seguono i chicchi
fino ai campi, dove ci sono le reti,
o uno schioppo, incontrollabile.
Se tu passi tra i sentieri
d’erba alta, odorosa, capita
che si alzino di colpo, con quelle grida
o solo con grande rumore di ali
sventagliante come di feltro che schiocchi.
La cosa più bella è stata la fuga
subito davanti al tuo passo
di tre fagianini e della madre. La fagiana
andò volando verso mare. I tre piccoli
saltando verso monte, nella siepe.
Ognuno per sé. Né la madre
pensò alla covata.
Lei sapeva perché.
Una poetica dell’istante, quindi, slegata da un forte simbolismo o dal ricorso allegorico e metaforico. Un approccio che ha fornito uno spunto decisamente “basso” e antilirico a Wallace Stevens per la sua celebre definizione della poesia che, non più rappresentata dalla verticalità salvifica dell’Allodola[11] e dalla melodia struggente dell’Usignolo[12], viene paragonata a «un fagiano che scompare nel sottobosco[13]».
In conclusione, ci si sarebbe potuti aspettare che l’estetica così marcata del maschio – un’esplosione araldica di tinte ramate, iridescenze verdi e una coda lunghissima che pare quasi un attributo regale o cerimoniale – che lo ha anche reso, nel tempo, un simbolo di lusso e vanità e che concorre all’impatto visivo potesse essere – come per il Pavone – un attributo di maggior rilevanza, per i poeti. Questi ultimi, considerati i testi reperiti, si sono invece orientati su aspetti più esistenziali o materici, privilegiando il rumore improvviso dell’ala, lo spaesamento urbano o la fragilità di una preda sempre in bilico tra la vita e il colpo di uno schioppo. I poeti hanno scelto di pedinare il fagiano nel suo habitat orizzontale, tra i muretti dei cimiteri o i magazzini di lamiera, lasciando, in definitiva, ai pittori il ruolo principe di ammiratori del bel piumaggio. Purtroppo, un piumaggio che la storia dell’arte ci ha consegnato troppo spesso morto.
[1] colchicus fa riferimento alla Colchide, corrispondente all’attuale Georgia occidentale, situata sulle rive del Mar Nero. Secondo la tradizione, fu proprio da questa terra che i Greci, e in particolare gli Argonauti, prelevarono il fagiano per introdurlo in Europa.
[2] In Italia (e in tutto l’Occidente), il Gallo e la Gallina (Gallus gallus domesticus) non sono mai esistiti come specie selvatica autoctona, ma sono stati introdotti dai Fenici e dai Greci tra il VII e il VI secolo a.C.. Il progenitore selvatico dei nostri polli domestici — il Gallo comune dorato (Gallus gallus) — vive tuttora allo stato brado nelle giungle del Sud-est asiatico. Il dato che può impressionare, da ornitologo, è quello relativo alle stime fornite da LIPU e ISPRA: in Italia sono presenti circa 100 milioni di esemplari di uccelli selvatici (appartenenti a tutte le specie), una popolazione complessiva inferiore a quella della sola specie di Galliforme d’allevamento (polli da carne e galline ovaiole) che, secondo i dati ISMEA e della Banca Dati Nazionale (BDN) dell’anagrafe zootecnica al 31 dicembre 2024, ammontava a 134 milioni. Questo squilibrio numerico rende ragione del perché, nonostante l’importante simbolismo del Gallo, non io non abbia in previsione su di esso alcun articolo de “La lingua degli uccelli”.
[3] Cui ho già dedicato l’articolo XXVII della serie: “Il Pavone, quando troppa bellezza può essere mezza bruttezza”.
[4] l Fagiano comune (Phasianus colchicus) predilige posizioni protette dalla vegetazione, muovendosi spesso in zone di transizione o “di margine” piuttosto che nel fitto del bosco o nel centro esatto di una radura. Sebbene sia un uccello prevalentemente terrestre, come molti Galliformi è in grado di volare, pur limitandosi a tratti non superiori a qualche centinaio di metri in situazioni d’emergenza. Un verso interessante nella poesia Dorina di Giorgio Orelli (in Tutte le poesie, Mondadori, 2015) — «(già qualche fagiano / andava in pianta)» — descrive, con precisione terminologica ornitologica e venatoria, l’atto di prepararsi alla notte al sicuro dai predatori terrestri, raggiungendo con brevi voli verticali la protezione dei rami.
[5] Mino Petazzini, La poesia degli animali.3, Luca Sossella Editore, 2024, p. 427.
[6] Luca Egidio, Definizioni, annotazioni e qualche dubbio, Bohumil edizioni, 2016.
[7] Maria Borio, Verticale, Collana Gialla Pordenonelegge, Lietocolle, 2015.
[8] Antonio Riccardi, Tormenti della cattività, Garzanti, 2018.
[9] Giorgio Caproni, Il franco cacciatore, Garzanti, 1982.
[10] Rosita Copioli, Le acque della mente, Mondadori, 2016.
[11] Alfredo Rienzi, La lingua degli uccelli (II) – L’allodola è la Poesia, bottega portosepolto, 11 maggio 2023.
[12] Id., La lingua degli uccelli (IV) – L’usignolo, il principe notturno dei cantori, bottega portosepolto, 13 luglio 2023.
[13] «Poetry is a pheasant disappearing in the brush» in Wallace Stevens, Adagia, in Opus Posthumous: Poems, Plays, Prose, a cura di S.F. Morse, Alfred A. Knopf Ed., 1957.
Immagine di copertina: Archibald Thorburn (1860-1935) – Due fagiani ai margini della foresta
