Cinzia, intanto grazie di aver accettato questa intervista per i lettori di Bottega PortoSepolto, sei una voce importante e molto prolifica della nostra poesia, la tua ultima raccolta si intitola “Il solstizio dei sentieri” (Carta Canta 2024), sei attivissima nella scrittura ma anche come divulgatrice culturale.
La poesia direi che per te è quasi un’esigenza fisiologica, ricordi il momento esatto in cui hai capito che la parola poetica sarebbe stata il tuo strumento d’elezione per leggere il mondo?
Laura, intanto grazie a te per questa intervista. La prima domanda mi fa tornare in mente molti ricordi, mi fa tornare indietro nel tempo. Quando ero giovane – diversi anni fa – la scrittura era ciò a cui mi dedicavo più volentieri, avrei voluto fare la giornalista, e scrivevo in prosa: racconti brevi, storie, riscritture di biografie di autori. Allora non pensavo ancora alla poesia come espressione di un mio modo di pensare, di sentire. Mi piaceva leggerla, questo sì, anche grazie a un’insegnante che trasmetteva la sua passione per il genere, ma non ero pronta a scriverla. Poi, quasi per gioco, partecipai a un concorso e scrissi i miei primi versi, una poesia dedicata alla donna, manco a dirlo. Il testo piacque e fu premiato. Passò del tempo. Ogni tanto buttavo giù qualche verso, ma niente di significativo. Ripensando a quei testi, oggi, mi viene da sorridere: quanta ingenuità nel credere che potessero definirsi poesia. Eppure qualcosa aveva attecchito dentro di me. Ebbi voglia di conoscere gli strumenti della poesia, di capire l’uso della metrica, della retorica, della stilistica. Cominciai a forgiare qualcosa di più simile al genere ma, o erano testi troppo ragionati, troppo costruiti oppure non avevano il contenuto che mi ero prefissata di realizzare. Poi, un evento, non dirò quale, mi tenne sveglia per diversi mesi e nelle notti insonni nacquero i miei primi veri versi, le mie prime poesie. Fu come una rinascita del modo di sentire le cose, un nuovo battesimo di parole e la poesia si palesò con tutta la sua forza, diventando esperienza. Posso dire che fu lei a cercarmi, a venirmi incontro, a dare quiete alla mia angoscia. Da lì sono partita e ho continuato.
In molte tue opere, come Ero Maddalena o Maria e Gabriele, emerge una forte attenzione alle figure femminili e al sacro. Cosa ti spinge a indagare queste icone e come le attualizzi attraverso la parola?
Le figure femminili, per lo più afferenti alla dimensione del sacro, quelle che hanno attraversato la mia poesia, le ho sentite come archetipi da cui partire per analizzare gli stati d’animo, per confrontarsi con il mondo stesso, connettendole con i fatti e gli avvenimenti del quotidiano, della vita contemporanea che ci scorre accanto, a volte ferendoci, altre volte rendendoci indifferenti. Maddalena, e qui mi ripeto, mi ha cercata e mi ha trovata. Lei, la Maddalena di fede, ha voluto che raccontassi la mia versione della sua storia, ha voluto che la mettessi in relazione con una Maddalena di vita, che evidenziassi le loro similitudini e le loro differenze, che spiegassi con immagini forti e con una lingua potente come ci si può salvare dalla violenza, che mai si placa, contro la donna, portando a esempio la sua salvezza avvenuta grazie a un Gesù rivoluzionario, che l’ha resa portatrice della lieta novella. Di Maria di Nazareth, invece, avevo letto tanti testi che la descrivevano prima e dopo l’annuncio, e mi era rimasto impresso il suo essere ragazza comune, promessa sposa, donna mortale che si affaccia alla vita… una di noi, insomma. Fino a un certo punto. Da cristiana, ho creduto alla sua fede, alla sua obbedienza, all’accettazione del suo destino, vissuto non come una costrizione, ma come una gioia fino alla nascita di quel figlio; ho pensato alla sua condizione di madre che accetta e che accoglie, paragonandola alle tante madri che, allo stesso modo, accettano e accolgono un figlio malato, drogato, carcerato… ho paragonato la figura della donna all’accoglienza, all’accoglienza di una madre. La poesia mi ha aiutato a scrivere questo percorso di accettazione e di confronto con l’Arcangelo, con Dio, con la fede e la speranza, con il destino di quel figlio tanto amato. Perché la poesia può tutto, può anche profanare i muri di una mancanza, e riempirne i vuoti.
La tua poesia è stata definita “fortemente scenica” e hai collaborato spesso con attori importanti come Ivano Marescotti, che ruolo gioca l’oralità e la dimensione performativa nel tuo modo di intendere il verso?
Amo tantissimo l’oralità della poesia. Se fossi nata in un’altra epoca penso che sarei stata un trovatore, o un aedo, forse un cantastorie. La messa in scena, la drammatizzazione dei testi, pur senza essere un’attrice – per carità, non ho nessuna formazione in merito – mi restituisce una grande soddisfazione. Credo che anche questo modo di sentire i testi, che hanno bisogno di una loro musicalità per poter essere letti al meglio, mi provenga sempre da quella stessa insegnante a cui accennavo sopra. Lei ci recitava, ovviamente a memoria, interi capitoli della Divina Commedia, e poesie di autori che studiavamo ed era affascinante quel suo modo di interpretarle, di presentarcele. A me è rimasto impresso, ed ha probabilmente accentuato una predisposizione che già avevo e che ho coltivato. Alcuni anni fa, prima della sua scomparsa, frequentava la nostra casa di Bologna, mia e di mio marito, l’attore Raoul Grassilli al quale proponevo le mie poesie per una lettura. Mi ha dato molte indicazioni che si sono rivelate utilissime: dove posare gli accenti, quando evidenziare una parola, quando allungare una pausa, come collegare una parola di fine verso a una di inizio del successivo… vere lezioni di interpretazione che, ancora oggi, ricordo. Con Marescotti invece fu un’avventura incredibile. Gli proposi di leggere, a proposito del poemetto Maria e Gabriele, la parte dedicata a Gabriele mentre io avrei letto quella di Maria. La lettura avvenne in una chiesa di Bologna e, ricordo ancora le sue parole, mi disse che non avrebbe mai pensato in vita sua di interpretare il ruolo di un Arcangelo… la chiesa era pienissima, e fu un momento emozionante, molto forte… il suo Gabriele era quasi sensuale nell’accostarsi alla giovane donna, a Maria, o meglio, la sua voce profonda forse lo rese così, creò quest’intenzione… ci fu un po’ di tumulto il giorno dopo, tra le signore sedute sulle panche di quel luogo sacro, si disse che lo avevano profanato, che avevamo osato dissacrare il momento dell’Annunciazione… sorrido oggi, ripensando a questo episodio, perché penso che se una lettura è capace così tanto di smuovere sentimenti, questo non è solo per il modo di leggere, che pure conta, ma anche per la potenza del contenuto… sottolineo che in quei testi non c’era niente di blasfemo o dissacrante, solo l’amore che a volte deborda dai sentieri prestabiliti e s’incontra su altri più impervi.
Oltre che poetessa, sei, come abbiamo detto, un’attiva divulgatrice., Penso al bellissimo Festival “Populonia in Arte” o al ciclo “Un thè con la poesia” al Grand Hotel Majestic di Bologna che è diventato un punto di riferimento letterario per la città, com’è nata l’idea di portare la poesia in un contesto così elegante e apparentemente “fuori dal tempo”? Ti aspettavi una risposta così calorosa da parte del pubblico?
L’attività della mia associazione, fondata ormai da dodici anni, si sviluppa intorno all’organizzazione di eventi che integrano le varie arti anche se, di base, è sempre la poesia l’arte che privilegiamo. Dunque dodici anni fa, appunto, presi un appuntamento con il direttore del Grand Hotel Majestic e gli proposi l’organizzazione del ciclo di appuntamento Un thè con la poesia. Ovviamente non avevo idea se la proposta sarebbe stata accolta, non conoscevo il direttore, non sapevo cosa ne avrebbe pensato. Da allora ad oggi, ogni anno, abbiamo ripresentato la proposta che, se pure con vari aggiustamenti e non senza qualche contrasto, è stata sempre accettata. Ogni tanto mi è venuta l’idea di cambiare luogo, di trasferire l’iniziativa altrove ma alla fine dei conti, valutando tutto, ho sempre deciso di rimanere. Non si tratta affatto di un luogo “fuori dal tempo” ma di un luogo che ha vissuto “nel tempo” confrontandosi con la cultura, l’arte, la bellezza e che è sede di prestigiosi eventi ospitati in sale affrescate dai Carracci, dove sono stati alloggiati, e tutt’ora alloggiano, personaggi che hanno fatto e che fanno la storia del cinema, del teatro, della musica, dello sport… nella sala dove viene ospitato il nostro evento venne allestita la prima mostra futurista al mondo, un’estemporanea di una notte, voluta da Marinetti con artisti del calibro di Balla, Boccioni, Morandi… tanto per dire. Il pubblico ci ha sempre seguiti, con punte di grande partecipazione, perché apprezza quell’ora e mezza di immersione totale nella bellezza, dove la poesia torna nella sua sede naturale, nei salotti dov’è nata.
Presiedi da tempo l’associazione “EstroVersi”. Qual è la missione principale di questa realtà e come cerca di avvicinare i non addetti ai lavori al linguaggio poetico contemporaneo?
La missione di EstroVersi è senz’altro quella di avvicinare la gente alla poesia, e in specie a quella contemporanea che davvero pochi conoscono. Ho sempre pensato che se riesci a porgere quest’arte in modo gentile, educato, competente ed empatico sei sicuramente sulla buona strada per raggiungere un importante risultato. Quest’anno, in aggiunta a questo, stiamo realizzando un ulteriore obiettivo. Da un anno e qualche mese, in qualità di autrice e di presidente di Estroversi, mi reco settimanalmente presso il reparto di Oncologia Femminile dell’Ospedale Sant’Orsola di Bologna, per incontrare le pazienti e proporre loro letture di poesie e condivisione di pensieri intorno ai temi che, di volta in volta, affronto. La poesia non può certo sostituirsi alle terapie mediche di cui il fisico necessita, specie in questi frangenti, ma può supportare il carico emotivo trasformando quei momenti di cura e/o di attesa in momenti per riflettere su altro. Nel corso del tempo, da parte delle pazienti stesse è nata l’esigenza di provare a confrontarsi ancora di più con la poesia.
Per questo motivo, e in accordo con il Majestic, abbiamo pensato di coinvolgere le pazienti oncologiche nella partecipazione gratuita al ciclo di appuntamenti mensili del Thè con la poesia, regalando loro momenti culturali, al di fuori del contesto ospedaliero. La partecipazione è stata straordinaria e molto gradita. E questa è la più grande ricompensa.
Nella tua rubrica “Missione Poesia” del sito culturale AltriItaliani, analizzi e presenti il lavoro di altri autori. Quali sono i criteri che guidano la tua selezione e cosa cerchi oggi in una “voce” poetica nuova?
La rubrica Missione Poesia, ospitata dal sito culturale italo francese Altritaliani, è nata in contemporanea con l’iniziativa del Thè con la poesia, per gratificare gli autori partecipanti anche con una recensione al loro libro. Dopo i primi cinque anni avevo raccolto già oltre ottanta articoli e, grazie alla Casa Editrice Puntoacapo, pubblicai un’antologia di recensioni dal titolo Ritratti di Poeti. Oggi, a distanza di altri sette anni da quella data, credo che le recensioni superino di gran lunga la cifra di duecento: un’impresa titanica, mi verrebbe da dire, e un po’ folle perché esercitata in modo assolutamente volontario e gratuito. Tuttavia, lo scrivere dei libri degli altri poeti è senz’altro un modo efficace di conoscere la loro poesia, che mi consente di esplorare il panorama poetico nazionale contemporaneo piuttosto ampiamente, se pure non certo in maniera esaustiva. La selezione coincide con quella degli autori partecipanti agli incontri. Ma un’altra selezione effettuo, invece, quando scelgo gli autori per la collana di poesia under40 Cleide, che curo per la Casa Editrice Minerva, insieme ad Alessandro Anil. Nei libri di questi giovani autori, alcuni dei quali alla prima esperienza di pubblicazione, cerco la musicalità del testo, il ritmo che si raccordi con la ricerca delle parole e la profondità dei contenuti. Cerco una poesia che parli dal cuore del poeta al cuore del lettore e che mi canti le gesta degli uomini, la loro complessità, testimoniando il mondo in cui viviamo.
Hai scritto anche opere parodiche, come Incontriamoci all’Inferno., una parodia dei personaggi della Divina Commedia, un lavoro importante, la poesia può essere anche gioco, parodia, divertimento?
Credo di non essermi mai divertita tanto come nel tempo in cui mi sono dedicata alla stesura di Incontriamoci all’Inferno, un’opera che mi ha dato grandi soddisfazioni e, tutt’ora, continua a darmene, soprattutto quando la porto nelle scuole. Già dalla modalità linguistica scelta per questo lavoro, il vernacolo toscano, si intuisce che la volontà è quella di coinvolgere il letture in una dimensione ironica del testo, siamo di fronte a una rilettura scanzonata ma serissima dell’opera del Poeta, un omaggio gradito dal grande pubblico – il libro, che ha anche diverse illustrazioni di Maurizio caruso, ha avuto varie ristampe, e una nuova edizione ampliata con nuovi personaggi -, è stato promosso nelle scuole medie di primo e secondo grado e perfino nelle primarie, rappresentato e drammatizzato in diverse situazioni istituzionali o meno. Gianfranco Lauretano, prefatore del libro, dice che: “L’opera di Dante Alighieri, soprattutto la Commedia, ha sempre ispirato (e forse sempre ispirerà) una varietà sorprendente di letture e approcci. Ciò rivela probabilmente l’essenza della poesia e della parola stessa dell’uomo che, quando è vera, si mostra inesauribile e offre una possibilità infinita di rilettura. Il taglio scelto da Cinzia Demi è quello dell’interpretazione demitizzante; la seriosità della Commedia (ma ancor più facilmente di certi miti danteschi creati dalla critica e dalla pedante lettura scolastica del poema) viene via via smantellata dalla lettura ironica e realistica dell’autrice […] A ben guardare, però, i racconti in versi di questa poetessa non tolgono proprio nulla a Dante. Anzi, aggiungono qualcosa. La visione ironica, infatti, è una possibilità in più dell’intelligenza, uno sguardo distaccato ma non distanziato, la ricerca di una visione integrale di un fatto o un’opera che non escluda nulla e che, proprio nel distacco, è pronta a tutte le suggestioni e persino ai suggerimenti di verità che dall’oggetto stesso possono giungere.” Non potrei essere più d’accordo. Del resto la poesia ironica, giocosa, le e parodie sono sempre state usate per raccontare la verità dei fatti, e sono state un vero e proprio genere letterario molto utilizzato, ad esempio, dai giullari di corte, per rivelare il gradimento o meno del popolo per i loro sovrani… ma anche per infierire sui nemici, o canzonare qualcuno di indesiderato, pensiamo a Cecco Angiolieri e alla sua Si fossi foco, ad esempio. Quindi sì, anche con l’ironia, si può costruire senz’altro poesia.
Hai affermato in un’intervista che “la poesia ha bisogno del contatto con la realtà”. In un’epoca dominata dal digitale e dall’istantaneità, come può la poesia mantenere questo legame senza diventare un esercizio solipsistico?
Ma la poesia è in continuo contatto con la realtà, con le nostre esperienze di vita, con ciò che ci fa sentire vivi e umani, non macchine o elementi virtuali. Io non credo che l’I.A. soppianterà l’uomo e il suo modo di fare arte, in specie di scrivere poesia, proprio perché a questa non è concesso il contatto con la realtà. La poesia segue le tracce dell’umanità che vive le proprie esperienze, che affronta il sentire ancora con il sorriso o con le lacrime, non finge cose che non ci sono, è onesta, come diceva Saba, o almeno dovrebbe esserlo: non so dire se sia così per tutti coloro che si definiscono, o che vengono definiti, poeti. Certo, non si può negare la prorompente attività de social, del digitale, dell’immediatezza provocata da un’immagine, da un linguaggio secco, asciutto, diretto e breve; così come non si può negare l’efficacia di una comunicazione che raggiunge subito, nell’immediato, migliaia di persone in un unico messaggio: e questo ha un suo innegabile valore, una sua inevitabile efficacia. Ma la poesia è altro: è pensiero, meditazione, introspezione, è ricerca di linguaggio, formulazione di immagini con le parole, sacralità e responsabilità di gesto. Tutto questo non si potrà perdere a favore di nessun altro modo di relazionarsi col mondo.
Nella tua ultima raccolta “Il solstizio dei sentieri” scrivi: “sei tu il mio quadro/ variegato sull’amore/ il mistero che l’accoglie/ lo stupore esagerato” sono versi molto belli e di grande intensità, che potrebbero essere anche una definizione di cosa rappresenti la poesia. Quanto la parola mistero e la parola stupore si intrecciano nel tuo modo di rapportarti alla scrittura e a ciò che alla scrittura domandi?
I versi che citi sono versi che parlano d’amore, di un amore umano… ma potrebbero essere dedicati anche all’amore per la poesia. E all’amore si legano sempre il mistero e lo stupore. Il mistero della vita ma anche quello dell’incontro che ti permette di innamorarti, degli sguardi che preludono al sentimento, dei gesti che esprimono desiderio… È tutto un mistero, se ci pensiamo, il capire perché avviene tutto questo, perché siamo predisposti all’amore. Poi c’è l’incantamento che è ancora più forte, e che riguarda tutte quelle situazioni in cui si genera lo stupore. Chi sa stupirsi rimane incantato da ogni cosa che genera bellezza, che riesce a suscitare emozione. Ecco io chiedo alla poesia di intrecciare il mistero e lo stupore, di fare in modo che chi scrive prima e chi legge dopo, sia in grado di cogliere la necessità del mistero e di apprezzarla, e che sia in grado di stupirsi di fronte alle meraviglie che incontra nel suo cammino. Solo chi ha gli occhi colmi di stupore, occhi che sanno cogliere il valore di un mistero, magari preso anche dal quotidiano e non solo da un fatto straordinario, saprà scrivere la migliore poesia e tenersi cara questa dote.
Ringraziandoti del tempo che ci hai dedicato ti pongo un’ultima domanda, guardiamo al futuro: quali sono i prossimi progetti di Cinzia Demi, sia come autrice che come organizzatrice di eventi?
I progetti, grazie a Dio, non mancano: intanto prosegue la rassegna di Un thè con la poesia così come sopra detto, con tantissimi poeti che interverranno anche per tutto il 2026; il Festival Piombino in Arte (già Populonia in Arte) è arrivato a festeggiare, quest’anno, la sua decima edizione, quindi a luglio daremo prova di un’altra grande manifestazione. Poi ci sono tante idee di relazioni con associazioni internazionali, ma anche con case editrici nazionali e internazionali, per costruire nuovi intrecci poetici e non solo. Rispetto alle mie pubblicazioni: sta per uscire una breve antologia di miei testi (presi dalle varie raccolte) in versione bilingue, italiano-inglese; è appena uscita una nuova traduzione di Ero Maddalena, in lingua romena; sto lavorando per raccogliere tutti gli articoli pubblicati sui numeri della rivista cartacea Menabò, di cui sono caporedattrice, e farne un libro, con alcune parti ancora inedite. Il percorso esplorato riguarda: La lingua italiana attraverso la poesia. Dal Manzoni ai giorni nostri (con un prologo sull’800). Al momento non so di preciso quando sarà pronta quest’ultima opera, la cui lavorazione è molto complessa. E poi sto aspettando che la poesia torni a cercarmi. Da quando mio padre si è ammalato e poi se n’è andato, ormai sono passati due anni dalla sua scomparsa, è come se dentro di me si fosse alzato un muro che blocca il passaggio della scrittura poetica. Sento che avrei molto da dire, anche su questa esperienza, ma non riesco a parlarne. Il dolore è ancora troppo grande. Ma, sono certa, che quando sarà il momento la poesia si farà sentire, e che riprenderò a scrivere. Il tempo che scorre e l’attesa sono la migliore fucina di elaborazione poetica.
Cinzia Demi, Laurea Magistrale in Italianistica, nata a Piombino vive a Bologna. Dirige con Alessandro Anil la collana Cleide (Minerva), cura la rubrica Missione Poesia, Altritaliani, è capo redattrice della rivista Menabò (Terra d’Ulivi), collabora con l’annuario L’anello critico (Capire Edizioni). Pubblicazioni con Pendragon, Prova d’Autore, Raffaelli, Fara, Puntoacapo, Carteggi Letterari, Minerva, Interno Libri, Gradiva, Ab Art Kiadò, Editura Eikon, CartaCanta, Kult Editura, L’Hamattan, Ideea Europeana, Terra d’Ulivi. Poesia: Il tratto che ci unisce, Incontri e Incantamenti, Ero Maddalena; Maria e Gabriele. L’accoglienza delle madri; Nel nome del mare; La causa dei giorni, Il solstizio dei sentieri, L’erba più verde (antologia, edizione biligue italiano-inglese). Prosa: Ersilia Bronzini Majno. Immaginario biografico di un’italiana fra ruolo pubblico e privato; Voci prime. Tra parodia e poesia: Incontriamoci all’Inferno; Caterina Sforza. Una forza della natura fra mito e poesia. Antologie (curatela): Tra Genova e Livorno: il poeta delle due città. Omaggio a Giorgio Caproni; Amori d’Amare; Ritratti di poeta. È tradotta in inglese, francese, romeno, ungherese, arabo, spagnolo, greco, albanese ed è traduttrice per la Puntoacapo e per Terra d’Ulivi. Tra i riconoscimenti: 2019, Académie Mihai Eminescu Craiova: Médaille pour ses mérites dans la diffusion de la culture universelle e Prix Special pour l’excellence de sa création; 2020, Nomina a membro titolare de l’Académie Tomitane di Costanza; 2021, Premio Inter.le Camaiore a Corpo impossibile di Attila F. Balás, da lei tradotto; 2021, Premio Narrativa INPS per Voci Prime e video su Rai Cultura Letteratura; conferito nel 2025 Premio Orpheus Texts Book of the year 2024, assegnato per Il solstizio dei sentieri (Capire edizioni); nel 2026 nomina a membro onorario di Mongolian Accademy of Culture and Poetry. Dal 2023 fa parte della prestigiosa giuria del Premio Internazionale Camaiore-Francesco Belluomini. E’ Presidente dell’Associazione EstroVersi dal 2014 per la quale organizza eventi di rilievo sul territorio nazionale, tra i quali si ricordano: Un thè con la poesia, Bologna; Festival Piombino in Arte.
Sito Web: http://www.cinziademi.it
