A tu per tu (XX): Federico Preziosi

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Qual è il seme da cui è germinata la tua poesia?

Posso certamente individuare un accadimento cruciale, che ha permesso alla poesia di sbocciare nella mia vita. È una storia un po’ misteriosa, non saprei stabilire con esattezza se il seme era già dormiente dentro me oppure la dimora della germinazione è stata una persona in carne e ossa. Di una cosa sono certo: nulla sarebbe cominciato senza l’incontro con Armando Saveriano nel 2012, il mio Maestro Amico, che ha lasciato la vita terrena nel 2022.

Quale la sua genesi nel tempo?

Sicuramente avevo maturato negli anni dell’adolescenza e della giovinezza un legame col poetico attraverso i testi delle canzoni, i film, i romanzi. Il mio interesse era focalizzato innanzitutto sulla musica, ma ho sempre pensato che le altri arti potessero ispirare attraverso forme o questioni estetiche. La poesia per me era una sospensione sul tempo, in grado di esprimere l’accezione più profonda della natura umana. Eppure non praticavo la scrittura poetica, quasi non ne leggevo, anche se ho sempre riconosciuto potesse offrire prospettive differenti sul mondo, poco allineate con la visione comune, ma mai per pretesto. Armando Saveriano, invece, è stato determinante perché mi ha insegnato, in un momento della vita in cui non riuscivo più a esprimermi musicalmente, che la lingua può andare oltre la comunicazione, talvolta generare un vero e proprio cortocircuito linguistico lasciando il campo all’azione dell’inconscio, come soltanto i suoni a me tanto cari riescono a fare. Sono magneticamente attratto dall’ineffabile, per me la perfezione viene raggiunta nel dire fuoriuscendo dal senso. È il momento esatto in cui ci si sente toccati dalle parole, ma non se ne comprende la ragione, e non se ne può dare una spiegazione razionale.
Si dice che quando Beethoven venne interrogato sul significato dell’incipit della celebre Quinta Sinfonia, avrebbe risposto: «Così batte il Destino alla porta». Ma cosa significa in termini musicali? Come si riconosce in musica il Destino? Allo stesso modo in poesia, quando Montale scrive in Le occasioni: «Lo sai: debbo riperderti e non posso», si rende, con perentoria ineluttabilità, la consapevolezza di dover perdere nuovamente qualcuno (un amore in questo caso) e di volersi sottrarre, al tempo stesso, al proprio Destino, ossia all’orientamento della finitezza. Per questa ragione l’arte è dilemma in quanto tentativo di fuga dal Destino e dalla propria ineluttabilità. Vi è uno slancio determinato dalla cognizione della fine della vita terrena che si affida all’arte con l’intento di trasmettere ed estendere l’integrità dell’essenza umana nei secoli. In questi termini, sia l’incipit di Beethoven che quello di Montale possono intendersi come sospensioni, le stesse di cui parlavo in apertura di questa intervista, che preludono a uno sviluppo sempiterno, poiché l’energia creativa fa atto di fede nella propria trasformazione, non nelle interpretazioni razionali del gesto artistico.

Quali i poeti che negli anni hai sentito più affini alla tua sensibilità?


Ho già citato Eugenio Montale, ma direi che per ragioni musicali hanno avuto un enorme impatto sulla mia scrittura Amelia Rosselli e Giorgio Caproni. La prima ha fatto delle proprie ossessioni un ritmo e del corpo un’estensione del dolore; il secondo possiede quella musicalità immediata determinata dalle rime in apparenza più banali, che solo i grandi poeti sanno dominare con perizia. Della poesia internazionale, in linea col mio amore rosselliniano, non posso non citare Sylvia Plath e le sue sanguinolenti visioni. Poi ci sono i russi, come restare indifferenti alla potenza di Majakovskij o alla fiducia ostinata della parola di Mandel’stam? Negli ultimi anni, il conflitto russo-ucraino mi ha portato anche a scoprire i versi di alcuni autori ucraini sconosciuti fino a poco tempo fa in Italia. Sono grato ad Alessandro Achilli e Yaryna Grusha, loro sono i miei eroi perché hanno tradotto le voci di Poeti d’Ucraina (Mondadori 2022), un’antologia che sul piano spirituale mi parla e mi interroga come nessun altro libro in questi anni. Non so ancora spiegarlo, ma credo che i versi di autrici come Viktoria Amelina, Iryna Shuvalova e Iya Kiva riescano a farsi largo dentro me perché intrisi di questa follia attuale che rappresenta la guerra non solo in Ucraina, ma in tutto il continente, in un eventuale allargamento del conflitto. Nel panorama ucraino ci sono molte donne di grande talento letterario, stanno facendo un lavoro straordinario di cui si parla poco: imprimere un indirizzo svincolato dall’egemonia russa. Non ci sono solo le donne, ma la battaglia dell’indipendenza culturale mi sembra principalmente affidata a loro. La scrittura femminile è per me una sublime fascinazione e quella ucraina è una declinazione potente e attuale. Sul piano stilistico, invece, sento di avere un’ammirazione per Aleksandr Kabanov, russofono ucraino, anomalia per eccellenza di questo panorama. Non esiste persona più curiosa e defilata in questo contesto, la sua visionaria sovversione della propaganda e il suo sarcasmo salvifico sono decisamente intriganti. Probabilmente vengo attratto dalle sue parole perché Kabanov non è semplicemente testimone e resistente dei tempi odierni: i suoi atti poetici dimostrano che le lingue non sono proprietà dei dittatori di turno, ma sanno essere, in determinati contesti, scelte identitarie anche molto scomode. La lingua russa, com’è noto, ha avuto grande penetrazione in Ucraina, ma per ovvie ragioni politiche vive una forte decadenza nel Paese. Sentirsi ucraini da russofoni rappresenta una forma di resistenza nella Resistenza, un’eccezionalità che trovo poetica in sé proprio perché lancia la sfida fondamentale a un regime che pretende di avere il monopolio su tutto ciò che è il mondo russo, comprese le sue peculiarità storiche, letterarie e, naturalmente, linguistiche. Sono questioni che hanno forgiato il mio stare al mondo ben prima del 24 febbraio 2022, perché anche i miei versi sono pieni di contraddizioni e si nutrono di zone grigie e fattori di eccezionalità. Del resto ho cominciato a scrivere vivendo fuori dall’Italia, è probabile che viva la poesia come una forma di resistenza personale.

Ti ritrovi nella riflessione, trascritta di seguito, di Giacomo Leopardi?

“Felicità da me provata nel tempo del comporre, il miglior tempo ch’io abbia passato in mia vita, e nel quale mi contenterei di durare finch’io vivo. Passar le giornate senza accorgermene, parermi le ore cortissime, e maravigliarmi sovente io medesimo di tanta facilità di passarle.
(Giacomo Leopardi, Zibaldone, 4417-18, 30 novembre 1828)

È necessario intendersi sul valore da attribuire a ciò che si considera come il miglior tempo. Se il punto di partenza è il giorno in cui ho comincio a praticare la scrittura, probabilmente la risposta è sì: la poesia è una grande scoperta e non può che generare meraviglia nel far emergere delle sensazioni nuove. Ricordo il periodo in cui ho composto Variazione Madre: attraversavo degli stati mentali in cui venivo pervaso da un elemento femminile che avverto insito nella mia personalità. Era un momento di istinto puro, delle emozioni fortissime si impadronivano di me con gioia quasi violenta. La scrittura di quel periodo era un’esplosione, tutta concentrata sull’immedesimazione nel corpo femminile. Ho anche provato dolore, ogni rosa che si rispetti vuole le sue spine del resto, ma nel complesso vivevo con grande euforia il momento, era come incontrare e accogliere delle nuove parti della mia persona finalmente libere.
Quando ho composto Messa a dimora, invece, ho cambiato passo. Il verso ha perso la propria impronta magmatica e si è fatto più asciutto e algido. È stata un’esperienza ancora più viscerale nella stesura: guardavo il cielo, gli alberi, la neve, la terra, e i versi si materializzavano all’improvviso. Eppure Messa a dimora ha rappresentato la “separazione” da Variazione Madre e rimane, sul piano autoriale, il momento più doloroso della mia produzione. Un dolore che sono riuscito a mitigare con L’uomo qui assente, dove l’immedesimazione nel femminile trova una nuova collocazione e la parte maschile mostra il proprio distacco. Nell’accettazione ho trovato un equilibrio e una consapevolezza mai avute nella vita. Eppure, tornando alla citazione di Leopardi, è davvero questo il miglior tempo che abbia passato in vita mia? Se penso all’esperienza e alla serenità raggiunte in questi anni, sicuramente posso dire che la scrittura ha coinciso col miglior tempo. Se, invece, penso alla vita che ho vissuto in precedenza, provo nostalgia della mia adolescenza, dei tempi in cui suonavo, della sala prove e dei concerti, del suono che mi avvolgeva come liquido amniotico. Ho nostalgia dei tempi dell’Erasmus, dove il mondo sembrava aperto come non mai e la mia Europa era una festa di scambi, viaggi, culture da incontrare. La mia personalità artistica e umana, indipendentemente dagli esiti, è sfaccettata, non si mostra dedita soltanto alla parola. In conclusione, non posso dire di essere tra quelle persone che vive per la scrittura, mi considero piuttosto tra quelle personalità che, attraverso la poesia, vivono un’altra vita. Pertanto, è davvero questa la sede del mio miglior tempo?















Federico Preziosi è nato ad Atripalda (AV) nel 1984, ma vive in Ungheria, a Budapest, dove lavora in una multinazionale, ha messo su famiglia e collabora con l’Istituto Italiano di Cultura. In passato è stato un musicista rock, ha suonato il basso in alcuni gruppi, tra cui Slow Motion Genocide. In seguito al suo trasferimento in Ungheria, ha trovato sbocco nella poesia, pubblicando tre sillogi poetiche, Variazione Madre (Controluna 2019), Messa a dimora (Controluna 2023), L’uomo qui assente (Delta 3 Edizioni 2025).
Insieme ad Armando Saveriano, è fondatore della Comunità Poetica Versipelle, per la quale conduce su YouTube le trasmissioni “La parola da casa” e “Poesie di guerra e di pace”; scrive per le riveste online Readaction Magazine e exlibris20, con quest’ultima cura anche la rubrica “La poesia della domenica” su Instagram. I suoi versi sono stati tradotti in rumeno e in ungherese.

Bibliografia

Variazione Madre, Controluna – Lepisma floema 2019
Messa a dimora, Controluna – Lepisma floema 2023
L’uomo qui assente, Delta 3 Edizioni 2025