(Con poesie di Fabio Pusterla, Gabriella Sica, Erika Signorato, Azzurra D’Agostino, Luigi Bressan)
Il Cormorano comune (Phalacrocorax carbo) è un uccello acquatico (di mare, laghi e fiumi) di grandi dimensioni, appartenente all’ordine dei Suliformi e alla famiglia dei Falacrocoracidi – presente in tutti i continenti – che, in Italia[1], annovera anche due altre specie piuttosto simili: il Marangone dal ciuffo (Gulosus aristotelis) strettamente rivierasco e il più piccolo Marangone minore (Microcarbo pygmaeus) che frequenta acque dolci e paludi particolarmente della Pianura Padana orientale e dell’Adriatico.
È conosciuto anche come “corvo marino”, per il piumaggio quasi interamente nero, dai riflessi metallici bluastri o bronzei, e un becco robusto terminante a uncino, perfetto per afferrare prede scivolose come i pesci di cui si nutre copiosamente[2].
Negli anni ’70 la specie era ridotta ai minimi termini a causa della persecuzione e per l’uso di pesticidi come il DDT. In Italia, la presenza era limitata a pochissime coppie nidificanti, principalmente in Sardegna. Nell’ultimo mezzo secolo il Cormorano ha invece vissuto una rinascita demografica straordinaria – con colonizzazioni anche delle acque interne[3] (laghi, fiumi) – grazie alla protezione legale e alla grande disponibilità di prede nei bacini d’acqua dolce. Le tensioni con il settore della pesca e dell’acquacoltura ha trasformato la gestione della specie da “protetta” a “controllata” con l’attuazione di piani di dissuasione e abbattimenti selettivi autorizzati per bilanciare la biodiversità e le attività umane.
Nel canone letterario e simbolico occidentale, sia per l’aspetto cupo che per la grande voracità, il Cormorano ha goduto spesso di una fama ambivalente, se non apertamente negativa, già a partire dagli ambiti biblici[4] e nella letteratura classica. John Milton, in Paradise Lost, sceglie proprio la forma di un cormorano per Satana, che si apposta sull’Albero della Vita per spiare Adamo ed Eva:
At one slight bound [Satan] high overleaped all bound
[…]
Thence up he flew, and on the Tree of Life,
The middle tree and highest there that grew,
Sat like a Cormorant; […][5]».
Questa immagine ha cristallizzato per secoli l’idea del cormorano come osservatore sinistro, simbolo di intrusione malefica o, con l’avvicinarsi via via a una modernità più pragmatica, come simbolo di avidità[6], divenendo nel linguaggio figurato epiteto per individui, un’organizzazioni o sistemi che consumano risorse in modo massiccio, insaziabile e talvolta distruttivo. Ben lungi dal considerare che l’eleganza idrodinamica dell’animale e l’efficienza predatoria, deleteria per i predati, sono, dall’altro lato, qualità primaria per il predatore.
Il Cormorano (come il Marangone), pur essendo presenza costante del paesaggio costiero italiano, non entra nel canone della grande poesia italiana del primo Novecento. Questa “invisibilità” poetica di un uccello così plastico e ieratico è di per sé un dato critico molto interessante: forse era considerato troppo “rozzo”, troppo legato al mondo della pesca o troppo “nero” per i gusti del tempo? Sta di fatto che, quando viene accolto nelle poesie, vengono privilegiate alcune sue peculiari caratteristiche fisiologiche e di comportamento, che si accompagnano a quella del pescatore vorace[7]. Infatti, a differenza di molti altri uccelli acquatici, le piume del Cormorano si bagnano profondamente, riducendo la resistenza che l’aria delle piume offre alla galleggiabilità: così compie immersioni di straordinarie velocità e profondità (anche oltre i 10 metri), ma, a causa di una ridotta capacità respiratoria, deve eseguire la predazione in tempi rapidi, risalendo entro 30-40 secondi dall’apnea. Le piume però necessitano di essere asciugate a terra ed è questo che spiega l’immagine iconica, quasi “araldica”, dell’uccello fermo su uno scoglio o un ramo con le ali spiegate ad asciugarsi. In questa posa viene ritratto da Fabio Pusterla («è il momento di schiudere le ali […] lentamente si asciuga» e, in qualche modo, da Gabriella Sica («immobile mormorante / grondante»):
Cormorano di Fabio Pusterla[8]
Lestamente risale dai fondali,
lestamente si muove. Il cormorano
riemerge lungo i fili delle alghe, e con un guizzo
è già fuori: come nuovo, polito nel suo nero
e la pupilla virata su un altrove. Adesso
è il momento di schiudere le ali, di innalzarsi
sull’acqua, spruzzando, come in un canto
eventuale. Ma prima, cos’ha visto
o sentito nel profondo, e quali ombre
sinuose ha cercato di carpire con l’uncino del becco,
col sifone del collo? E a quali cavi o reti
ha saputo sfuggire?
Lentamente si asciuga, lentamente
più tardi proverà a spiccare il volo.
(Ma non per questo in paesi lontani
i pescatori lo legano a una corda
prima dell’immersione.
E no, non sono liberi i poeti.)
Airone e cormorano di Gabriella Sica[9]
Milano gelida sotto la neve
è più elegante che mai da lontano
come il bianco ammaliato airone
nel grande silenzio
nello sfolgorio del sole.
Prova amara s’abbuia
sul Tevere di rovine fango e fato
come il cormorano immobile mormorante
grondante da ore di pioggia
nero e tenace nella luce.
Nelle piume la memoria materiale
in attesa di prendere il volo
come pure nelle menti delle persone
aprire le ali
errare lontano dal chiaro disastro.
Se Gabriella Sica contrappone al nero Cormorano l’Airone (in rappresentanza di Roma e di Milano) il contrasto col bianco Gabbiano – altro uccello con cui, risaliti entrambi dal mare, il Cormorano condivide le acque interne, in questo caso quelle del Po – mi ha ispirato alcuni versi nel testo eponimo della raccolta Custodi ed invasori del 2005[10].
Il “Cormorano” che nel lungomare di Trieste Erika Signorato descrive in un testo evocativo, rarefatto e metapoetico ci pone, invece, un quesito ornitologico: viene osservato un Cormorano comune (Phalacrocorax carbo) o il similare Marangone dal ciuffo (Gulosus aristotelis)? Ma prima leggiamo la poesia:
Scritture di Erika Signorato[11]
eppure di tanto inchiostro
non lo ricordavo il mare,
è durato un attimo
poi l’argento a spandersi
sul filo delle ondine, chiome
alla nudità del crepuscolo
e subito un cormorano, giù
a raccogliere gli abissi, risalire
il nero, trascinarlo, le ali
a versare il manto, il disincanto
– avanza la notte sullo scoglio –
non lo ricordavo proprio il mare
di tanto inchiostro a segnarmi,
a togliermi la luna, a confondermi
bianco il foglio, il tuo volto, il verso.
(Trieste, lungomare a Barcola)
Il quesito e il dubbio sorgono dal fatto che la costiera dell’alto Adriatico è tra gli areali tipici delle colonie stanziali di Marangoni, nonché dal dato che con questo termine vengono in quelle aree indicati indistintamente anche i cormorani[12]. Proprio nella costiera triestina mi occorse di osservare e fotografare, in stagione invernale, “il solito” Cormorano: solo al riesame delle immagini mi avvidi che si trattava di un Marangone dal ciuffo! Infatti, sebbene a prima appaiano come specie molto simili, il Cormorano comune (Phalacrocorax carbo) e il Marangone dal ciuffo (Gulosus aristotelis) differiscono, oltre che per le dimensioni (apertura alare fino a 150 cm per il primo, sotto i 120 cm per il secondo), per il “ciuffo” e per la macchia di pelle nuda bianca o giallastra alla base del becco e sotto la gola esclusiva del Cormorano. Il Phalacrocorax ha un piumaggio che tende al nero-brunastro con riflessi bronzei, mentre il Gulosus vira spesso verso un verde bottiglia metallico. Entrambi possiedono occhi spettacolari: verde smeraldo nel primo, giada intenso e quasi fosforescente nel secondo. In questo contesto di predazione efficiente, l’aggettivo «docili» usato da Azzurra D’Agostino – quasi un ossimoro per questi ingordi[13] pescatori – risuona come una magnifica licenza poetica su cui poggia l’intero componimento:
(Il buio riempie le conchiglie) di Azzurra D’Agostino[14]
Il buio riempie le conchiglie,
unisce i grani della sabbia chiude
gli occhi docili dei cormorani.
Stanno a galla le stelle nell’acqua nera
stropicciate nelle pozze, negli scoli.
Abitare qui è fatica. La fragile domanda,
lo scuro. Tutto questo è fatica.
Nel durissimo del nome solo ci è concesso
di stare. Non distogliere lo sguardo.
Attendere. Non muoversi. Non cercare.
Luigi Bressan, poeta del Nord-Est, nato in provincia di Padova e friulano d’adozione, che ha all’attivo opere nel dialetto d’origine e in italiano, racconta l’apparizione spettrale di stormi dalle «nere penne» che, in una terra arida e priva d’acqua, rievocano antiche paludi. I volatili sono colti nel gesto tipico di battere i becchi e dimenarsi, quasi a voler forzare la solidità del suolo per immergersi in un tuffo impossibile:
Fiaba di Luigi Bressan[15]
La notizia della neve era derisa
benché le sere covassero uova livide
I pochi bambini giocavano tutti insieme
spostandosi con gli stormi senza veglia
Gli adulti non avevano motivi per uscire
Uno che per caso si trovava a rientrare
disse d’aver avvistato i cormorani
Molti convennero che simili uccelli
non s’erano mai mostrati in quella zona
Del resto sapevano che mancava l’acqua
che mai quei pescatori vi potevano campare
Dettero comunque dei dolci ai ragazzini
per stare allerta e tornare a riferire
Gli animali avevano formato un circolo
intorno alla plaga più deserta e arida
Un vecchio si ricordò d’un tempo raccontato
in cui vi si stendeva una palude
[…]
I bimbi trovarono i letti freddi
come se a rassettarli fosse stata la luna
In quel chiarore restavano involti
con le lenzuola per tutto il dormiveglia
Da un buio all’altro rividero le nere penne
picchiare i becchi in terra e dimenarsi
quasi fossero sul punto d’immergersi
[…]
L’indomani mostrava lo spessore
del tempo solido e grigio e dappertutto uguale
Nessuno aveva voglia di guardare
Nessuno aveva voglia di parlare
Gli insoliti uccelli erano scomparsi
I piccoli non uscirono a giocare
Bressan coglie perfettamente la natura del Cormorano come animale “di profondità”. Il fatto che i volatili tentino di immergersi nel terreno secco accentua la dimensione onirica e quasi tragica della lirica. Il sintagma «nere penne» richiama il piumaggio scuro – e la figurazione tetra – che abbiamo analizzato prima, ma qui assume un’ulteriore valenza simbolica legata all’ignoto e al presagio (le «uova livide»).
In conclusione, anche se solo in parte, e con i limiti di una certa “invisibilità” nella poesia italiana moderna e contemporanea, osservare con la lente della poesia significa restituire a questi uccelli una dignità che va oltre la semplicistica voracità, collocando il Cormorano e il Marangone nel confine sottile tra l’efficienza spietata del predatore e l’enigma di una presenza che pare non concedersi né alla superficie delle acque né allo sguardo, neppure a quello dei poeti.
[1] Il Cormorano comune è diffuso in tutti i continenti, ad eccezione dell’America del Sud, dove si ritrovano altre specie di cormorani. La maggior parte dei cormorani che svernano in Italia – da ottobre a marzo – proviene dalle colonie danesi, olandesi e tedesche.
[2] Diversi studi (es. Rivista Piemontese Studi Naturali, 18, 1997: 241-247) dimostrano un fabbisogno pro capite/die di 300-700 gr. di pesce ed è nota la spiccata predilezione per i bacini d’allevamento ittico. In passato ciò ha determinato una forte pressione venatoria, ma attualmente la specie è protetta e le popolazioni sono in aumento, con la tendenza a colonizzare anche le acque interne e i bacini fluviali.
[3] Nell’area fluviale di Torino, città dai tre fiumi (Po, Dora Riparia e Stura) e dai vasti parchi fluviali, la presenza del Cormorano è diventata abituale a partire dai primi anni Novanta, ospitando popolazioni provenienti dalla Danimarca. Oggi nel tratto urbano del Po è presenza comune.
[4] Nel Levitico (11:17), nel Deuteronomio (14:17) sono elencate le specie “in abominio” e di cui non nutrirsi. Tra queste vi è lo shalak (שלך), il cui etimo deriva dalla radice che significa “scagliare”, “gettare giù” o “tuffarsi”. Molti traduttori antichi e moderni hanno identificato lo shalak con il Cormorano proprio per la sua tecnica di caccia: un uccello che si “scaglia” in acqua per catturare il pesce. A seconda della versione si ritrova “smergo”, “pescatore”, “gufo pescatore” o “cormorano”, come nella Nuova Diodati. L’associazione “cormorano = impuro” si è consolidata nella cultura occidentale soprattutto grazie alla Vulgata di San Girolamo (la traduzione in latino che ha dominato per oltre un millennio), che rese shalak con mergulus (piccolo tuffatore/smergo), termine che nel Medioevo veniva comunemente sovrapposto al Cormorano.
[5] John Milton, Paradiso perduto, Libro IV, vv. 181, 194-196: «Con un leggero balzo [Satana] scavalcò tutti gli altri […] / Da lì volò in alto, e sull’Albero della Vita, / L’albero centrale e il più alto che cresceva lì, / Si sedette come un Cormorano; […]».
[6] Honoré de Balzac, in Illusions perdues (1837-1843), trad. da M.G. Porcelli per Garzanti, 2012, usa il termine sistematicamente per descrivere gli speculatori: «[…] les cormorans de la librairie» o «de la Bourse»; Victor Hugo (Les Travailleurs de la mer (1866); I lavoratori del mare, trad. di U. Petracco, Mondadori, 2010) dedica al Cormorano riflessioni in odore di giudizio morale: «Le cormoran, c’est le ventre.» (Il cormorano è il ventre).
[7] «Nel suo cranio ronza incessante / la macchina sterminatrice del dinosauro, immutata nel programma»: così Ted Hughes, in Un rivale, nella raccolta Diario di Moortown, da Poesie, trad. di M.S. Gwyneth Lewis, Mondadori, 2008.
[8] Fabio Pusterla, Argéman, Marcos y Marcos, 2014.
[9] Gabriella Sica, Poesie d’aria, Interno Libri Edizioni, 2022.
[10] «[…] hanno indossato forme non sospette custodi ed invasori: / gabbiani dalle ali di crocifisso / conoscono le segrete distanze nel cavo della sfera / cormorani dal volo che si chiude / e si dilata all’inviolabile ora senz’ombra e senza luce.» (Alfredo Rienzi, Custodi ed invasori, Mimesis-Hebenon, 2005; Arcipelago itaca, 2024).
[11] Erika Signorato, La memoria del sale, puntoacapo, 2025.
[12] “Marangone”: «nei secoli passati furono spesso così chiamate le persone allenate a lavori subacquei (come i palombari e i sommozzatori), tuffandosi in mare allo stesso modo che gli omonimi uccelli si tuffano per catturare i pesci; oggi tale etimologia è stata messa in discussione con validi motivi», da Treccani.online.
[13] l’aggettivo non vuole, ovviamente, rivestirsi del senso moraleggiante usato per gli umani, ma per oggettive concordanze tra l’etimo (dal latino tardo ingurgitare, da gurges, gurgitis – vortice, abisso, gola) e le caratteristiche alimentari del Cormorano che – a differenza di altri uccelli che spezzano la preda – inghiotte il pesce intero, sottovalutando a volte le reali dimensioni della preda rischiando la morte per soffocamento: è un fenomeno documentato, sebbene non frequentissimo, che ne esaspera nell’immaginario collettivo la fama di animale “ingordo” oltre ogni limite biologico.
[14] Azzurra D’Agostino, D’aria sottile, Transeuropa, 2011.
[15] Luigi Bressan, Quando sarà stato l’addio?, Il Ponte del Sale, 2007.
Immagine di copertina: Cormorani comuni sulla riva del Po a Sassi-Torino, Settembre 2020. Foto di Alfredo Rienzi.
