Commento a margine (XXV): Paola Ballerini

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Paola Ballerini, la vita che si versa (Animamundi 2025, postfazione di Daniele Piccini)

eppure qualcosa è accaduto
nell’ultimo tempo
se hai imparato a ricevere il mondo
senza sospetto
qualcosa si è aperto anche per me
ho compreso quello che mi hai insegnato
per sottrazione –
l’attraversamento che lascia
i passi senza direzione

*

tu mi hai insegnato
le virtù della distanza
quanto l’eremo sia questione
di sopravvivenza

*

come in un tempio
andiamo in questo bosco
nel campo di forze
della quiete

ogni passo una preghiera

ogni pensiero si stacca
cade a terra senza rumore
la vita nella nervatura
di una foglia
leggera di non durare
nella venatura della pietra
il silenzio ci tiene nel suo ventre
respiro dopo respiro

*

a volte si tratta di mettere
l’infanzia al sicuro
nella lingua – lo spazio
dove cominciano
la forza e la destinazione

l’immaginazione esce dalla bocca
come una nuvola d’inverno

*

mentre siamo cuciti a punti larghi
di presenza e bordi lenti
si apre una porta di quiete
il silenzio diventa preciso
spalanca una promessa
dentro la stanza

la mattina presto
anche nel corpo si fa alba







Dal corpo, la parola, versa l’alba nella stanza, anteriore benedizione del ricordo entrato piano dove è luce il frammento caduto tra i margini della porta aperta sull’intonazione della vita attraversata per sottrazione sin dove a restare suono è il sobbalzo del silenzio, vibrazione e pronuncia di mancanze rimaste come a rimanere sono gli istanti aperti sulla lingua del mistero, pacatezza di un continuo inverno orlato dentro al sostantivo di ogni chiarore rivelato quale grammatura di un fruscìo d’aria penetrato nella credenza di tutti gli sguardi amati, intesi e carezzati sul firmamento del bosco percorso dall’acqua che dal soffitto ne decalca la presenza nel suo sempiterno fluire; custodita preghiera nella nervatura / di una foglia. Paola Ballerini ha respiro nella delicatezza delle minute trazioni del costato, nella perfetta rifrazione d’onda avvenuta nell’infanzia delle cose, nel sottovoce agli angoli del proprio intorno quotidiano levigato sulla proda del pensiero quale necessaria appartenenza a una esperienza linguistica attenta all’odore del vuoto ma che nel vuoto ravvicina quella consapevolezza che implode la sintassi perpendicolare al verso concepito nella direzione di una atmosfera temporale, come dirsi oggetto e soggetto di una promessa mantenuta dentro la piegatura di una nuvola intraducibile sulla fragilità di un refolo visuale al cigolio di gesti trattenuti dalla memoria delle mani; eppure la direzione percorsa ha destino nella concreta funzione del linguaggio quale atteso movimento volto a significare il tempo, e senza fretta affiancarsi espressione di un orizzonte in tensione nella venazione dell’ombra da un intimo luogo trasposta sulla filata schiena del nominare, malgrado il precipizio, senza rumore.








Paola Ballerini è nata a Firenze, dove vive. È autrice di due raccolte poetiche: Nell’arcipelago cresce l’isola (2009; premio clanDestino opera prima), e Dentro l’iride radici (2014). Un’anticipazione di questo suo libro è apparsa sulla rivista “Poesia” (n. 19, 2023), con un’introduzione di Daniele Piccini.










Fotografia in copertina di Manuela Dimartino