Mariella Mehr, Ognuno incatenato alla sua ora (Einaudi 2014, traduzione di Anna Ruchat)
Ancora ti prospera il fogliame intorno al cuore
e una fresca presa di sale
impregna il tuo sguardo.
Di me nessuno vuol sapere,
di chi io sia la spezia
e di quale amore la durata.
Spesso canta il lupo nel mio sangue
e allora l’anima mia si apre
in una lingua straniera.
Luce, dico allora, luce di lupo,
dico, e che non venga nessuno
a tagliarmi i capelli.
Mi annido in briciole straniere
e sono a me parola sufficiente.
Effimero, mi dico,
perché presto cesserà ogni annidare,
e scorre via il resto di ogni ora.
Dir blüht noch Laub ums Herz,
und eine frische Prise Salz
haftet dir im Blick.
Von mir will keiner wissen,
wess’ Gewürz ich bin
und welcher Liebe Dauer.
Oft singt mir der Wolf im Blut,
dann wird mir warm
in einer fremden Sprache.
Licht, sag ich dann, Wolfslicht,
sag ich, und das mir keiner komme,
das Haar zu schneiden.
In fremden Krumen keime ich
und bin mir Wort genug.
Vergänglich, sag ich mir,
denn bald hört jedes Keimen auf,
Und einer jeden Stunde Rest läuft ab.
**
Dove non c’è luogo
si nutre la parola della montagna non rimossa.
Disperata frase per frase,
la mia Babilonia.
Solo la ferita da aculeo tace.
Se ci siano nuovi luoghi
chiedo, amico, e se
verrà una nuova primavera;
le ore non consumate
il mazzo di rose sprofondato
nel suo risveglio.
All’ultima tempesta di neve, amico,
prendimi il ramo di vischio, e
un’ultima presa di inverno
spargimela sulla fronte.
Poi, amico, chiedile
alla montagna aperta
il mio sangue vagabondo.
Che mi possa
scusare
ancora prima dell’alba.
Wo kein Ort ist
zehrt das Wort vom unversetzten Berg.
Satz für Satz verzweifelt,
mein Babylon.
Nur die Stachelwunde schweigt.
Nach neuen Orten
frag ich, Freund, und ob ein
andrer Frühling käme;
die Stunden unverbraucht,
der Rosenstrauch vertieft
in sein Erwachen.
Beim letzten Schneesturm, Freund,
hol mir den Mistelzweig, und
eine letzte Prise Winter
streu mir auf die Stirn.
Dann, Freund, dring ihm,
dem angebrochnen Berg,
mein Vagabundenblut.
Er möge mir
noch vor dem Morgengraun
verzeihn.
**
Divenuta grigia per
l’invecchiare delle ore
l’ombra si fa ombra
e la notte notte.
Inconsolabile lo spazio.
Il tempo che stride
tra ala e ala.
Eppure la voglia rossociliegia,
fauna dei cieli
balza di sogno in sogno
con un allegro bisbiglio.
(Quando le farfalle sognano le stelle sorridono,
la luna danza sull’onda della mezzanotte).
Un dolore, piú dolce della
felicità di una pelle buttata a terra
sulle dune che crollano
(il grido dell’uccello di ghiaccio
mi sveglia dal mio sonno).
Grau geworden vom
Altern der Stunden
treibt Schatten zu Schatten,
Nacht zu Nacht.
Untröstlich der Raum.
Zwischen Flügel und Flügel
klirrende Zeit.
Und doch, kirschrote Lust,
Faunin der Lüfte,
schwingt sich von Traum zu Traum
mit frohem Gewisper.
(wenn Falter träumen, lächeln die Sterne,
tanzt auf der Mitternachtswelle der Mond).
Ein Schmerz süßer als
das Glück einer hingeworfenen Haut
über einstürzende Dünen
(weckt mich der Schrei
des Eisvogels aus meinem Schlaf).
**
Nessun sogno cadde dal firmamento,
solo pietra nera.
Urlai nel sonno
e raccolsi le pietre,
le gettai nel paesaggio non nato
del mattino.
Un mendicante inciampò, le sollevò,
nelle sue mani divennero oro.
Una parola pronta a volare
giaceva tra noi
nera e dorata si disperse
nel nostro sguardo
ci intrecciò a quel luogo.
Follia è una parola.
Chi mai deve prendere prigioniero, addomesticare,
quello che, tra me e il firmamento, oro
diventa nelle mani del mendicante?
La pietra, un incubo,
lo confesso con franchezza,
ha colpito il mio cuore,
che poi si sarebbe perso.
Ora emergo, carica di nero
nell’inclemenza della luce abbagliante.
Non capisco che un cielo mi sta precipitando addosso
e non conosce pietà.
Cinta dal cielo
cerco mio fratello,
quello che ha oro nelle mani.
Quando il cielo si apre finalmente,
respingiamo tutto, senza consolazione.
Kein Traum fiel vom Gestirn,
nur schwarzes Gestein.
Ich schrie im Schlaf
und pflückte die Steine,
warf sie ins ungeborene Land
des Morgens.
Ein Bettler stolperte, hob sie auf,
sie wurden in seinen Händen zu Gold.
Ein flugbereites Wort
lag zwischen uns,
schwarz und golden versickerte
in unserem Blick,
verflocht uns dort.
Ein Wahn ist ein Wort.
Wer soll ihn gefangennehmen, zähmen,
was zwischen mir und Gestirn zu Gold
in den Händen des Bettlers wird?
Der Stein, ein Mahr,
ich bekenne es unumwunden,
traf mein Herz,
es sollte daran verlorengehen.
Nun tauch ich, schwarzbeschwert
in die Unwircklichkeit gleitenden Lichts,
verstehe nicht, daß mir ein Himmel engegenstürzt,
der kein Erbarmen kennt.
Vom Himmel umschlungen
such ich nach meinem Bruder,
nach dem mit dem Gold in den Händen.
Als der Himmel sich öffnet, endlich,
stoßen wir ab, ohne Trost.
Mariella Mehr è nata a Zurigo nel 1947. Di etnia Jenisch, ha subito persecuzioni in nome del programma eugenetico promosso dal governo svizzero nei confronti dei figli appartenenti a famiglie nomadi. Da bambina piccolissima fu sottratta alla madre e assegnata in periodi diversi a varie famiglie e a tre istituzioni educative. Lo stesso accadde quando fu lei a diciotto anni ad avere un figlio, che le fu tolto. La rabbia contro le istituzioni sviluppò in lei uno spirito ribelle che la condusse a subire quattro ricoveri in ospedali psichiatrici e quasi due anni di carcere femminile. Dal 1975, come giornalista, ha scritto molti articoli di denuncia. Negli ultimi vent’anni ha vissuto prevalentemente in Toscana. Ha pubblicato diversi romanzi e quattro libri di poesia. In traduzione italiana: il libro autobiografico Silviasilviosilvana (Guaraldi 1995), i romanzi Il marchio (Tufani 2001), La bambina (Effigie 2006) e Accusata (Effigie 2008), le raccolte poetiche Notizie dall’esilio (Effigie 2006), San Colombano e attesa (Effigie 2010) e Ognuno incatenato alla sua ora (Einaudi 2014 e 2025).
Fotografia in copertina di Danielle Suijkerbuijk
