Qual è il seme da cui è germinata la tua poesia?
Devo ammettere che la mia crescita in questa direzione è stata molto lenta. Dalla prima pubblicazione nel 2001 (io sono del 1977) fino al 2014 circa mi sono occupato di questioni prettamente personali, anche un po’ banali, amorose insomma, che accompagnavano comunque le letture che facevo. Poi tra il 2014 e il 2015 è cambiato qualcosa. Sempre partendo da uno storico esperienziale, da un vissuto, ho cominciato ad abbandonare ciò che c’era dentro per rivolgermi a quel che stava fuori, attorno a me. Ho cominciato a raccontare quel che vedevo (e non vedevo) e sentivo nel mio condominio (Il Condominio S.I.M., Stampa2009, 2020). Per arrivare poi a parlare di quel che osservavo fuori dalla finestra, o in una passeggiata al parco, o ciò che immaginavo in un pezzetto di strada in un contesto di guerra per poi ritornare al mio appartamento (con quel “topolino” che viene sempre citato, anche se non era nelle mie intenzioni, da chi legge In asbentia, Interlinea, 2024). Nell’ultimo anno infine mi sono dedicato al lento consumarsi e morire, tra casa di riposo e ospedale, di mio padre.
Per cui per rispondere alla tua domanda posso solo dire che negli ultimi undici/dodici anni (che poi coinvolgono i testi, rivisiti e riragionati, che compongono Nessun uomo, il progetto che sto per presentare a qualche Editore amico) il seme è stato ciò che vedevo attorno a me, che non è mai solo ciò che è attorno a sé. Una vicenda, una casa, anche solo un tronco d’albero sono ciò che sono e sono altro, forme, appigli o echi, che la parola poetica fa emergere.
Quale la sua genesi nel tempo?
Come ho detto nella risposta precedente è sempre un’occasione contingente che richiama altro, che significa altro. Anche quando non sembra. La cosa curiosa è che non è molto diverso da quello che fanno i bambini quando riescono a trovare relazioni impensabili, paragoni che ci fanno sorridere.
La cosa che considero più importante, e che dico sempre anche agli autori che scrivono alla Samuele Editore, è stato il passaggio dal sé all’altro. La maturità del mettersi da parte per esserci in maniera più ampia, più matura e profonda. Perché quando guardiamo un tramonto (dico una cosa qualunque) e ci concentriamo solo su quel che proviamo in realtà non stiamo guardando affatto il tramonto, ma quello che ci suscita inebriandoci di un’emotività semplice, superficiale (in fondo “Allora mi rispuose questa che mi parlava: «Se tu ne dicessi vero, quelle parole che tu n’ài dette in notificando la tua conditione avresti tu operate con altro intendimento»”). Quando invece poniamo quel tramonto come vero focus, vero centro d’attenzione, ecco che emerge la nostra capacità critica e creativa, il nostro pensare, scoprendo non di rado che noi non siamo dentro di noi, ma dentro quel tramonto.
Così siamo dentro le altre persone, le strade, le case, dentro chi ci è accanto e dentro chi viene a mancare vicino a noi.
Quali i poeti che negli anni hai sentito più affini alla tua sensibilità?
Più di tutti Ferruccio Benzoni. Testi come T’avviluppi, t’accartocci. / Tra lenzuola guanciali scialli, / attorcigliate le ciocche, arse / da una fiamma calma. / Bocca e labbra balbettano / non soppesate dalla bocca né m/ disciolte dalle labbra. / Non ad altro pareva nata la sera / temendo di turbarli / ninnoli forse i tuoi capezzoli. O Resta una matita tra le pagine. / Inchiostri interrotti a un capoverso. / Non cambierà il paesaggio, o in peggio. / Forse è tempo di giungere al faro / struggere del suo baleno, / rientrare prima che la notte / revochi la certezza di vederti / sfilate le calze cercare / meno effimero un vuoto / nel vuoto tra le braccia, mi restano come punti di riferimento non tanto del dire poetico ma della sua forma, delle sue possibilità tra suoni, velocità, rimandi.
Di autori che nel tempo ho amato follemente ce ne sono molti. Tra gli altri L’antologia di Spoon River di Masters, La terra desolata di Eliot, Capitale del dolore di Éluard, Il franco cacciatore di Caproni, Quaderno gotico e Sottospecie umana di Luzi passando per quei suoi straordinari versi: “È un giorno senza novità o persone:… / tu che occupi tutta quanto è vasta / epoca dopo epoca la storia”. Senza dimenticare (e come si potrebbe?) Tema dell’addio di De Angelis, Guerra di Buffoni, Macello di Ferrari eccetera eccetera eccetera fino a Exfanzia di Magrelli, che poi è stato (quest’ultimo) motore immobile per la scrittura di In asbendia.
Ti ritrovi nella riflessione, trascritta di seguito, di Giacomo Leopardi?
“Felicità da me provata nel tempo del comporre, il miglior tempo ch’io abbia passato in mia vita, e nel quale mi contenterei di durare finch’io vivo. Passar le giornate senza accorgermene, parermi le ore cortissime, e maravigliarmi sovente io medesimo di tanta facilità di passarle.
(Giacomo Leopardi, Zibaldone, 4417-18, 30 novembre 1828)
Va detto che non essere d’accordo con Leopardi sa quasi d’eresia. Scherzi a parte devo ammettere che il mio rapporto con la scrittura, con il gesto fisico dello scrivere, è un po’ più controverso. Non lo posso dire come un momento sereno, più come un momento di tempesta emotiva che però va nel profondo, in quel pozzo nero dove c’è il linguaggio, lo strumento, e si riesce a manipolarlo come creta strutturando una scultura di parole. Dico scultura perché personalmente la sento come una fatica fisica, una gestione del fuoco che devi comprimere fino a che diventa qualcosa, e poi limare per giorni e mesi se non anni (per dire: in Nessun uomo ho rimesso mano a versi appunto iniziati nel 2014/15).
Purtroppo va detto che non si parla di creta ma di marmo, e ci si fa male. Anche se, da un altro punto di vista, devo confessare che quando il libro è per così dire licenziato all’Editore sopravviene un senso di vuoto incredibile, di inattività soffocante. Perchè quando lavori sui tuoi testi (più che scriverli, perché il lavoro assorbe il 90% del tempo) hai un obiettivo, una missione, e soprattutto la stai gestendo. Poi non hai più nulla.
Quindi sì, sono d’accordo sul fatto che vorrei anch’io restare nel momento d’apnea dell’opera, della sua lavorazione, ma non perché sia un momento felice. Solo perché dopo c’è il vuoto, dopo l’opera non è più tua, non è più la tua missione né sei più tu, ma gli altri, chi la legge. E anche se la leggi tu non è comunque più tua.
Alessandro Canzian è nato nel 1977 a Pordenone. Nel 2008 fonda la Samuele Editore. Dal 2015 dirige con alcuni amici (Federico Rossignoli, Mario Famularo, Carlo Selan, Marijana Mare Šutić) il ciclo di incontri letterari incentrati sulla poesia Una Scontrosa Grazia a Trieste. Nel 2016 apre il sito Laboratori Poesia. Nel 2018 cura, assieme a Simona Wright, il XL° numero del Nemla Italian Studies del College of New Jersey dal titolo “Writing in a Different Language: Transnational Italian Poetry” (presentato nel 2019 a Whashington). Dal 2021 collabora con Pordenonelegge dirigendo (assieme a
Gian Mario Villalta, Roberto Cescon e Augusto Pivanti) e pubblicando la collana La Gialla. Nel 2021 fonda la rivista semestrale Laboratori critici (per la direzione di Matteo Bianchi). Per Pordenonelegge nel 2022 apre il sito
pordenoneleggepoesia.it. Come autore ha pubblicato alcuni titoli in versi tra i quali Il Condominio S.I.M. (Stampa 2009, 2020, prefazione di Maurizio Cucchi, Premio San Vito al Tagliamento nel medesimo anno) e In absentia (Interlinea, 2024, con una nota critica di Martin Rueff, finalista al Premio Gradiva e al Premio Dessì 2025).
Fotografia in copertina di Dino Ignani.
