La lingua degli uccelli (XXX)- Columba livia: lo strano caso della miss Colomba e del dottor Piccione. Seconda parte

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(Con poesie di Trilussa, Blu Temperini, Eugenio Montale, Stefano Leoni, Luciano Erba e Roberto Amato)

Abbiamo esaminato, nella prima parte dell’articolo su “Columba livia: lo strano caso della miss Colomba e del dottor Piccione” il profilo virtuoso della “Colomba” volteggiare tra le forme divine e con le vezzeggiative rappresentazioni del femminile. Ma, in un secondo tempo, come e quando nella poesia italiana avviene lo “strano caso” per cui l’aeroceleste e candida alata si trasforma – se effettivamente ciò accade – nel grigiastro “dottor Piccione”?

Una questione preliminare: il fenomeno dell’inurbamento del piccione si differenzia – e, se sì, in cosa e perché – da quello osservato, nelle nostre città italiane, per molte specie aviarie come gabbiani, storni e corvidi? Sicuramente tale fenomeno ha radici più profonde che per altre specie, legate a una domesticazione antichissima, che ne ha favorito il comportamento estremamente confidente (ora “invadente”?); gli altri fattori – specifici (prolificità, adattabilità ecc) o aspecifici (assenza di predatori, abbondanza di cibo, protezione climatica ecc) – hanno contribuito all’esplosione demografica e alla genesi delle problematiche, vere o presunte[1] e con esse al sentimento contrastante verso queste miti creature e portato alla spesso paventata necessità sterminatrice o, quantomeno, di contenimento della specie con, ahinoi, l’adozione di metodi anche cruenti[2].

Ma, dunque, come è stata possibile questa “cacciata” della Columba livia dall’Olimpo classico verso l’Ade urbana?

Per una possibile risposta, ci soccorre, alla sua maniera, il sempre stupefacente Carlo Alberto Camillo Salustri, che nelle due seguenti poesie mischia un po’ le carte, riconoscendo origine e destino “nobile” alla Colomba, per quanto infangata, mentre il Piccione, pur discendente da un «Antenato mio / [che] scese dar celo du’ mil’anni fa…» viene apparentato al «pollame» e riportato alla realtà materiale e “carnale” della cucina, destinato alla stessa infausta fine, che sia «pila» o «tegame».

La colomba
di Trilussa[3]

Incuriosita de sapé che c’era,
una Colomba scese in un pantano,
s’inzaccherò le penne e bonasera.
Un Rospo disse: — Commarella mia,
vedo che, pure te, caschi ner fango…
— Però nun ce rimango… —
rispose la Colomba. E volò via.


Er piccione e er pollo
di Trilussa[4]

Un Piccione, che stava su la sua,
sentì che un Pollo lo chiamò fratello.
— Abbada come parli, — fece quello —
ch’io nun so’ mica de la razza tua!

Devi pensà che un Antenato mio
scese dar celo du’ mil’anni fa…
Ma tu, da dove venghi? — E chi lo sa?
— rispose er Pollo — Cià pensato Iddio.

Der resto, lassa fa’: tutto er pollame
passa pe’ la medesima trafila:
a me, me butteranno ne la pila,
a te, te schiafferanno ner tegame.

Ritornando su un meno godibile piano di realtà, la trasformazione del/la Colomba/o in Piccione (“Picciona” non viene praticamente mai impiegato) è diversa da quella toccata a molti volatili coinvolti nel fenomeno dell’inurbamento degli uccelli, sopra richiamato e più volte ripreso nei precedenti articoli. Paradigmatica è la vicenda del Gabbiano – che ho tratteggiato in altri capitoli de “La lingua degli uccelli” – nella sua prima e romantica vita di “principe dei cieli e delle rive e ispiratore di poeti” e nel suo declino – ai nostri occhi, s’intende – fino a divenire “frequentatore di ignobili discariche”.

Per il Colombo/Piccione la distanza tra le due identità[5], e quindi l’arco della decadenza, in opinione communis vulgi, è ancora maggiore: letteralmente dall’oltremondano olimpico e spirituale alla degradata inedia urbana. Così, se nella poesia di Paolo Valesio troviamo piccioni saltellanti tra i bidoni della spazzatura, nella prosa poetica di Blu Temperini ne scorgiamo uno morto davanti a una porta (in uno sguardo comunque volto a pietà e rispetto); fino a giungere ai ‘bisavoli’ di Eugenio Montale, colti nell’atto di beccare sul davanzale di casa”.

Sakura Park
di Paolo Valesio[6]

Ha camminato da canto
alla tenera spazzatura caduta dal ciliegio
e mescolata alla spazzatura dura
tombolata giù-fuori dal bidone;
fra entrambi i relitti saltellano i piccioni:
è l’asilo-nido (un po’ allegro un po’ solenne,
come tutti gli asili)
nel parco per il resto deserto
di un sabato mattina
e aspetta – con calma dignità
preparata al peggio e al meglio – la pioggia.

Upper West Side, Manhattan


Funerale (un piccione)
di Blu Temperini[7]

Questa mattina, davanti alla porta a due passi da una minaccia, un piccione morto, stroncato da chissà quale facilità o insulso ardore. Il sole continua ad arroventarlo. […] Era raccolto, insignificante, nella posa decorosa e rattenuta. […] Il becco, che il respiro d’altri ora recepisce e ignora, mortalmente alleggerito, probo. Nessuno è venuto a reclamare il fratello ma nella sparizione già si nasconde quel mondo che sa il tempo, il saluto. […]


La solitudine
di Eugenio Montale[8]

Se mi allontano due giorni
i piccioni che beccano
sul davanzale
entrano in agitazione
secondo i loro obblighi corporativi.
Al mio ritorno l’ordine si rifà
con supplemento di briciole
e disappunto del merlo che fa la spola
tra il venerato dirimpettaio e me.
A così poco è ridotta la mia famiglia.
E c’è chi ne ha una o due, che spreco, ahimè!


Ma, come in parte traspare già dai testi su riportati, l’occhio del poeta, si narra, possiede una seconda vista. Non si lascia, ci si augura, trascinare dalle dicerie della strada, confinare nelle bottegucce delle chiacchiere. Vede la realtà (oh vano nome…) ma la sua “più-che-vista”, come scrisse Gabriela Fantato[9], sa penetrare oltre e dietro le cose.
Così, con una certa sorpresa, anche di chi scrive, la presenza del mite, per quanto invadente piccione urbano (o “torraiolo”) non è bistrattata o involgarita come si potrebbe pensare e temere.
Non si sono trasformati, in molti esempi della poesia italiana moderna e contemporanea, nei reietti complici del degrado urbano, ma restano, pur senza sfarzi lirici, creature del volo, dello spazio tra terra (e campanili e cornicioni e viali, certo) e cielo, viaggiatori dell’orizzonte a noi precluso. Così, se Dario Villa ne ricorda di passaggio l’essenza aerea: «Un refolo / giocava tra le piume picee / dei piccioni assonnati sul campanario»[10], Stefano Leoni (1961-2014) si sofferma, come specchiandosi, sul loro camminare sui tetti, chiamandoli sia «piccioni» che «colombi», e sul loro disperdersi:

Ho spesso guardato i piccioni
di Stefano Leoni[11]

Ho spesso guardato i piccioni
sui cornicioni posarsi dal volo,
il loro muoversi a scatti, il ritmo
dei colli, e i colori delle piume
farsi nel gesto mille sfumature.
Il ticchettio insistente sulle tegole
piccoli passi brevi, goffi
e il loro guardare di lato
piegando il capo, gli occhi fissi.

A un ordine muto, o a un soffio
di vento che porta un odore,
a un suono, a un timore,
si lanciano a gruppi nel vuoto
e sembrano quasi cadere.
Poi li vedi cabrare, segnare nell’aria
una strada precisa, sicura.

Anch’io cammino sui tetti, a piccoli passi.

Le mie scarpe erano sporche di cemento
quando ho tracciato il mio volo,
ho chiesto perdono, di non avere
le ossa cave degli uccelli, di non sapere
allargare le braccia e seguire
i colombi in questo cielo che si è fatto nero.

E «tra tetti e selciato», «tra cielo e terra», «between heaven and earth», aprono le ali i piccioni di Luciano Erba, martiri degli infami campi di tiro al volatile, «Trattati quasi come figure cristologiche – mediatori fra terra e cielo, sono raffigurati con le ali spalancate come le due braccia di un crocifisso[12]».

I piccioni in città
di Luciano Erba[13]

Sì, anche loro, i piccioni in città
così meno graziosi degli uccelli di bosco,
i piccioni che non attraversano i mari
(invece i gabbiani, accattoni di lusso …)[14]
loro, i piccioni in città
volano tra tetti e selciato
o nei campi di tiro al piccione
aprono le ali tra cielo e terra
fosse pure una volta sola

ma there are more things
between heaven and earth…
ad esempio loro, i piccioni in città
e altre cose che non si capiscono
che non si riescono neanche ad immaginare.

E, se non bastasse il volo di questi piccioni di città, con la seguente lirica di Roberto Amato

In dieci colpi d’ala
di Roberto Amato[15]

In dieci colpi d’ala era in cima al Carmelo
ed era bellissimo
– la grazia del piccione che si alza
d’incanto e sale sino al Padre
allo Spirito Santo
Ma lì guardava quello spazio vuoto
senza più senso
quell’onda di colline lontanissime –,
sembrava così triste
così triste
come nessuno ho visto
tranne Cristo

… si chiude l’inaspettato, o forse no, movimento di discesa-e-riascensione della Columba livia e il dimesso “dottor Piccione” toglie la maschera urbana (grigiastra? no: iridescente!) e si ricolloca, grazie allo sguardo dei poeti – se non nell’alto-dei-cieli – almeno nello spazio adimensionale dell’ala… there are more things / between heaven and earth[16]


[1] La questione del danno al patrimonio urbano è complessa perché i fattori biologici e chimico-fisici agiscono spesso in sinergia, aggravandosi a vicenda, ma è bene precisare che l’inquinamento da idrocarburi (auto e caldaie) è il fattore di danno principale nelle città d’arte. Mentre il guano sporca una facciata, i gas di scarico ne cambiano la natura chimica in modo sistemico.

[2] Con avicidi (come l’alfa-cloralosio) che hanno innescato a cascata l’avvelenamento anche dei predatori naturali quali il Falco pellegrino e che non hanno peraltro modificato a medio termine la situazione; a mezzo della cattura con reti e successiva soppressione (eutanasia gassosa) con risultati di breve durata; perfino con l’uso di armi da fuoco che, sebbene sembri anacronistico, viene ancora autorizzato in situazioni critiche (aeroporti, grandi poli logistici o siti storici isolati) sotto forma di “piani di controllo”. Tutti metodi “fallimentari” perché la riduzione improvvisa della densità diminuisce la competizione per il cibo e lo spazio, stimolando i sopravvissuti a riprodursi più velocemente e attirando nuovi individui dalle zone limitrofe. Il “Modello di Basilea” (“Basler Taubenkonzept”) è attualmente il “Gold Standard” internazionale sia per l’aspetto etico sia per l’efficacia nel controllo demografico dei piccioni urbani e rappresenta il passaggio definitivo dal contenimento cruento alla gestione biologica, con piccionaie controllate e gestione della natalità (sostituendo le uova con uova finte).
Giova sapere che in Italia, la Corte di Cassazione (Sentenza n. 2598 del 2004) ha sancito che il piccione di città o torraiolo è a tutti gli effetti un animale selvatico, vivendo in stato di libertà, e non può essere cacciato; è una specie protetta a livello nazionale (Legge n. 157/1992) ed europeo (“Direttiva Uccelli”), tutelata come fauna selvatica, con divieto assoluto di caccia e cattura, e sanzioni penali per la sua uccisione. Considerato vulnerabile in Italia, il suo controllo è consentito solo in casi specifici con metodi non cruenti. Tuttavia, pur essendo protetto, le Regioni possono autorizzare piani di controllo, ma esclusivamente con metodi ecologici o cruenti non nocivi (dissuasori, reti, falconeria), non invasivi per l’ambiente e la salute.

[3] Trilussa, Libro muto, Mondadori, 1935.

[4] Id., Acqua e vino, Mondadori (Tip. Operaia Romana), 1945.

[5] Identità che sono ben marcate in italiano, una delle poche a lingue, insieme al francese, a mantenere una distinzione netta tra “colombo” e “piccione”; in inglese, ad esempio, dove (colombo/a) e pigeon (piccione/a) sono neutri, non legati al genere, ma provengono da due radici diverse; in tedesco esiste un solo nome, Taube, per indicare l’animale. In spagnolo paloma è l’uccello adulto e pichón si usa per i piccoli piccioncini.

[6] Paolo Valesio, Contemplazione, distrazione, Bohumil edizioni, 2025, p. 18.

[7] Blu Temperini, Nel principio infondato, Crocetti, 2024, p. 96.

[8] Eugenio Montale, Quaderno di quatto anni, in Tutte le poesie, Meridiani Mondadori, 1984, p. 546.

[9] Gabriela Fantato, Editoriale, in “La Mosca di Milano”, n. 16, maggio 2007, p. 6.

[10] Dario Villa, Opera in versi, a cura di A. Giammei, Crocetti, 2025, p. 26.

[11] Stefano Leoni, Basse verticali, Kolibris, 2010.

[12] Elena Sbrojavacca, “Tensione spirituale ed echi biblici nella poesia di Luciano Erba”, Poetarum Silva, 1° febbraio 2016, u.c. 3 febbraio 2025.

[13] Luciano Erba, Remi in barca, Mondadori, 2006, p. 12.

[14] L’“inutile” e sprezzato piccione lascia, in Erba, la palma, mi si conceda il doppio senso, di uccello più decaduto ed impoetico al gabbiano inurbato.

[15] Roberto Amato, in “Sinopia”, n. 17, marzo 1995.

[16] William Shakespeare, Hamlet, Act 1, Scene 5.

Immagine di copertina: stormo di Columba livia (piccioni domestici o di città o torraioli o colombi…) Foto dal web, di pubblico dominio.