Alba Gnazi, Sopravvivenza in acqua (Arcipelago Itaca 2025)
Gli altri padri
Gli altri padri
accompagnavano i figli a scuola,
avevano auto larghe,
non guardavano negli occhi,
dicevano ciao tesoro, a più tardi,
con belle mani conservate al caldo
e parlavano chiaro,
con le voci in volo
senza conti da fare a testa bassa
dentro un silenzio a dismisura,
dove non c’era posto
nemmeno per una parola
E le mani, che mani erano quelle,
grigie e strappate, mutile
di piacere, da cui i figli imparano
che sono le mani a dire
quali scelte certi uomini hanno
Alcune mani fanno male da guardare
pesano forte sulla vita
come gli occhi di certi padri
quando i figli si voltano senza salutare
e loro non li richiamano,
non dicono niente,
mettono quelle brutte mani
sotto le braccia
e guardano
solo un minuto ancora
prima di andare.
*
Se
dovranno guardare dentro al tuo corpo
per stabilire la causa del decesso
vorrei aprissero anche la testa,
guardassero nel cervello
per vedere che pensieri avevi
mentre stavi morendo,
se lo avevi capito
se eri spaventato,
se ci volevi accanto
se anche in quei momenti
come il giorno precedente
hai chiamato tua madre
quando da padre
eri tornato a essere figlio.
*
Un neonato sospeso sul vuoto
Un neonato sospeso sul vuoto
spalanca gli occhi e le braccia,
trattiene il respiro, urla
si calma soltanto
se avverte la presa,
se il vuoto è inghiottito
dalla voce che lo accoglie,
dalla mano che lo salva.
Un neonato sospeso sul vuoto
impara a fidarsi del mondo
se il vuoto resta in un riflesso
che dimentica se abbracciato.
Nessuno gli dice, né allora né dopo,
che quando un padre muore
di nuovo si cade a capofitto
occhi spalancati, braccia in su
in un nuovo vuoto
che si scopre finire dritto
nelle mani del padre
il padre sparso
nel riflesso che ci somiglia,
il padre che
ha divorato il vuoto.
*
Padre mio
Padre mio che ti espandi nel cuore
che mi esplodi nel cranio
e ovunque te
spargi, mio verdissimo
interminato amore
Padre mio del tempo futuro
cancellata sia ogni tuo morte
la mia sola ombra sul muro
quando ti siedi e cominci a parlare
Padre mio e di ogni vuoto che lasci
della tua vanga, della tua giacca,
del fuoco acceso e del tepore
trafitta assenza dal quotidiano fiorire
Padre mio, Padre a me dato
che qui e ovunque trovo
che mai ho meritato
mio l’inconcluso cercarti,
tuo l’amoroso restare.
*
Voci
Posa qui le voci che ti inventano,
con cui al mattino ti cerchi
tra i capelli e lo specchio
Voci di figli, di posti, di padri,
voci che chiamano e dicono,
che assolvono e accolgono,
e stringono e cingono,
e mai una volta spiegano
il nome, l’omen, il fiato
che ti è dato
il tempo a volte ostile, a volte arpeggio,
frattura ocre-mare a senso inverso,
una tana nel cortile del ricordo,
dove scarti figurine
e il giorno cade in uno slancio,
il mondo in un abbraccio,
e puoi chiamar le cose
con il nome che sono,
nel presente in cui stanno
e tu sei sempre solo figlia,
hai ancora tutto il tempo.
Mettersi in ascolto di Alba Gnazi è come un improvviso trovarsi disarmati nel precipizio di una soglia dall’acqua recinta, quasi un tenersi col fiato nudo in quell’attimo che precipita dal nome del padre sulla lesione della vita spezzata nel respiro di quel suo bianco viso tutto luce attraversato dal silenzio rimasto nell’incavo di una carezza, tra le mani stese nel capofitto di una caduta che ha divorato il vuoto. Affilato svanire del tempo sino ad ora conosciuto, sostanza di aria e tatto che sfiora il tintinnare del cuore condotto dentro una piccolissima fessura in tensione nella pienezza dell’assenza ma, ciò nonostante, è un tornare a farsi carne il principio dell’amore che non muore se di una figlia suo riflesso è il vento nel cortile del ricordo. La perdita del genitore, il dolore che affiora sulla pelle frantumata, quella introvabile parola che si vorrebbe a coprire lo strappo, l’increato luogo che trattiene quel che riposa nell’eco del distacco solo un minuto ancora / prima di andare dove i sogni preparano ai giorni nell’essenziale, lucida, visione di un per sempre, di un padre e di una figlia sopravvissuta a tutte le stagioni. E una stella s’alza nella sera, luminoso è il cielo, il solo abbraccio possibile alla mancanza.
Alba Gnazi è nata e risiede in provincia di Roma. Insegna nella scuola pubblica. Le sue raccolte edite sono: Luccicanze (Cicorivolta Editore 2015; con prefazione di Antonino Caponnetto); Verdemare – Cronologia inversa di un andare (La Vita Felice Edizioni 2018); In quel minimo che cade (Il Convivio Editore 2021; con postfazione di Franca Alaimo).
Fotografia in copertina di Manuela Dimartino
