A tu per tu (XVIII): Gian Mario Villalta

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Qual è il seme da cui è germinata la tua poesia?

Sembra uno scherzo se dico che la risposta si trova sotto la domanda numero 4? Aggiungo qui quello che ho scoperto (o immaginato di scoprire) molto più tardi: è durante l’apprendimento della lingua che si è accumulato il mio tesoro, quando con le voci, i corpi, le parole di chi mi accudiva, incontravano il desiderio, il bisogno, la paura che si facevano espressione. Mi correggevano, certo, ma ridevano, oppure si preoccupavano. Mi imitavano, parlando anche loro un po’ come me. Mi insegnavano come si doveva dire correttamente qualcosa che io, ne sono sicuro, mi ostinavo a esprimere invece come suonava bene al cuore dei miei desideri e delle mie paure. La memoria a lungo termine si forma insieme con la piena acquisizione della parola, tra i 24 e i 36 mesi. In quella mia vita iniziale, dimenticata, la trasmissione della parola ha significato l’evento di un tempo mio insieme a quello custodito nella lingua da generazioni. In quella mia vita iniziale la parola è stata ciò che ho continuato a sognare nel corso dei decenni successivi: qualcosa che non separa il suono dal significato, i sensi dal contenuto semantico, la mia volontà di parlare dal bisogno di sentire il coinvolgimento dell’interlocutore.

Quale la sua genesi nel tempo?


L’incontro tra i sensi biologici e le forme primarie del mondo diventa un universo simbolico quando emerge in noi nella coscienza insieme alla parola. In seguito (dopo quanto è raccontato nella risposta numero 4) l’attrazione per la poesia mi ha portato presto a cercare un incontro al di fuori delle letture obbligate della scuola. Il primo vero, decisivo impatto, è stato con la Waste Land di T. S. Eliot. Avevo sedici anni e, colpito dalla poesia in copertina (era la “bianca” Einaudi), acquistai il libro. Era un libro di cui avevo sentito parlare. E poi la sorte di Fleba il fenicio mi suggeriva un’atmosfera da rock progressive, quello dei Genesis, per esempio, che allora mi appassionava: mondo antico che dettava un sentire irrecuperabile al moderno. Uscito dalla libreria, mi sono seduto sulla panchina di un piccolo parco che stava dall’altra parte della strada e ho iniziato a leggere. Quando ho chiuso il libro e mi sono incamminato verso casa, credo che una parte decisiva di quello che avrei fatto in seguito nella vita fosse già stabilita. Ah, un particolare curioso: nell’album allora di più recente uscita dei Genesis, Selling England by the Pound, c’era il testo di una canzone che veniva pari pari da un passaggio della Waste Land.

Quali i poeti che negli anni hai sentito più affini alla tua sensibilità?


Mi chiedo se il lettore ha già scorso la risposta numero 4 oppure ha voluto attendere. Dopo Eliot molti sono stati i poeti inglesi e francesi ai quali mi sono avvicinato. Per quanto riguarda gli italiani, la poesia del primo Novecento era interessante, ma scolasticamente mortificata dalle formule critiche e dalle necessità dell’ultimo anno di liceo (l’esame di maturità!). Solo dopo il liceo sono diventato un lettore appassionato della nostra grandiosa tradizione letteraria, tutta, da Francesco d’Assisi a Ungaretti e Montale. E poi c’era da orientarsi nel presente. A quest’ultimo riguardo, lettore onnivoro, tentavo in ogni direzione, imparando sempre qualcosa, ma sono due i poeti che mi hanno catturato: Paul Celan e Andrea Zanzotto. In modo totalmente diverso: il primo era morto suicida nel 1970, allora era quasi un’entità misteriosa, per me matricola universitaria, e di suo era accessibile in italiano solo un’antologia; il secondo aveva pubblicato di recente Il Galateo in Bosco, con prefazione del sommo Contini, e abitava a trenta chilometri da casa mia. Fu naturale cercare di incontrare Zanzotto, oltre che sulla pagina, anche di persona (e con il tempo quell’incontro è diventato decisivo). Un altro poeta che ha avuto importanza per me è stato Seamus Heaney, per la sua attenzione alla vita quotidiana e per il fatto che nella vita quotidiana può scaturire – senza che si veda da dove, come una polla di risorgiva – una visione. Molti sono i poeti ai quali devo molto, e molti sono italiani. Con molti di loro ho condiviso parecchie avventure culturali. Con alcuni, come Mario Benedetti, Pierluigi Cappello, Antonio Riccardi e Stefano Dal Bianco, mi pare di aver condiviso anche di più.

Ti ritrovi nella riflessione, trascritta di seguito, di Giacomo Leopardi?


“Felicità da me provata nel tempo del comporre, il miglior tempo ch’io abbia passato in mia vita, e nel quale mi contenterei di durare finch’io vivo. Passar le giornate senza accorgermene, parermi le ore cortissime, e maravigliarmi sovente io medesimo di tanta facilità di passarle.
(Giacomo Leopardi, Zibaldone4417-1830 novembre 1828)


L’italiano l’ho parlato alla scuola elementare. Sapevo che c’era, lo capivo. Non eravamo proprio in mezzo al nulla, perché c’era la radio, soprattutto, e poi le preghiere e il prete in chiesa e il medico carnico che non parlava il nostro dialetto. Però le occasioni per parlare italiano erano rare e per quelle erano sufficienti poche semplici frasi. Rispetto a tanti poeti dialettali, che hanno accusato l’italiano di aver represso e tradito le meraviglie del dialetto, devo dire che per me la vera meraviglia è stato incontrare l’italiano. Ma non l’italiano parlato, bensì l’italiano scritto. Imparare a scrivere ha significato infatti per me imparare presto a comporre con le parole. Si chiamavano “i pensierini”. L’argomento lo dava la maestra o ci lasciava liberi di scegliere. Ogni pensierino da tre a sei righe più o meno del quaderno di seconda (in prima tutto esercizio: trascrizione fonetica e calligrafia). Quando parliamo le parole dileguano nel momento stesso in cui vengono pronunciate. Una volta dette, se va male, si può soltanto ricominciare cercando di esprimerci meglio. Sulla pagina, con la gomma in mano, la matita scorre e si ferma, lascia il tempo di pensare. Si può cancellare una parola e metterne un’altra più appropriata, o che suona meglio. Ecco la sorpresa, ecco la meraviglia: comporre! In italiano? Certo. La poesia è sempre una lingua straniera, anche se le parole e la grammatica sono le stesse della comunicazione sociale.

Orazio (Satire I, 9) dice che sta componendo a mente dei versi mentre percorre la Via Sacra… totus in illis… (il tema è stato ripreso da Andrea Zanzotto in Sovrimpressioni, 2001: mi cancellavo/ come Orazio in via Sacra/ perivo di limpida vita/ nella freschezza assorbente/ di una piccola idea quasi dea/ che m’isolava del tutto/ anche se per un solo minuto). Totus in illis: tutto intero, interamente immerso in una dimensione temporale altra, sospesa tra interiorità assoluta e presenza assoluta del mondo (nella lingua) dentro di noi. Come potrei non ritrovarmi nelle parole di Leopardi? Certo che c’è anche altro, a volte: frustrazione, per esempio, o semplice insoddisfazione, quando si fa l’errore di prevedere un risultato e quello non asseconda le aspettative. Ma quando la scrittura, l’invenzione, l’errore e il fallimento di un’intenzione, ci tengono intenti; quando il sentire risorge e di nuovo scava, quando c’è la sorpresa, l’inatteso risultato portato dalla pressione del verso, dalla percussione dei suoni, quando siamo più noi stessi quanto più siamo immersi nei pensieri che prendono la forma della nostra voce, allora è un dono. Allora il fiume del tempo scorre alla velocità della sorgente.














Gian Mario Villalta (1959) ha curato per Mondadori gli Scritti sulla letteratura di Andrea Zanzotto (2001) e (con Stefano Dal Bianco) il Meridiano Poesie e prose scelte (1999) dedicato al poeta veneto. Sulla poesia ha scritto in numerose occasioni, e pubblicato i volumi La costanza del vocativo. Lettura della “trilogia” di Andrea Zanzotto (Guerini e Associati 1992), Il respiro e lo sguardo (Rizzoli 2005) e La poesia, ancora? (Mimesis 2021). La sua opera poetica, dal 1988 al 2022, è raccolta nel volume Poesie (Garzanti 2025). Dal 2002 è direttore artistico del festival letterario pordenonelegge