(Con poesie di Giuseppe Ungaretti, Diego Valeri, Vincenzo Cardarelli e citazioni da Cantico dei Cantici, Catullo, Pirandello ecc.)
È un caso raro, se non unico, quello della bianca colomba e del prosaico piccione, ovvero di come la stessa specie – Columba livia – venga percepita nel comune sentire, nel simbolismo e nell’immaginario iconografico, così distante e quasi agli antipodi – aerocelesti e terrigni: la colomba vola nel mito, si potrebbe chiosare, mentre il piccione cammina nella prosa del quotidiano. Una trasformazione, all’insaputa del volatile, degna dello “Strano caso”di Stevenson!
Ma forse è il caso, prima di addentrarci nella dimensione simbolico-letteraria dell’alato, sbrogliare questo paradosso tassonomico-etimologico, che vede la medesima specie, Columba livia, essere nominata, solo con parziali motivazioni morfologiche e ornitologiche, con nomi diversi: Colomba, Colombo, Piccione, Piccione torraiolo ecc.
Il Piccione è il termine – ultimo arrivato – di uso comune e colloquiale, destinato alla variante semidomestica (la sottospecie è C.L. domestica) che spesso assume una connotazione più legata all’ambiente urbano: “piccione di città” o “urbano” o “torraiolo”, che popola le nostre città; l’aggettivo “torraiolo” rimanda all’istinto del progenitore selvatico di nidificare in alto (torri, cornicioni, anfratti di edifici), trattando i palazzi come se fossero le scogliere, suo habitat originale («O mia colomba, / che stai nelle fenditure della roccia, / nei nascondigli dei dirupi», Cantico dei Cantici, 2, 8-9). Colombo è il termine più “nobile”, a volte adottato per le razze di allevamento e, almeno in passato, preferito nella letteratura e nella simbologia. La Colomba, che spesso ne indica la variante totalmente bianca non è ovviamente una specie diversa, ma una varietà selezionata dall’uomo per scopi ornamentali, cerimoniali o religiosi.
La differenziazione tra Colombo e Colomba è un caso esemplare di come la lingua reinventi la natura per scopi simbolici e letterari: il dimorfismo sessuale in Columba livia è quasi inesistente eppure la lingua italiana ha scavato un solco profondissimo tra i due termini, assumendo la Columba (termine originario in latino) come “universale femminile”, associata alla grazia, alla fertilità e alla mitezza, qualità allora considerate intrinsecamente femminili. La Colomba era, così, l’uccello sacro a Venere e ad Afrodite. Parallelamente, o in seguito, con la traduzione dei testi sacri, la separazione semantica viene sancita per secoli: è una colomba quella noachita quella che porta il ramoscello d’ulivo e lo Spirito Santo discende su Gesù come una colomba.
Il maschile nasce quando l’uomo smette di guardare la colomba come un simbolo sacro e inizia a guardarla, con sguardo scientifico e materiale, come un essere da allevare o studiare. Infatti il maschile Columbus comparve più tardi[1], limitatamente all’ambito zootecnico, per distinguere il maschio riproduttore, ma si affermò con il passaggio al latino volgare (tra il II e il IV secolo d.C.): mentre la lingua colta manteneva il femminile per i suoi legami con la letteratura e la mitologia, il popolo iniziò a maschilizzare i nomi degli animali per una sorta di simmetria linguistica. Ma è nel Medioevo che si sancisce la biforcazione semantica: mentre la Colomba saliva verso l’astrazione teologica e la purezza della lirica (si pensi allo stilnovo e alle “colombe” dantesche di Paolo e Francesca), il Colombo rimaneva a terra a “produrre” (carne, concime o messaggi).
E il Piccione? È nella fase di volgarizzazione del latino che inizia a farsi strada anche il termine pīpiō, indicante il pigolio dei piccoli. Mentre il columbus era ancora l’uccello adulto, il pīpiō indicava, in origine, solo il pulcino che pigolava. Col tempo, “piccione[2]” ha scalzato “colombo” nel linguaggio di strada, avviando un ulteriore declassamento e finendo per indicare l’aspetto più materico, urbano e popolare dell’animale.
Come vola, come tuba (o gruga) e beccola la Columba livia – bianca colomba o grigio piccione – nella mitologia, nel simbolismo, nell’arte, nella letteratura e nella poesia?
La prima, lunga, vita mitologica e simbolica della Colomba è tra le più celebrate: nel mito pelasgico della creazione, la dea Eurinome, Dea di Tutte le Cose, assume le sembianze di una colomba per covare sulle acque dell’Oceano l’Uovo Universale – deposto dopo essersi congiunta con il serpente Ofione – che generò il sole, la luna, i pianeti, la terra e ogni creatura vivente[3].
Il legame tra la Colomba e la Grande Madre si ramifica attraverso i secoli, accogliendo da un lato l’amore spirituale e la fecondità universale, dall’altro una sensualità più terrena e carnale. La sumera Inanna, l’assira Semiramide, la babilonese Ishtar, la fenicia Astarte, Afrodite e Venere sono tutte collegate simbolicamente alla Colomba. In letteratura, questo è il tempo in cui la Colomba “vola nel mito” dell’amore, come ad esempio nel Cantico dei Cantici:
«Quanto sei bella, amata mia, quanto sei bella! / Gli occhi tuoi sono colombe» (cfr. 1,15; 4,1; 5,12);
«O mia colomba, / che stai nelle fenditure della roccia, / nei nascondigli dei dirupi, / mostrami il tuo viso, / fammi sentire la tua voce, / perché la tua voce è soave, / il tuo viso è incantevole» (2, 8-9).
La colomba nel Cantico dei Cantici è il simbolo dell’amore – scrive Gianfranco Ravasi – mentre nella tradizione cristiana diventerà un’immagine dell’anima[4].
In Catullo, I sec. a.C, nel Carme 68b, vv. 125 e segg., si canta invece la valenza erotica e passionale del Colombo maschio: «nec tantum niveo gavisast ulla columbo / quae multo dicitur improbius / oscula mordenti semper decerpere rostro / quam quae praecipue multivola est mulier»: né mai alcuna [donna] gioì tanto del suo niveo colombo / che si dice con molta più impudenza / strappa sempre baci col becco mordace / quanto la donna che è particolarmente bramosa di molti amori.
Approfondire i molti e, nei tempi, mutevoli aspetti simbolici, araldici, metaforici della Colomba e del Colombo occuperebbe un numero improponibile di pagine. Mi costringo, di conseguenza, ad appuntare – limitandomi alle citazioni – solo altri due momenti che lasceranno una pesante e duratura eredità nella rappresentazione letteraria e poetica dell’uccello.
Narra Genesi 8, 6-12: (6) Trascorsi quaranta giorni, Noè aprì la finestra che aveva fatta nell’arca e fece uscire un corvo per vedere se le acque si fossero ritirate. (7) Esso uscì andando e tornando finché si prosciugarono le acque sulla terra. (8) Noè poi fece uscire una colomba, per vedere se le acque si fossero ritirate dal suolo; (9) ma la colomba, non trovando dove posare la pianta del piede, tornò a lui nell’arca, perché c’era ancora l’acqua su tutta la terra. Egli stese la mano, la prese e la fece rientrare presso di sé nell’arca. (10) Attese altri sette giorni e di nuovo fece uscire la colomba dall’arca (11) e la colomba tornò a lui sul far della sera; ecco, essa aveva nel becco un ramoscello di ulivo. Noè comprese che le acque si erano ritirate dalla terra. (12) Aspettò altri sette giorni, poi lasciò andare la colomba; essa non tornò più da lui.
Nei Vangeli la Colomba compare principalmente come attributo dello Spirito Santo durante il Battesimo di Gesù nel Giordano (Mt 3:16, Mc 1:10, Lc 3:22, Gv 1:32) e tale valenza simbolica rimane fino ad oggi, e forse predominante[5].
Da millenni, quindi simboleggia la pace ritrovata tra Dio e l’umanità (la Colomba che torna con il ramoscello d’ulivo nel becco); la pace come mitezza dell’anima (la Colomba – Spirito Santo): accomuna queste due icone il senso della vita che rinasce dopo la distruzione o – nel Cristianesimo – la Resurrezione dopo la morte stessa. Inoltre, nella modernità richiama la pace come ideale politico e di fratellanza umana (si pensi alla “Colomba della Pace” di Picasso o al linguaggio della politica che contrappone “falchi” e “colombe”).
Al simbolismo noachita si ispirano evidentemente Luigi Pirandello nel dramma L’uomo, la bestia e la virtù («Esser civile, vuol dire proprio questo: − dentro, neri come corvi; fuori, bianchi come colombi; in corpo fiele; in bocca miele») e Giuseppe Ungaretti che in Una colomba – esempio paradigmatico del suo frammentismo folgorante – richiama le valenze veterotestamentarie della fine del castigo e della speranza di salvezza:
Una colomba di Giuseppe Ungaretti[6]
D’altri diluvi una colomba ascolto
Prima di dare più spazio alla poesia italiana, ricapitoliamo ulteriormente e per scheletrici titoli. La Colomba è stata e/o è: simbolo femminino, di purezza e di grazia – spirituale e terrena, simbolo di pace, di rinascita e resurrezione, icona dello Spirito Santo e del Cristo.
In Colomba di Diego Valeri, tenerezza e dolcezza, bianchezza contrapposta a ombra notturna descrivono il recinto del simbolismo amoroso dove l’«ala di colomba» viene presa a paragone della beltà dell’amata.
Colomba di Diego Valeri[7]
Come la colomba che si lìscia l’ala,
tu inchini il capo su la tenera curva
della spalla bianca; e l’ombra notturna
trema di dolcezza, tutta si rischiara.
Ala di colomba non è così dolce
come la tua spalla: par che ne scenda
un’acqua di luna e uguale si stenda
su le pure braccia raccolte in croce.
Diego Valeri, “poeta delle piccole cose”, altre volte ha citato il volatile nei suoi versi, come in Dicembre, dove, adagiandosi anche qui su toni vellutati e fiabeschi, investe la bionda colomba anche di una valenza palingenetica e rigeneratrice, trasformando una realtà grigia in una fiaba preziosa («[…] C’è solo una colomba, / tutta nitida e bionda, / che sale a passi piccoli la china / d’un tetto, su tappeti / fulvi di lana vellutata, e pare / una dolce regina / di Saba / che rimonti le silenziose scale / della sua fiaba[8]») o nell’altrettanto lieve Annunciazione («[…] Una finestra in fiore. Un volo di colombi / nel sole. Un bianco viso di fanciullo[9]»).
Un simbolismo parimenti amoroso, ma di colore emotivamente più cupo, sostiene Abbandono di Vincenzo Cardarelli[10]
Volata sei, fuggita
come una colomba
e ti sei persa, là, verso oriente.
Ma sono rimasti i luoghi che ti videro
e l’ore dei nostri incontri.
Ore deserte,
luoghi per me divenuti un sepolcro
a cui faccio la guardia.
Ma in tutta questa rappresentazione virtuosa, tra colombe divine, bianchezze amabili e vezzeggiative rappresentazioni del femminile, come e quando succede, nella poesia italiana, lo “strano caso” che l’eterea e candida “miss Colomba” (si pensi anche alla Colombina veneziana) si trasforma – se effettivamente ciò accade – nel grigiastro e da molti inviso “dottor Piccione”?
Lo vedremo nella Seconda Parte.
[1] Marco Terenzio Varrone, nel suo trattato De Re Rustica (III, 7, 1) spiega che anticamente si usava solo il termine femminile, mentre ai suoi tempi (I secolo a.C.) era nata l’esigenza di una distinzione più precisa: «Un tempo tutti, sia i maschi che le femmine, venivano chiamati columbae, perché non erano oggetto di un allevamento domestico così comune come lo è ora; oggi invece, proprio a causa dell’uso domestico e per distinguerli, chiamiamo il maschio columbus e la femmina columba».
[2] Dal latino pipionem, in Italia si sono formati due esiti: “Pippione”, esito toscano diretto e regolare, e “Piccione”, esito fonetico probabilmente meridionale, poi affermatosi ovunque. Dal latino pipiare deriva anche l’onomatopeico “pigolare”. Il fatto che il “Piccione” prenda il nome dal “pigolio” (pipio) è di fatto un caso di metonimia, come càpita non raramente: si pensi anche all’Upupa, dal verso più sordo “pu-pu-pu”, da cui deriva anche “pupulare” utilizzato, inoltre, per i versi della Pavoncella e, talora, anche della stessa Columba livia. Singolare, poi, il fatto che prendendo il nome dal suo stesso verso (pipiare) sia prevalsa, come definizione del verso adulto, “tubare” o più raramente “grugare”, dall’altrettanto onomatopeico “gru-gru”.
[3] Plinio, Storia Naturale, IV, 35 e VIII, 67, in Robert Graves, I miti greci, Longanesi, V Ed., 1989, p. 23.
[4] Gianfranco Ravasi, “Come una colomba”, su “Avvenire”, 26 maggio 2007.
[5] Si sono succedute varie e non univoche attribuzioni, specie in quel tempo dove tutto o quasi era simbolo di “Virtù Celesti o di Vizi Demoniaci” che fu il Medioevo, durante il quale la Colomba, “bianca” o “rossa” che fosse, fu vista come simbolo, non della terza persona della Trinità, ma del Cristo stesso (cfr. A. Cattabiani, Volario, Mondadori, 2022, pp. 338 e segg.).
[6] Giuseppe Ungaretti, Sentimento del tempo, Vallecchi, 1933.
[7] Diego Valeri, Terzo tempo, Mondadori, 1950.
[8] Id., Poesie, Mondadori, 1962.
[9] Id., Ariele, Mondadori, 1924.
[10] Vincenzo Cardarelli, Poesie, Oscar Mondadori, 1966, p. 77.
Immagine di copertina: particolare de La Trinità di Giovanni Francesco Barbieri, noto come Guercino, 1616 – 1618. Olio su tela, 150.5 x 259 cm, Quadreria di Palazzo Magnani, Bologna, UniCredit Art Collection.
