L’armonia accade nel punto in cui vibra il suono tra le cose: nel modo in cui si avvicinano, si sfiorano, si riconoscono senza fondersi. È un equilibrio che resta in cammino, come il passo di chi procede aggiustando il corpo a ogni istante. Nasce dove le differenze restano visibili e continuano a parlarsi. Dove ciò che è dissonante trova spazio e voce. Come quando una nota inattesa apre un varco e rende l’ascolto più profondo. È in quel punto fragile che il suono prende vita, là dove potrebbe spezzarsi e invece si accorda. L’attrito diventa ritmo, lo scarto si fa relazione, e proprio in quell’intreccio mirabolante nasce il senso che non si vede ma si sente.
La poesia conosce intimamente questa legge. Un verso è armonico quando vibra, quando tiene insieme il pieno e il vuoto, la voce e la pausa, ciò che si dice e ciò che resta sospeso. Scrivere diventa un atto di ascolto, un gioco di equilibri impercettibili. La parola trova la sua musica quando smette di imporsi e si lascia attraversare, quando accetta l’inciampo, la piega, l’attesa. È in quell’imperfezione che nasce il canto.
L’armonia si insinua anche nel disordine. Nei lampi inattesi della vita, negli incontri che sembrano scontri, negli errori che si trasformano in rivelazioni. Non è assenza di conflitto, ma la capacità di accoglierlo, di lasciarlo respirare e diventare tessuto comune. Ogni dissonanza contiene una possibilità di accordo, ogni contraddizione può diventare punto di partenza per una nuova melodia.
Anche la vita sembra chiedere di essere accordata. Non cerca soluzioni definitive, ma attenzione, presenza, delicatezza. Un passo che sappia rallentare, uno sguardo capace di restare, una mano che accompagna senza guidare. L’armonia non coincide con una felicità continua, ma con la capacità di tenere insieme luce e ombra, desiderio e perdita, silenzio e voce, senza forzare una sintesi. È una fedeltà al reale così com’è, e al tempo stesso un invito a esplorare ciò che vibra sotto la superficie.
Abita i gesti minimi. Un ritmo che si aggiusta, una parola detta piano, un silenzio che improvvisamente cambia peso. Non si annuncia, non si mostra. Lavora in profondità, come una corrente invisibile che sostiene. Quando c’è, lo si sente nel corpo prima ancora che nel pensiero. Compare in un passo lieve tra due sconosciuti, nel respiro condiviso di chi osserva un tramonto, nel gesto che salva un ricordo dall’oblio.
L’armonia è una pratica, non una meta. Un esercizio quotidiano di ascolto e di attenzione. Accade, si perde, si ritrova. È un movimento continuo, un accordo fragile che si rinnova ogni volta che scegliamo di restare in relazione: con il mondo, con gli altri, con ciò che in noi continua a vibrare, anche quando non sappiamo ancora dargli un nome. Ogni volta che accogliamo il contrasto, ogni volta che ascoltiamo il silenzio prima di colmare le parole, l’armonia si manifesta. È un canto che si ripete, invisibile e persistente, un filo segreto che tiene insieme ciò che altrimenti cadrebbe, e ci ricorda che la bellezza nasce dall’intreccio delle differenze, dall’attenzione che regge l’imperfezione.
