La lingua degli uccelli (XXVIII) – La profezia delle Tortore: una storia di declino ed espansione

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(con poesie di Eugenio Montale, Nico Orengo, Pier Luigi Bacchini, Claudia Ruggeri e Marco Corsi)



La storia recente della diffusione delle tortore può essere vista come una grande metafora, un insegnamento e forse anche come una profezia.
Siamo nel 2025 e il mondo di questi columbidi si è capovolto: la Tortora selvatica – o comune o europea – (Streptopelia turtur), un tempo unica specie presente sul territorio italiano[1] , è stata di gran lunga surclassata dalla Tortora dal collare orientale (Streptopelia decaocto) specie di grandissimo successo evolutivo che dal suo areale originario nell’Asia centrale e nel subcontinente indiano, dove era specie sedentaria, diffusa in ambienti aridi e semi-desertici con presenza di alberi, dal secolo scorso si è, con una velocità di colonizzazione impressionante, espansa prima in Europa sud-orientale, arrivando in Italia negli anni ’40 e poi nel resto del continente. Oggi è diffusa e sedentaria in gran parte dell’Europa (dal Mediterraneo alla Scandinavia), Nord Africa e Medio Oriente; un secondo e indipendente focolaio di colonizzazione, partito a fine anni ’70 da una cinquantina di esemplari fuggiti da un allevamento delle Bahamas, si è diffuso nel Nord America, altrettanto esplosivamente. La Tortora dal collare orientale predilige in particolare gli ambienti urbani e suburbani (parchi, giardini), dove ha trovato condizioni ideali (cibo abbondante, presenza di alberi, clima urbano più mite che favorisce una lunga stagione riproduttiva).
In definitiva a fronte delle poche unità di Tortore europee nidificanti in Italia (non oltre 7 coppie/km2), si riscontrano distribuzioni di Tortore orientali di circa 50 coppie/km2, specie in ambienti urbani o antropizzati.[2] Così, nella mia esperienza personale ho potuto vedere in Italia solo le orientali mentre le europee (pur presenti in Italia) le ho osservate solo nei paesi mediterranei afro-asiatici. Una realtà compiutasi? Quante altre profezie in questo rimestarsi di popolazioni?

Sotteso il contrasto tra la Tortora selvatica – autoctona e in declino – e la Tortora dal collare orientale – alloctona e invasiva-, veniamo a ricognirne la presenza nella poesia italiana moderna e contemporanea, ipotizzando, per quanto sopra narrato, laddove non specificato, di trovarsi di fronte alla più cromatica Tortora selvatica fino al primo e mediano XX secolo e ad osservare quella orientale in tempi più recenti. Osservarle comparire – come in Montale che cercando il piumaggio solferino delle tortore nostrane vede un collare «d’altra tinta[3]», testimoniando così nel 1956[4] l’arrivo delle tortore asiatiche – o osservarle scomparire – come nella desolante poesia di Nico Orengo, verosimilmente dedicata alla selvatica europea:

Dal treno di Eugenio Montale[5]

Le tortore colore solferino
sono a Sesto Calende per la prima
volta a memoria d’uomo. Cosi annunziano
i giornali. Affacciato al finestrino,
invano le ho cercate. Un tuo collare,
ma d’altra tinta, si, piegava in vetta
un giunco e si sgranava. Per me solo
baleno, cadde in uno stagno. E il suo
volo di fuoco m’acceco sull’altro.


Si son fatte rare di Nico Orengo[6]

Si son fatte rare
le tortore sui rami,
spento quel singhiozzo
che scandiva con le campane
il tempo in un rosario
albale: lo scorrere
del male quotidiano.
Le uccidono i cacciatori
in tutte le stagioni
lungo il passo dei Sette
camini tra macchie
di cisto e fronde di pini.

Certamente è europea, la Tortora cantata da Torquato Tasso, che qui citiamo solo per introdurre uno dei motivi più sensibili nella rappresentazione poetica: la fedeltà e la monogamia delle coppie di columbidi: «La tortorella dal suo Amor disgiunta / non vuol nuovo consorte e novo amore, / ma solitaria emessa vita elegge / in secco ramo e ‘nperturbato fonte / la sete estingue; e del marito estinto / così rinnova la memoria amara…»[7].
Motivi cui non si sottrae Pier Luigi Bacchini, nella poesia La tortora («tenerezze tra noi», «affettuosi risvegli», baci sulla fronte), ma declinati dal poeta della doppia cultura dalla mera affettività all’imperio biologico:

La tortora di Pier Luigi Bacchini[8]

Tutte le geometrie angolari, le costruzioni
microcristalline, i riflessi prismatici
– questo dolore- tutte le coniugazioni innumerevoli
dei linguaggi
hanno permesso tenerezze fra noi,
e che questo esile ramo sostenga
una pesante tortora.
Ma tutto ha una misura calibrata,
le cose si aggiungono alle cose intersecandosi,
con legami anche crudeli, e la pesantezza della tortora
non è che apparenza, essa vola è leggera
le sue ossa si sono poco a poco svuotate,
e le piume si gonfiano. E noi abbiamo affettuosi risvegli
e io bacio la tua fronte contro la morte
a causa d’un amore calcolato
per ingegnose necessità genetiche.

Un altro aspetto della Tortora che diventa occasione poetica è il suo verso lamentoso percepito spesso come malinconico un tubare lento e profondo (o «bubolare» che l’”onomatopeista” Giovanni Pascoli preferisce in un suo verso[9]) che è sì, in Corrado Govoni, «dolce gemito d’amore»[10], ma da sempre legato alla malinconia, al lamento e alla perdita, come testimonierebbe Clemente Rebora – testimoniata viziata, in questo caso, dal fatto che la povera – e a buon diritto lamentosa – «tortora [è] in gabbia»: «Lamento sommesso / reiterato lamento / desolato lamento»[11]. In controtendenza le «tortore [che] pigliano di bulina / delle nuvole» il cui canto accompagnano una rinascenza primaverile nella strofa incipitale di un testo di Claudia Ruggeri:

(Alzati, amica mia bella…) di Claudia Ruggeri[12]

(Alzati, amica mia bella e vieni! perché ecco l’inverno
è passato è cessata la pioggia se n’è andata! i fiori
sono apparsi nei campi, il tempo del canto è tornato
e la voce della tortora ancora si fa sentire nella nostra
campagna.
[…]

Se in buona parte di questa ricognizione si è visto che dire “Tortora”, senza specificare, se selvatica oppure orientale dal collare, può essere insufficiente a comprendere la narrazione e il senso della poesia, con il testo conclusivo si approda a un livello ulteriore, nel quale dire “Tortora” vale, problematicamente, ancora meno: con Marco Corsi siamo nel vicolo chiuso della contemporaneità, dove l’uccello (“la cosa”) non è più il protagonista e non è solo occasione, ma un “dato” che mette in crisi la capacità della parola poetica di descrivere o significare:

Tortore di Marco Corsi[13]

Scrivo una poesia per dire la parola «tortore»
e con i tuoi occhi resto a guardare
quanto sono stanche le parole e quanto è
stanca la vita senza le parole che entrano dentro
perché non so cosa dire e tu non sai cosa dire
e spesso si fa buio su tutta la terra.
Guardo la parola «tortore». Ci sono piume, pezzetti di corda, piccoli artigli, reti, occhi, un becco coronato di consolazione, i sessi aperti, il caldo — e, in fondo, una collina azzurra di cielo.
In fondo a questa parola «tortore» riposano le nostre vite impigliate al laccio del cacciatore-amore.
In fondo, anche io e te restiamo impigliati in questo cuore-coloreazzurro-con le ali-in mezzo al cortile caldo-colore tortora in cui tutto si disfa.
Ma ora che intorno la notte rosicchia briciole blu di prussia
i miei occhi non riescono più a leggere la parola
«tortore», non più, in nessun luogo.
È diventata un colore sempre uguale.
Come spesso accade per le cose che ripetiamo insieme.
Nero su nero.


[1] Il trend demografico della Tortora selvatica è inequivocabilmente negativo e costituisce la ragione principale per cui la specie è classificata come Vulnerabile (VU) nella Lista Rossa IUCN (sia a livello globale che in Italia). I cali più estremi sono stati registrati nell’Europa nord-occidentale (nel Regno Unito le popolazioni hanno subito un calo che ha superato il 90% tra gli anni ’70 e il 2015 e anche in Francia il calo è stato notevole, superando il 50%) e anche in Italia si è registrato un significativo calo di popolazione, specialmente tra gli anni ’70 e ’80 e in alcune aree chiave come la Pianura Padana e attualmente la popolazione nidificante in Italia è stimata in un range che va da 150.000 a 300.000 coppie, mentre quella delle Tortore dal collare orientale stimano 600.000 coppie nidificanti e un trend incrementale.

[2] cfr. Piano di Gestione Nazionale della Tortora Selvatica dell’ISPRA e Schede Specie di Uccelli d’Italia e d’Europa (ISPRA e LIPU).

[3] Il «solferino» usato da Montale è un colore che rientra nella gamma dei rossi intensi tendenti al violaceo o al fucsia scuro: la Tortora selvatica ha infatti piumaggio dominato da tonalità rosso-brunastre e rossicce con scaglie o striature nere sul dorso e sulle ali, ed è caratterizzato da una macchia a strisce bianche e nere sul lato del collo; la Tortora orientale dal collare è prevalentemente grigio-beige uniforme con un distintivo semi-collare nero.

[4] La prima nidificazione accertata delle Tortore orientali dal collare in Italia è del 1947.

[5] Eugenio Montale, Dal treno, in La bufera e altro (Neri Pozza Editore, 1956), in Tutte le poesie, Mondadori, 1984.

[6] Nico Orengo, Si son fatte rare in Cartoline di mare, Einaudi, 1984.

[7] Torquato Tasso, Mondo creato, Canto V.

[8] Pier Luigi Bacchini, Visi e foglie (Garzanti, 1993), poi in Poesie 1954-2013, Oscar Mondadori, 2013, p. 96.

[9] «Solo un cipresso, su, s’un poggio brullo; / un poggio, in cui l’aratro si ristette. / E una tortora su, dal poggio, un bubbolo / fece: era in cima al cipresso che freme» da Il cipresso, in Myricae.

[10] Corrado Govoni, Richiami d’amore in Preghiera al trifoglio, Roma, Casini, 1953.

[11] Clemente Rebora, Lamento sommesso, in Canti dell’infermità, Scheiwiller, 1956.

[12] Claudia Ruggeri, (Alzati, amica mia bella…) in Poesie. inferno minore )e pagine del travaso, a c. di A. Cudazzo, Musicaos Ed., 2018, p. 58.

[13] Marco Corsi, Nel dopo, Guanda, 2025.

Immagine in copertina: a sinistra Tortora selvatica europea (Streptopelia turtur) a Il Cairo, 2023; a destra Tortora orientale dal collare (Streptopelia decaocto) a San Mauro Torinese, 2020 (foto di A. Rienzi)