C’è qualcosa di disarmante e glorioso nelle parole di Francesco d’Assisi. Non un santo incoronato, non un Dottore della Chiesa o un uomo di chiara dottrina, ma un essere piccolo e rovesciato dall’amore. Quando l’amico Masseo gli chiede come mai la gente lo segua nonostante lui non sia né bello, né brillante, né tanto meno colto, Francesco risponde in un modo a dir poco sorprendente: «Dio ha visto che non c’era uno peggiore di me, e ha suscitato me per far vedere la sua grandezza». E nel pronunciare queste parole, non si nasconde dietro la falsa modestia, non cerca il plauso di chi lo ascolta. Svela, piuttosto, il mistero di un capovolgimento colossale: ciò che il mondo considera inutile, Dio lo trasforma in luce gloriosa. È come se nel punto più basso, nella crepa, nello spacco scorresse l’acqua viva che disseta il mondo.
In quell’ammissione di miseria c’è una gioia radicale, un canto che sale dal fango. Francesco non ha bisogno di difendersi da nessuno, non sente la necessità di mostrarsi migliore degli altri: accetta fino in fondo di essere fragile, inconsistente, lasciando che la grazia faccia il suo corso. E in questo lasciare che accada ciò che deve accadere, si manifesta il frastornante clamore della libertà. La libertà di chi non ha più paura di essere piccolo e si affida al destino, come trascinato da un flusso di potenza infinita.
Oggi viviamo invece in un tempo che esalta il contrario. Che pretende autodeterminazione, decisione, efficienza e brillantezza. Ci si misura per ciò che si mostra, non per ciò che si lascia accadere. Mentre Francesco ci suggerisce che la bellezza vera, quella che resiste, nasce dall’umiltà di un cuore che non teme di essere attraversato da una forza più grande e diventa specchio. Non perché riflette sé stesso, ma perché accoglie e rilancia la luce. È come un vetro limpido che, proprio in quanto povero, lascia filtrare l’invisibile chiarore dell’universo. La sua debolezza diventa canale, feritoia, canto dell’eterno.
E allora la gente da ottocento anni segue quel matto di Dio perché, senza saperlo, riconosce in lui la nostalgia di un mondo diverso: un mondo in cui la grandezza non nasce dal potere, ma dalla gioia dell’abbandono.
Forse davvero quello è il paradiso. Il paradiso accade nel momento in cui smettiamo di difendere la nostra immagine e lasciamo che l’amore passi attraverso le nostre crepe e dia vita – con passione e desiderio – a ciò che il mondo disprezza. Perché è lì nel poco, nel piccolo e nel minore che l’infinito risuona ad altezze siderali.
