(con poesie di Angelo Maria Ripellino e Giulia Niccolai e con versi di G. D’Annunzio, E. Montale e S. Gallo)
L’importanza della Cicogna nel simbolismo e nell’immaginario comune, non trova, in maniera a prima vista sorprendente, che marginale riscontro nella poesia italiana moderna e contemporanea.
Il perché si renderà palese non appena richiamati alcuni elementi storico-naturalistici.
L’Ordine dei Ciconiiformi è costituito da una sola famiglia, quella dei Ciconidi (Ciconiidae) che comprende, oltre alla specie più rappresentativa – la Cicogna bianca (Ciconia ciconia) – e a qualche altra specie di cicogna, anche i Marabù, gli Anastomi e i Tantali, tutti dall’aspetto inconfondibilmente ciconiiforme. In Italia attualmente vivono due specie di cicogne: la Cicogna per antonomasia, quella bianca (C. ciconia) e la rara e schiva Cicogna nera (C. nigra).
Si tratta di uccelli di grandi dimensioni, acquatici e trampolieri, con collo lungo e zampe robuste e alimentazione carnivora (principalmente di pesci, anfibi, rettili e invertebrati acquatici). La “nostra” Cicogna bianca è specie monogama e migratoria, sebbene alcune coppie siano diventate stanziali.
In Italia la Cicogna (sottintenderò d’ora in avanti bianca) è stata nidificante fin dai tempi dell’antica Roma, come testimonia ad esempio Marziale che in suo epigramma (Ep. 13.76) riferisce della presenza dei grandi nidi sui tetti delle case e sui templi, considerandoli un presagio positivo per gli abitanti e Virgilio (IV libro delle Georgiche) che le descrive in un contesto rurale, bene accolta in quanto cacciatrice di serpenti, simbolo di malvagità e malefici. Resta una presenza costante fino al XV-XVII secolo, le vengono attribuite diverse valenze simboliche e finisce anche nell’araldica[1].
In questo lungo rapporto con il territorio italico e le sue civiltà, la Cicogna è stata identificata come simbolo di amore coniugale (le coppie sono monogame), ma ancor più di amor filiale, secondo la leggenda secondo cui gli uccelli nutrono i propri genitori anziani, un’osservazione nota come “pietas ciconiae”, risalente all’antichità classica e medievale. Già Claudio Eliano scriveva che «Le cicogne vogliono assicurare il nutrimento ai loro genitori quando invecchiati e lo fanno con molto impegno[2]» e che tale attribuzione già risaliva ai tempi degli Egizi.[3] Dall’amore filiale all’ancor più icastica immagine della cicogna che porta i bambini il passo può essere breve e diretto: Artemidoro, sosteneva, infatti, che in sogno la cicogna «è soprattutto un segno favorevole per la generazione della prole, perché i figli si prendono cura dei genitori[4]». Ma nella realtà più vicina la favola della cicogna che porta i bambini ha radici più recenti e si sviluppa principalmente nelle tradizioni popolari dell’Europa centrale e settentrionale, dove la presenza stagionale della cicogna è stata costante anche nei secoli recenti: l’associazione con la primavera, stagione della rinascita della vita e l’osservazione che le case dove il camino veniva mantenuto acceso anche in primavera per scaldare un neonato erano spesso le stesse in cui una cicogna aveva scelto di nidificare, ha creato l’associazione tra cicogna che arriva e bambino che viene portato.
Qualche sporadica traccia nei bestiari medievali e nelle scritture italiani si ritrova fino al periodo medievale-rinascimentale. Ad esempio Cecco d’Ascoli (1269-1327) – poeta, medico, insegnante, filosofo, astrologo/astronomo e alchimista, ci ha lasciato, prima della brutalità del rogo, un testo che compendia molti aspetti della cicogna: reali, come la fedeltà di coppia («Se mai in fallo truova sua compagna / asdegna. e mai con lei non s’avvicina»); parzialmente reali («D’animali venenosi si nutrica / e lor veleno giammai no-ll’offende; / naturalmente la serpe inimica[5]») e francamente immaginari, per esempio relativi alla leggendaria pietas: «Poi ch’envecchia dalli suoi figliuoli / receve nutrimento e gran dolcezza».
Anche lo scientifico Leonardo da Vinci, la menziona, senza potersi sottrarre alla voci popolari del tempo: «Questa bevendo la salsa acqua, caccia da sé il male. Se truova la compagna in fallo l’abbandona e quando è vecchia, i suoi figlioli la covano e pascano in fin che more»[6]
Ma poi più nulla: la cicogna bianca scompare dai cieli italiani nel XV secolo, probabilmente a causa dei soliti fattori: caccia e degrado degli habitat naturali.
E scompare anche dalla poesia e dalla letteratura – o non appare neppure. Ecco spiegata la discrasia tra presenza nell’immaginario e la mancata presenza, per secoli, nella poesia italiana.
Lontano dagli occhi, lontano dai versi…
Pur essendo scomparsa da secoli, ne scrive nel 1880 un Gabriele D’Annunzio[7] agli esordi, in uno degli Idilli selvaggi di Primo vere, titolato proprio “Cicogne”, dove descrive un transito migratorio, tra «austro» e «borea», sud e nord:
«[…] in alto
una gran schiera candida
di cicogne in silenzio dilungasi ad austro, e dilegua,
dilegua come nuvola
per cieli d’adamante incalzata da Borea…»
Anche, mezzo secolo dopo, la cicogna che viene citata nella chiusa di Sotto la pioggia di Eugenio Montale (Le occasioni, 1939) è immaginata nel suo ardimentoso volo transcontinentale, reso simbolico dal poeta ligure, in un testo complesso, che pare essere stato il primo che di lui lesse Sereni[8]. La cicogna di Montale non è un simbolo rassicurante e domestico come nei miti, ma un uccello che si spinge oltre, in una realtà a tratti ostile.
da Sotto la pioggia di Eugenio Montale[9]
[…]
Seguo i lucidi strosci e in fondo, a nembi,
il fumo strascicato d’una nave.
Si punteggia uno squarcio…
Per te intendo
ciò che osa la cicogna quando alzato
il volo dalla cuspide nebbiosa
rémiga verso la Città del Capo.
Ed è ancora nella lunga stagione dell’estinzione, dei primi anni ’70 (quando ancora non avevano dato frutto i tentativi di reintroduzione del volatile, nonostante nel 1959 fosse stato avvistato nel vercellese il primo nido di Cicogna bianca dopo secoli) la poesia di Angelo Maria Ripellino, che è, infatti, ambientata nella riserva naturale di Het Zwin, tra Belgio e Olanda e, dove, a ben vedere, il trampoliere è poco più che una frammentata presenza (l’aggettivo «beccuta» ci porge comunque l’occasione di ricordare che la Cicogna è muta e l’unico suono che produce è generato da un rapido e ritmico battere del becco, chiamato “clatter” o “bill-clattering”, con cui il gioca -«billi billi» – l’autore siciliano):
Sinfonietta 67.A di Angelo Maria Ripellino[10]
Ancora la giovinezza mi chiama, trampoliera e beccuta
come le cicogne dello Zwin, con la sua fuga di arroganti guglie,
che affondano nella molliccia polpa del cielo,
con le candele incrostate dei suoi pinnàcoli,
coi suoi gomiti aguzzi, con le sue sghembe luci,
che vibrano come angolose làmine.
Mi fa billi billi la testa a guardarla,
da quando ho radici nei meandri e nella vertigine
e ho rinunziato a rampare per prendere i rospi
sui doccioni delle sue cattedrali.
Eppure non mi rassegno. Aborrisco.
il rotondo ridicolo, i gonfi i guanciali,
le sformate pantòfole, i paffuti batúffoli,
tutto ciò che ha mollezza di mollica,
gli oblòmov, la butirrosa, la mitica
sofficità dei palloni che scuffiano.
Poi la Cicogna bianca, come detto, è tornata, soprattutto dagli anni ’80, e grazie a progetti di reintroduzione e protezione (fondamentale quello operato dalla LIPU dal 1985 presso l’oasi di Racconigi – dove sulle sommità del castello sabaudo vidi i primi nidi), la sua popolazione ha ricominciato a crescere e a ricolonizzare, anche spontaneamente, diverse aree in particolare in Piemonte, Lombardia, e Sicilia – dove insiste la popolazione più numerosa – ed altre regioni.
Ma è ritornata anche in poesia? La risposta, se consideriamo le cicogne ritornate nelle nostre regioni, è essenzialmente negativa e la ricerca non mi ha portato a nessuna evidenza significativa.
Non sono, infatti, svernanti o nidificanti nelle nostre regioni quelle i cui nidi descrive Sergio Gallo unica traccia di vita nelle dismesse miniere di rame São Domingos nel sud-est del Portogallo, inquinate e abbandonate:
«[…] /Sull’unica torre ferruginosa / spiccano tre nidi di cicogna. // Chi s’ostina a vivere, nonostante / e chi si sente in miniera abbandonata»[11].
E, con ogni ragionevole probabilità, neppure è nostrana quella che transita in una poesia di Giulia Niccolai, pubblicata nella raccolta Orienti (2004). Ne viene descritto con efficacia il volo con l’assetto inconfondibile col collo disteso: «dritta come una freccia». La poesia è, infatti, intitolata India, e anche se l’altra avifauna descritta non consente di per sé di affermare dove sia ambientata[12], è ragionevole che la poetessa, avvicinatasi al buddismo nel 1985 e che in seguito ha viaggiato in Cina, Giappone e India, dove si è fermata a lungo, abbia osservato un individuo asiatico svernante a sud.
India di Giulia Niccolai[13]
All’improvviso il volo di falchi,
corvi e rondini che segue
nell’azzurro incorniciato
della finestra, le appare
scompigliato, a soqquadro.
Ma ecco la vede e capisce:
sicura, instancabile
che rema nell’aria e attraversa
dritta come una freccia il riquadro.
Con stupore e con gioia:
la prima cicogna della sua vita.
Constatato, quindi – parafrasando il noto proverbio: lontano dagli occhi, lontano… dai versi –, non ci resta quindi, come avvistatori d’uccelli mantenere la testa alta sulle rotte migratorie della Ciconia, o abbassarla un po’ per cercare i suoi spettacolari ed enormi nidi; come lettori di poesia, invece, di tenerla bassa, sul fiume di poesia contemporanea, aspettando che anche lì, tra i versi, qualche cicogna italica torni a nidificare.
[1] Cesare Ripa, nella sua poderosa opera Iconologia (1593) ricorda che nell’emblema della Puglia vi era una Cicogna con una serpe in bocca – e per questo protetta – e ne testimonia la presenza come nidificante. Quest’icona è tutt’oggi presente, dal 1943, nello stemma della città di Cerignola.
[2] Claudio Eliano, La natura degli animali, III, 2.
[3] Alfredo Cattabiani, Volario, Mondadori, 2020, p. 173: «Eliano [op. cit., X, 16] Riferiva anche che gli egizi avevano un particolare rispetto per le cicogne, proprio perché si prendevano cura dei loro padri quando erano diventati vecchi e devotamente li assistevano».
[4] Alfredo Cattabiani, op. cit., p. 579, in riferimento ad Artemidoro, Il libro dei sogni, II, 20.
[5] Cecco d’Ascoli, Acerba, XI.
[6] Leonardo da Vinci, Bestiario. 44. Cicogna.
[7] Gabriele D’Annunzio, da Idilli selvaggi, in Primo vere, 1880.
[8] Laura Barile, Leggendo Sotto la pioggia, “Allegoria”, Palumbo ed., Anno XXIV, n. 69-70, gennaio-dicembre 2014.
[9] Eugenio Montale, Sotto la pioggia in Le occasioni, Einaudi, 1939.
[10] Angelo Maria Ripellino, Sinfonietta, Einaudi, 1972.
[11] Sergio Gallo, Area contaminata, in Gleba-ādāmah, Gattomerlino edizioni, 2024.
[12] Bisogna ricordare, come riferito nei capitoli sui Corvidi, che in poesia «corvo» – presente in Italia – altre specie di corvide, come la Cornacchia nera, la Taccola, il Gracchio.
[13] Giulia Niccolai, da Orienti, Weiss, 2004, in Poemi & Oggetti. Poesie complete, Le lettere, 2012.
Immagine di copertina: coppia di cicogne bianche nel nido, Centro Cicogne Racconigi, giugno 2020. Foto di Alfredo Rienzi
