Adrian Suciu: “testi in apnea”

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Da un motto del poeta rumeno Adrian Suciu, riportato in quarta di copertina della raccolta testi in apnea (iQdB Edizioni, 2023), è possibile partire per inquadrarne l’opera e la poetica: “La vita si vive senza pietà e senza illusioni”. Nella lettura dei 64 testi che compongono il libro, tale dichiarazione di pensiero e intenti è analizzabile per contrapposizione poiché, se da un lato emerge con chiarezza un io poetico disincantato e solo (“È come se io fossi l’unico che sa”), dall’altro lato l’opera di Suciu è permeata di consapevolezza e, dunque, di compassione per la comune e sofferta condizione umana (“Figli del dolore, orfani del dolore”; “Quelli che piangono insieme scorgeranno la felicità.”). Questa duplice prospettiva non è contraddittoria, è piuttosto una sottotraccia che emerge nella stanchezza o dal dolore ma anche dalla rabbia (“Ci sono anche dei pazzi che possono fare / il mondo migliore di com’era. // Non ascoltare e non alzare gli occhi su di loro! / Rimani solo nella tua catena! Devi soffrire da solo / per le tue malattie!”). Essere uomini è una prova di resistenza al fato, all’insensatezza e all’ingiustizia, eppure la fatica condivisa e alcuni piaceri, come il sesso o l’alcool, occasionalmente alleggeriscono al poeta quel peso (“La vita è breve / E non possiamo trascorrerla a chiederci / dove finiremo dopo.”), senza che tuttavia venga meno la coscienza della transitorietà di quel sollievo (“la gioia si arrampica sugli specchi fino al mattino”).

La doppiezza percettiva, elemento fondante dell’opera, torna a proposito del rapporto con le origini, a tratti sovrapposto a quello con il divino, a cui l’autore guarda con lucido sentimento di abbandono, laddove per abbandono può intendersi sia la resa all’imponderabile, sia la cognizione della propria solitudine e del tradimento (“Egli è il padre di tutti e il figlio di nessuno”). Il poeta risponde all’assenza di radici e del trascendente con un “vorace appetito per la vita”, rifiutando la colpa, rivendicando “inutili gesti di ribellione / e di tenerezza”, tracciando una propria strada singolare, (auto)educandosi al vivere, sapendo portare il peso della responsabilità individuale del bene e del male.

Il dialogo con un “tu” femminile è ricorrente nella raccolta e mostra anch’esso una forte connotazione di solitudine e ambivalenza: appare permeato di bisogno, di un desiderio utile a sopravvivere al dolore personale e del mondo e, per contro, è anche intriso di distacco, della separazione come una profezia autoavverante, la necessità di non illudere né illudersi. Nei numerosi componimenti a tema amoroso c’è un erotismo esplicito, vorace e scanzonato (“il tuo corpo come una sella / celebra gli abbracci da ieri sera”), il piacere è uno specchio effimero di sentimenti già condannati, il godimento non si separa dalla caducità e l’autore rifiuta di dolersene, la brevità è parte della gioia (carri di letteratura che ricoprono temporaneamente / la scarsità, il patetico e il ridicolo del rapporto sessuale. / tanti tomi, / trattati, volumi, per assicurarci che c’è qualcosa dopo o prima dell’intromissione.”).

Un altro elemento, tra i tanti, ravvisabile dalla lettura della vibrante poesia dell’autore e giornalista rumeno Adrian Suciu, è la relazione con il tempo (“E sopporto questa maledizione del raggiungimento della maggiore età”), una voragine fagocitante (“lui manda le ombre assetate di giovinezza”) che, tuttavia, nel suo divorare il futuro finisce col suscitare un mordace istinto vitale che, nella poesia, trova il modo di alimentarsi. Anche in Suciu, come accade forse a tutti i poeti, la fugacità dell’esperienza umana è aggredita con la parola (“Già dal secondo attimo / di vita sei un beccamorto provvisorio che chiude la porta”), tramite versi che vogliono farsi lapidi con epitaffi scolpiti e, forse, stagliati. La lingua dell’autore rumeno è energica, materica, sensuale, solida, brutale a tratti, ma sempre alleggerita dall’ironia, dal riconoscersi risibili con le proprie velleità di fronte all’esistenza e alla morte (“Nei tuoi occhi abbassati verso di me intravedo la felicità / dei martiri convinti alla vista degli strumenti di tortura.“).

Pressoché in ogni componimento il poeta fa ricorso alla metafora (“La vita è un’anestesia con finestre”; “La lettera Q […] somiglia al viso di mia nonna / con il fazzoletto in testa, legato sotto il mento.”) e alla similitudine (“Mi nutro delle tue parole / come i lupi della vena nascosta allo sguardo”; “La parola ritorno è stupida / come un bottone madreperla di una camicia / stracciata.”). Pare una scelta di esplicitazione, anche quando il paragone richiama elementi astratti: sembra prevalere in Suciu l’istinto a dire in modo diretto, senza nascondersi in tracce disseminate nei versi, farsi comprendere, essere sé stesso e dialogare con il lettore in modo chiaro, evitando se possibile i fraintendimenti. La parola è nitida ma mai piana o priva di sussulti, una punteggiatura talvolta irregolare interviene a spezzare l’ordine, il verso è spesso franto con l’artificio dell’enjambement, quasi a voler riproporre l’andamento non ingabbiabile del vivere e il ritmo del respiro che non è sempre regolare. In ciò, forse, è ravvisabile il senso del titolo testi in apnea: la voce di Suciu pare lanciata in una corsa a rotta di collo, come il fiume verso la foce. La parola, e forse la vita del poeta, saltano su rocce e tronchi e altri inciampi, si affaticano nelle secche e riprendono vigore con la caduta delle piogge. La percezione di questo gettarsi a perdifiato verso un fine (o la fine), ben rappresenta la vitalità di una raccolta lontana dagli artifici e dall’intellettualismo decadente di molta poesia occidentale, una poesia sanguigna e vera, con i colori e la temperatura della giovinezza.

Poesie dalla raccolta “testi in apnea” di Adrian Suciu (iQdB Collana di Poesia, I Quaderni del Bardo Edizioni, dicembre 2023):

* Traduzioni dal rumeno di Roxana Lazar e Valeriu Barbu.


mi ha abbandonato il mio sangue

Il mio sangue mi ha abbandonato. Il mio buon sangue
è andato a spingere visioni nella valle. Si è seduto all’ombra.
Si sarà fatto degli amici da qualche parte. Avrà aperto
un’officina per affilare le spine. Mi manca così tanto che
ogni notte mi taglio le vene e spero sempre

di sentirlo sussurrare.

*

anime spoglie

Nei tuoi occhi abbassati verso di me intravedo la felicità
dei martiri convinti alla vista degli strumenti di tortura.
In questa terra della dimenticanza, ci ricordiamo l’un dell’altro.
Nel ricordo, la felicità è uguale per te e per
me.
Tutta.
Ci guardiamo e vediamo cosa siamo:
due anime spoglie sotto il bel cielo.

*

un portafogli con qualche spicciolo

Questa vita è come un abbeveratoio per gli affamati. Sinfonie
per i sordi. Morfina per i cadaveri.
Sopravvivi ad una fila lunga di cadaveri. Guardi
le loro foto che diventano sempre di più
e sai esattamente chi sei, da dove vieni e dove ti stai dirigendo.

I grandi amori decantati dai poeti
sono soltanto fuochi di paglia e il cielo
solo un portafogli con qualche spicciolo dentro.

*

sulle rotelle

La capacità di soffrire e l’unico tratto umano.
Da questo prendono vita la donna, la ruota e la parola.
La carne, il calore e l’acqua del cielo.

La storia è uno spasmo della palpebra. Lei ricopre la vergine nera
con i tatuaggi bianchi e rossi. Il perdono è l’unico potere umano.
Tutte le domande si suicidano in sua presenza. La fratellanza dei vinti
sfrigola sulle ruote della notte come una candela che sta per finire.
Quelli che piangono insieme scorgeranno la felicità.

Signore, se è questa la Tua volontà, sistema al Tuo tavolo le seggiole
per noi, i Tuoi figli sulle rotelle.

*

l’occhio vivo

Sei perfettamente coagulata per lo squilibrio. Abbaiano gli agnelli
che tu accarezzi. Nevica il sole quando a te fanno male i denti.
Potresti aprire una banca dell’amore
che non fallirà mai. La tua nostalgia d’assoluto
è gemella della pazzia di un commercialista geniale.

Pratico la religione dei tuoi lati sussurrati. Uno è stato
infangato dai profeti e lì dentro i martiri fanno il miele. Una specie
di miele che non sarà ammaestrato da nessuno e che non finirà.
Quasi una vocazione al tramonto. Una sigaretta senza filtro
per un moribondo malato di cancro. L’ultima.

Sei perfetta! La mia collezione nascosta di erbe.
Il frutto delle mie ferite che aumenteranno.

*

la memoria delle cose perse

La poesia è il prolungamento della mia mano destra.
Se dovessi perdere la mano destra, la poesia
diventerebbe il prolungamento della mano sinistra, in memoria
della mano destra. Se dovessi perdere la mano sinistra
e se dovessi perdere ancora, la poesia si avvicinerebbe
di più a me.

In memoria delle cose perse.

*

Adrian Suciu, noto giornalista, collaboratore di numerose testate, editorialista e produttore di programmi televisivi, è attualmente presidente della Sezione Stampa Culturale dell’Unione dei Giornalisti Professionisti della Romania e presidente dell’Associazione Culturale Direzione 9, la più influente e attiva organizzazione privata romena dedicata alla poesia. È uno stimato promotore culturale, organizza numerosi eventi letterari e artistici, Festival nazionali e internazionali. Nato nel 1970, è considerato uno degli autori più importanti emersi dopo la caduta del comunismo in Romania. La sua biografia è essa stessa un romanzo: dissidente anticomunista a 17 anni, minatore fino alla Rivoluzione, giornalista scomodo dopo la caduta del regime di Ceaușescu. Nel corso della vita ha esercitato i lavori più disparati: minatore, elettricista, giornalista, consulente d’immagine, insegnante, editore, consigliere parlamentare e governativo. Autore di romanzi, poesie e drammaturgie, i suoi libri hanno avuto una diffusione notevole e sono stati ristampati in più edizioni. Ha vinto numerosi premi letterari nazionali e internazionali. I suoi scritti sono stati tradotti in arabo, ebraico, inglese, francese, tedesco, italiano, ungherese, spagnolo, ecc. È presente in numerose antologie di letteratura rumena contemporanea, pubblicate in Romania o all’estero.


* In copertina, Adrian Suciu. Foto di Cornel Octavian, 2018.