C’è una forza che non si vede ma ci tiene in piedi. Una corrente sottile, un soffio leggero che attraversa le giornate anche quando sembrano spente. È il desiderio. Non il bisogno che urla, non la brama di possesso, ma quella tensione viva che ci spinge verso l’altrove, verso ciò che non abbiamo – e forse non avremo mai – ma che ci chiama comunque. Il desiderio è una forma di orientamento interiore. L’etimologia svela il suo segreto: de-sidera, «mancanza delle stelle», avvertire un senso di vuoto che ci divora l’anima.
Gli antichi osservavano il cielo per trovare la via; quando le stelle scomparivano, nasceva il desiderium, quella sensazione di spaesamento, di distanza da un punto luminoso che indicava la rotta. Desiderare, allora, è continuare a guardare il cielo anche quando le stelle non ci sono più. È sentire che ad ogni passo, sulla via della nostra vita, manca sempre qualcosa di essenziale: ciononostante bisogna andare avanti lo stesso, senza smettere di tendere verso quel qualcosa che sappiamo non raggiungeremo mai, ma che al tempo stesso vogliamo dannatamente raggiungere.
Viviamo in un tempo che confonde desiderio con consumo, che trasforma la sete in sensazione da colmare in fretta e la mancanza in difetto. Ma il desiderio autentico non vuole essere colmato, non chiede risposte rapide: vuole spazio. Brama silenzio. Anela tempo. Desiderare è restare aperti come una finestra nella notte, come una parola che aspetta ancora di essere pronunciata. È resistere alla chiusura, accettare la vertigine e incarnare poesia, che per l’appunto nasce dal desiderio. Da quel sentimento di vuoto della voce, non dalla chiarezza cronachistica. Il poeta non sa mai davvero cosa cerca: ascolta, si lascia attraversare da una tensione fragile, da un’immagine che insiste, da un ritmo che sale da dentro e lo trascina via. Scrivere versi è dunque un atto di smisurato e doloroso desiderio: è voler toccare qualcosa che si sottrae, dire l’indicibile, cercare un nome alle cose che non ne hanno. Il verso non chiude, apre. La pausa non è interruzione, ma ascolto. E ogni lettore di poesia lo sa: non si legge per trovare risposte. Si legge per restare in quella zona fragile dove il senso non è mai definitivo, dove qualcosa vibra tra le parole e il silenzio. Il desiderio e la poesia condividono questo enigma: non vogliono arrivare a conquistare qualcosa o qualcuno, ma restare in cammino. Sono due gesti che si aprono verso ciò che si ignora.
Ma non è tutto. Perché desiderare è anche ricordare. Non il ricordo nostalgico, bensì quello profondo. Quello che non si aggrappa al passato ma lo riattraversa; è memoria in movimento che ci ricorda chi siamo stati, e soprattutto ci mostra chi potremmo essere. È la crepa che non chiudiamo, perché da lì entra la luce. È ciò che ci fa nascere ogni volta di nuovo, nella stessa carne eppure in forme sempre diverse.
C’è desiderio nei sogni che non raccontiamo a nessuno, nei gesti che sanno di infinito, nella fame d’invisibile che ci abita fin da bambini. C’è desiderio nel camminare senza meta, nel contemplare ciò che non ci appartiene ma ci riguarda, nell’attendere qualcosa di cui non conosciamo la forma ma riconosciamo la necessità. Chi desidera davvero non reclama, custodisce. Non forza, ma attende. Non prende per sé, ma accoglie.
Desiderare è credere che da qualche parte, nel tempo o nell’anima, esista un luogo che può accoglierci. È un atto di fiducia ostinata, un modo di abitare l’assenza senza trasformarla in sconfitta. È una forma gentile di resistenza. Un gesto intimo e umile che dice: «Non ho smesso di aspettarti, anche se non so chi sei». Ed è in quella attesa silenziosa, in quella apertura senza garanzia, che avviene il miracolo: qualcosa cambia dentro di noi. Non perché otteniamo ciò che cercavamo, ma perché impariamo ad abitare il vuoto senza paura.
