E questo cielo, e queste nuvole

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da E questo cielo, e queste nuvole, 28 poesie russe e una italiana scelte e commentate da Paolo Nori (Crocetti 2025)



Sono un appassionato di letteratura russa al quale piacciono molto i romanzi.
Da quando ho cominciato a leggere i libri da grandi, avevo tredici anni (ne ho 62), ci sono sempre stati come minimo tre o quattro momenti, ogni anno, che non vedo l’ora di tornare a casa, sulla mia bicicletta, giro in bicicletta, per continuare a leggere il romanzo che sto leggendo.
Quella sensazione lì credo l’abbiano provata tutti i lettori, quella promessa così potente, così urgente, così vera e così bella.
Che meraviglia, i romanzi belli.
Se penso a uno dei periodi più sensati della mia vita, è stato quando ho preparato gli esami di russo uno e russo due, fine degli anni ottanta, un mese a leggere dodici ore al giorno, per russo uno, un mese a leggere dodici ore al giorno per russo due. Con la poesia russa non mi è mai successo niente del genere, e c’è un’altra cosa, che mi manca, della poesia, l’intelligenza attiva.
Siccome scrivo dei romanzi, quando leggo un romanzo sono animato da una curiosità che quando leggo una raccolta di poesie non mi anima: non mi interrogo su come è fatta, non mi chiedo cosa mi può insegnare. Sono solo una vittima, delle poesie, sono esposto al loro potere, sono un lettore occasionale, se così si può dire, o forse no.

*

Io, tutte le volte che vado in Russia, una delle prime cose che faccio è guardare il cielo e mi vien sempre in mente una breve poesia di Velimir Chlebnikov: “Poco, mi serve./ Una crosta di pane,/ Un ditale di latte,/ E questo cielo/ E queste nuvole”.
E quando penso alle due donne della mia vita, mia figlia e sua mamma, mi vien sempre in mente un’altra poesia di Chlebnikov che inizia dicendo: “Le ragazze, quelle che camminano,/ Con stivali di occhi neri/ Sui fiori del mio cuore”.
E quando sto male, ma male, mi viene in mente quella poesia di Pasternak che finisce dicendo: “Vivere una vita non è attraversare un campo”.
Oppure quella di Mandel’štam che comincia dicendo: “Ho imparato la scienza degli addii, nel piangere notturno a testa nuda”.






Quando stanno morendo, i cavalli respirano

Quando stanno morendo, i cavalli respirano,
quando stanno morendo, le erbe si seccano,
quando stanno morendo, i soli si spengono,
quando stanno morendo, gli uomini cantano delle canzoni.

(Velimir Chlebnikov)

*

Poco, mi serve.
Una crosta di pane,
Un ditale di latte,
E questo cielo
E queste nuvole.

(Velimir Chlebnikov)

*

Una volta, verso sera, noi due
Eravamo sul ponte vecchio.
Dimmi, ti ho detto, la ricorderai
Per sempre quella rondine?
E tu mi hai risposto Altroché.
E siamo scoppiati a piangere tutti e due,
Come gridava la vita, in quel volo,
Fino a domani, fino alla tomba, per sempre,
Un giorno, sul ponte vecchio.

(Vladimir Nabokov)

*

È arrivata ancora l’ora del ricordo:
Vi vedo, vi ascolto, vi sento.
E quella che hanno portato fino alla finestra,
E quella che non calpesta il suolo russo,
E quella che, scuotendo la bella testa,
Dice: “Vengo qui come se andassi a casa”.
Vorrei chiamarvi tutte per nome
Ma non c’è più l’elenco, come si può fare?
Per loro ho cucito una coperta
Fatta delle loro povere parole.
Le ricorderò sempre, ovunque,
Anche quando avrò disgrazie nuove,
E se tapperanno la mia bocca sfinita,
Con la quale grida un popolo di milioni,
Mi ricordino loro allo stesso modo,
La vigilia del mio rito funebre.
E se, prima o poi, in questo paese,
Pensassero di farmi un monumento,
Do il consenso alla mia celebrazione,
A un patto: non mettetelo
Vicino al mare, dove sono nata
(Col mare i rapporti si sono interrotti)
Né nel parco degli zar, vicino al posto
Dove mi cerca un’ombra inconsolata,
Ma qui, dove son stata per trecento ore
E dove mi hanno aperto i chiavistelli.
Perché anche nella morte benedetta temo
Di dimenticare il rombo delle macchine nere,
Dimenticare come sbatteva quella porta maledetta,
E come ululava quella vecchia, una bestia ferita.
E dalle immobili palpebre di bronzo
La neve che si scioglie scorra come lacrime,
E il colombo delle carceri tubi, lontano,
E vadano, tranquille, le navi lungo il fiume.

(Anna Achmatova)












Immagine di copertina dal web