Commento a margine (XVIII): Massimiliano Bardotti

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Massimiliano Bardotti, A noi basti la gioia di cantare (peQuod 2025)

Chiedo perdono, per ogni parola
pronunciata senza fede
per i pensieri, che non sanno fare luce
per le ferite inferte con la voce.

Perdono, chiedo, per la pace
che non ho saputo con amore costruire
per quei versi che ho scritto senza cura
per la speranza, che non so coltivare.

A tutti chiedo perdono
per non aver impedito al mio cuore
di provare rancore.
Perdono chiedo al mondo
per ogni volta che ho guardato
senza avere negli occhi la bellezza.

Chiedo perdono ai miei genitori
per chi potevo essere, e non sono stato.
E a te, misura d’anima,
se quello che ti ho dato è stato poco.

Perdono chiedo a Te, Amore Sacro
che tutto hai costruito con sapienza.
Perdono chiedo, Santa Accoglienza
perché la mia casa non è stata sempre aperta.

Sorelle, fratelli, perdonatemi
e aiutatemi ad amare chi è assente
nel segreto appello del mio cuore.

*

E forse è già essere salvi
abitare il cuore degli altri
per accoglienza.

*

Appartengo a tutto ciò che è sacro
il ginocchio che si piega
per eguagliare la statura della viola,
la fessura dell’occhio
sempre aperto alla pianura.

Appartengo a mio padre
al lavoro che per cinquant’anni ha fatto
al treno delle sei di mattina
alla sveglia che suonava un’ora prima.

Appartengo ai silenzi di mia madre
quelli più rari, dedicati a pochi eletti.

Appartengo alle mani di mia moglie
alla sua voce, rifugio sempre aperto.
A quella pausa silenziosa e allegra
quando mi chiede se le voglio bene.

Appartengo alle fusa di Etty
al suo cercare di notte le mie gambe.

A chi mi ha insegnato a stare seduto
a gambe incrociate e occhi chiusi.
Chi del silenzio ha fatto devozione
e del respiro un canto.

Appartengo alla forte tramontana
canto di questa terra sacra
dove sono nato e vivo.

Appartengo a chi un po’ di bene mi ha voluto
a chi mi ha detestato.
Appartengo a quell’ultimo respiro
dal quale sono nato.

*

Così come l’allodola non si chiede il perché dell’alba, ma per sua natura l’annuncia; così come i fili d’erba non si chiedono il perché della rugiada, ma ne portano il peso; così come l’ape resta fedele alla vocazione del miele, senza perché; così la donna e l’uomo sulla terra, sono chiamati a vivere.

*

Periodicamente la tristezza mi sorprende. È una pioggia sottile, cade lentamente e uniforme. Non copre tutte le cose, copre me solo. Intorno, lo splendore non cessa il suo incanto. Dalla finestra posso vedere la luce del sole che va tramontando darsi, generosa, alle foglie degli alberi.

Tutto brilla e riluce. Tutto è incantevole. E io mi struggo in una tristezza quieta, una nostalgia tenerissima. Questo spicchio di cielo che osservo, così azzurro; il volo armonioso delle rondini. Due farfalle dalle ali bianchissime. E questa luce…

Sono circondato da una bellezza inesorabile.

In questi momenti, sento come l’avanzarsi di un presagio. L’ora in cui dirò addio a tutto questo e che si avvicina ogni istante che passa.

Scopro che la morte è la mia malinconia. Dolcissimo tormento nel quale sprofondo per piangere piano, sommessamente, senza singhiozzi. Qualcosa di lieve. Come una musica gentile, di un pianoforte antico, suonato con lunghe pause; e una voce di donna, accogliente, che canta una lode all’Amato.












Una musica gentile ospita il silenzio delle fronde sottili come sottili i ritorni dell’aurora sul volto dell’Amato cantato come si canta la gioia che tutto regge in quell’istante eterno dello sguardo spogliato sul fianco dell’incanto. Cosicché tutto brilla e riluce dove scende il tempo per ancora fiorire nell’infinito candore di un cardellino bagnato, leggerissimo e prossimo al corpo di una stella custodita dal mistero di una rondine a pochi passi dal tramonto che ogni parola perdona se perdono è la resa del bene che ha Sua estensione nella rugiada innamorata tra le sponde della nostra naturale debolezza. Massimiliano Bardotti accorge il sacro nelle piccole armonie dimenticate per mancanza d’attenzione, le tiene in un respiro di meraviglia e poi al suono della memoria si abbandona per lasciare sia Amore la vita che da ogni fessura si accoglie vertigine nel vuoto dove è tutta luce il batticuore del nome. E allora che tornino a salmodiare le pietre e una piuma di grano sulla tavola declinata dal mondo, tornino a splendere le cose, tutte le umili cose, torni a sorridere persino la morte, sorella di un nuovo giorno che il volto nello Spirito consola per un solo gesto sussurrato sulle labbra odorose del Padre in noi essenza e incontro anche nel ricordo di un filo d’erba aperto a un abbraccio perduto, nella ferita e nella attesa, nel guscio di una lacrima, in una preghiera sbocciata all’ombra di una quercia, nuda e bellissima, ed essere tenerezza per stringere mani che da troppo tempo si negavano al bene degli altri.