(con poesie di Eugenio Montale, Attilio Bertolucci, Primo Levi, Giuseppe Conte, Antonio Porta, Attilio Lolini, Valerio Magrelli e Francesco Sassetto)
Nel precedente articolo (“Il Gabbiano: voli e tramonti”) abbiamo lasciato il principe dei cieli e delle rive nel suo volo libero e ispiratore di poeti.
Un uccello fattosi metafora di un preciso scenario esteriore ed interiore. Come – volgiamo ancora per un attimo lo sguardo a oltre un secolo fa e al volo rivierasco e crepuscolare del Gabbiano di Montale:
Gabbiani di Eugenio Montale[1]
Ali contr’ali ondanti biancogrigie,
frullanti spole nel giro degli occhi,
croci rotanti all’aria che le porta.
È deserta la foce, affondato
il sole, ogni voce s’ammorta.
Meno pesanti giungono i rintocchi.
Li tiene uno sbattìo di sbarrate ali.
Ali ed ali contro al nascimento
dei lumi nell’ora chiara ancora,
sciamar d’esseri volti all’avvento
d’un’astrale scintillante flora.
Ali ali ali morbida tomba
al tuo finire, fratello:
oh ti cullino come il mare un burchiello!
L’onda più sulla spiaggia non rimbomba.
Ma, poi, dopo decenni di lirismi e metafore verticali, come scrivevo nel “Gabbiano: voli e tramonti”: «qualcosa cambia, in parallelo o in sinergia, nel linguaggio poetico e, ancor più, nella realtà ambientale. Così accade che Valerio Magrelli […] dichiari la sua “strenua battaglia contro gabbiani e tramonti[2]” e che Sergio Pasquandrea, introduca un suo testo con ironia metapoetica: “Peccato che i gabbiani siano ormai così / impronunciabili in poesia / perché questi ne meriterebbero una”. […] E accade, questa volta dal mondo reale, dall’ambiente che muta, che – tra gli altri – Attilio Bertolucci veda per la prima volta “gabbiani sulla riva del Tevere[3]” (1971), Primo Levi li segua risalire il Po dal delta e nel tempo, “Fuggendo il mare, attratti dalla nostra abbondanza” e planare “inquieti su Settimo Torinese”, dove “immemori del passato, frugano i nostri rifiuti[4]” (1979) e Giuseppe Conte, nella meravigliosa Piazza dei gabbiani (1988)rifletta sul “freddo che ha fatto volare / i gabbiani sempre più in qua / verso la città, la piazza / centrale”[5]».
Planiamo e zampettiamo, dunque, coi gabbiani del tardo Novecento, in uno degli aspetti più eclatanti del fenomeno dell’inurbamento degli uccelli e lo facciamo proprio riportando per esteso i tre fondamentali testi sunnominati:
I gabbiani di Attilio Bertolucci [3]
Non avevo mai visto gabbiani sulle rive del Tevere
cangianti in questa fine d’inverno le penne e le acque.
Mi sono appoggiato al granito come fanno quelli
che vegliano sulla propria vita o morte usando
un’intenta pazienza ma i miei occhi distratti
seguivano le planate rapinose degli uccelli plumbeoargentei
sino a che furono sazi i ventri affusolati i becchi
già risplendendo su altri flutti a un sole diverso
per il procedere inevitabile del tempo le mie
pupille stanche e ancora voraci ormai volte
sull’emporio mobile delle vie popolose di Roma
alla cerca disperata nell’ora dell’ipoglicemia
d’un alimento improvviso soltanto a me noto
in una rivelazione gioiosa e sterile nell’ombra-luce
sanguigna da attici e cornicioni meridiani
fumigando sui colli i rami verdi della potatura
sino a ottenebrare il cielo pietoso del ritorno.
I gabbiani di Settimo di Primo Levi [4]
Di meandro in meandro, anno per anno,
I signori del cielo hanno risalito il fiume
Lungo le sponde, su dalle foci impetuose.
Hanno dimenticato la risacca e il salino,
Le cacce astute e pazienti, i granchi ghiotti.
Su per Crespino, Polesella, Ostiglia,
I nuovi nati più risoluti dei vecchi,
Oltre Luzzara, oltre Viadana spenta,
Ingolositi dalle nostre ignobili
Discariche, d’ansa in ansa più pingui,
Hanno esplorato le nebbie di Caorso,
I rami pigri fra Cremona e Piacenza,
Retti dal fiato tepido dell’autostrada,
Stridendo mesti nel loro breve saluto.
Hanno sostato alla bocca del Ticino,
Tessuto nidi sotto il ponte di Valenza
Tra grumi di catrame e lembi di polietilene.
Han veleggiato a monte, oltre Casale e Chivasso,
Fuggendo il mare, attratti dalla nostra abbondanza.
Ora planano inquieti su Settimo Torinese:
Immemori del passato, frugano i nostri rifiuti.
Piazza dei gabbiani di Giuseppe Conte [5]
È stato freddissimo, forse
l’inverno più freddo del secolo.
La mano del gelo ha trovato
le buganvillee e i geranei
li ha fatti grigi e friabili
sul muraglione e nelle fioriere.
La neve è caduta anche in riva
al mare; prima di sera
le spiagge chinavano bianche
al lungo confine con le onde:
neve sulle barche rovesciate
a secco, sulle ferriere
abbandonate.
È il freddo che ha fatto volare
i gabbiani sempre più in qua
verso la città, la piazza
centrale.
Il freddo colore del mare
tra Oneglia e Diano, le tempeste,
la poca pesca, non so,
il sole scialbo e lontano,
la fame, la paura.
Il primo che scese e guardò
le tegole rosse e i balconi
dal basso, scopri
il buio cavo dei portici,
le vetrine, le saracinesche, i marciapiedi.
E altri lo seguirono. Era l’ora
di pranzo. Ne vidi
molti, candidi, indecisi
come soldati assediati in un fortino
muoversi sull’asfalto, vicino
a dove sostano gli autobus
per Albenga e per la Frontiera.
Non c’era in loro la svelta
sicurezza dei passeri e dei
colombi. Si capiva che erano
stranieri, capitati lì per una
catastrofe più lontana e più vera
del gelo dell’inverno. Uno
alzava un po’ le ali, sembravano
gomiti di un ferito, di uno scampato
appena al naufragio.
Altri torcevano a terra
il collo, a beccare forse
rifiuti.
Come erano imbelli, e quasi
ciechi, e quanto
terrorizzante il loro girovagare
lento lì sulla piazza.
Signori dei flutti, delle lontananze,
come camminavano a stento
sotto una pensilina
e come si vedeva che non sapevano
che fare quando le automobili
li radevano. Non volavano
– alzarsi in volo per loro vuol dire
un poco poter correre, e poi aprire
di colpo ali troppo larghe – restavano
lì al suolo a schivare
le ruote come chi è su piedi
malati, malfermi.
Chi lo sa se volevano morire.
E come gli appariva ancora di là
in basso, in pericolo, il cielo
vasto e chiaro.
Se lo hanno per un po’ rinnegato
e che cosa hanno creduto
che fosse quella piazza di città, chi può
dirlo?
Testi, significativi e di intrinseca forza simbolica, che in alcuni sintagmi tracciano di netto un confine, una transizione quasi improvvisa, un prima e un dopo: «Non avevo mai visto…», «Immemori del passato…», «Il primo che scese…». E ne indicano – nelle prime stagioni dell’inurbamento degli uccelli – le inquietudini del cambiamento e l’antipoetica meta: «un alimento improvviso», «rifiuti», «le nostre ignobili/ Discariche», «la nostra abbondanza. / […] i nostri rifiuti». Erano i primi anni Ottanta del secolo scorso. Ricordo la curiosità delle prime cornacchie in città e le volute dei primi gabbiani (erano quelli “comuni”, Chroicocephalus ridibundus) sul Po all’altezza del parco urbano del Valentino. Uno spettacolo allora inusuale, quasi esotico e gentile.
Tra i diversi fattori che hanno determinato o facilitato l’inurbamento degli uccelli (crescente espansione delle città, la trasformazione del paesaggio circostante, minor pressione predatoria – di cacciatori compresi -, siti di nidificazione artificiali, microclimi favorevoli ecc.) quello che più ha favorito le specie adattabili e opportuniste, come i corvidi e i gabbiani, è la disponibilità di cibo antropico: «discariche», «rifiuti», «immondizia» sono così i lemmi approdati e via via radicatisi nella poesia sulla scia dei chiassosi volatili.
Così, se i gabbiani di Antonio Porta, allontanatisi dall’originale ambiente costiero, si stanno avvicinando all’inurbio (siamo nel 1984), quelli di Attilio Lolini (2013) e di Valerio Magrelli (2016) sono già sui «terrapieni delle discariche» e «sotto casa».
Gabbiani in profondità dentro la campagna di Antonio Porta[6]
Gabbiani in profondità dentro la campagna
planano sul lago di frumento già in erba
senza pesci beccano invisibili rane, vermi
guizzanti, alle dita degli umani
crescono brevi ali in prova
Sosostris di Attilio Lolini[7]
Qui non c’è acqua
ma soltanto terra
i gabbiani gridano
sui terrapieni
delle discariche
con il becco ostentando
carte da sandwich
il mare è una pozza
dove affiorano
foglie secche
ragni drappeggiati
voci che odi uscire
dai pozzi essiccati.
V. Gabbiani, dunque di Valerio Magrelli[8]
La poesia e la fogna, due problemi
mai disgiunti
E. Montale
Ho fatto male a dirne tanto male
e per questo si vendicano.
Scesi dall’alto dei loro tramonti
vengono a pascolare davanti al mio portone.
Mangiano l’immondizia
l’unica pianta che cresce in città,
nella nostra città,
un rampicante che cresce già morto
e adesso nutre il popolo
dei cieli.
Prendevo in giro il Kitsch:
mi ritrovo gli zombie sotto casa.
Metamorfosi inquietante: le alate e quasi celesti creature scese «dall’alto dei loro tramonti» ora sono viste come «zombie»! Ed è andata – e va – nient’affatto meglio «oggi», dove l’inquietudine si fa «paura [del]la razza futura».
oggi i gabbiani di Francesco Sassetto[9]
divorano la notte l’immondizia abbandonata
nelle calli dai turisti dei B&B
maciullano col rostro
trascinano
ingollano tutto
ingrassano
sempre più imponenti
violenti
padroni del posto.
Al mattino un campo di battaglia
cadaveri dilaniati
lezzo di morte spira da ogni parte.
La gente passa
li scansa.
Fa paura la razza futura.
Una storia, quella del gabbiano postmoderno, con luci e ombre e – sembrerebbe – ancora senza un credibile “vissero tutti felici e contenti…”
[1] Eugenio Montale, Tutte le poesie, a cura di G. Zampa, Mondadori, 1990, p. 809. La poesia Gabbiani, datata «ottobre ’23» è stata inserita, nell’opera citata, tra le “Poesia disperse. I”.
[2] Antonio Gnoli, “Valerio Magrelli. La poesia va liberata da gabbiani e tramonti”, “La Repubblica”, 13 agosto 2022, p. 34.
[3] Attilio Bertolucci, I gabbiani da Viaggio d’inverno, Garzanti, 1971.
[4] Primo Levi, I gabbiani di Settimo, Ad ora incerta, Garzanti, 1984, già su “La Stampa” del 17 luglio 1979.
[5] Giuseppe Conte, Piazza dei gabbiani, da Le stagioni, Rizzoli, 1988 in G. Conte, Poesie 1983-2015, Mondadori, 2015, p. 95.
[6] Antonio Porta, Invasioni, Mondadori, 1984.
[7] Attilio Lolini, Carte da sandwich, Einaudi, 2013.
[8] Valerio Magrelli, Guida allo smarrimento dei perplessi, Carteggi Letterari-Le edizioni, 2016.
[9] Francesco Sassetto, MART, puntoacapo Editrice, 2024, p.62.
Immagine di copertina: Gabbiano reale a Savona, fotografia di Rosanna Frattaruolo, 2025
