Qual è il seme da cui è germinata la tua poesia e quale la sua genesi nel tempo?
Il seme della poesia, per me, risale al cuore dell’infanzia. Tutto prende avvio da un prozio fiorentino innamorato di Dante e dalla bambina vecchia che ero io.
Mi spiego: durante l’infanzia, fin dai miei tre anni, comincio a trascorrere il mese di agosto presso una coppia ormai anziana di prozii, che abitano nella centralissima via Cavour di Firenze. Niente figli, tanti libri, un lucherino, molto amore per la letteratura e il teatro. E grande affetto per me.
Firenze è molto calda, d’estate. Durante le ore più afose del primo pomeriggio, zio Bruno -con serena temerarietà- prende dunque l’abitudine di leggermi, nella relativa frescura del salottino rivestito di libri, la Divina Commedia. Io ho cinque, sei, sette anni. Cosa colgo del contenuto di quei versi? Assolutamente nulla. Il senso delle terzine dantesche mi risulta comprensibile quanto aramaico antico.
Ma la magia si sprigiona comunque: dall’incanto delle rime, dall’incatenamento di assonanze e allitterazioni, dall’abbraccio dei suoni, dalla potenza del ritmo che si fa ipnosi.
E io ascolto, irretita per sempre. Dall’esigenza del ritmo – respiro profondo che cuce suoni ed emozioni – non saprò liberarmi mai più.
Nel frattempo prende avvio, per me, la fascinazione della lettura. Scopro che le storie alleggeriscono i pesi, dislocano i dolori, creano empatie salvifiche, offrono varchi. Scopro che le parole possono essere catartiche. Divento presto una lettrice bulimica e compulsiva. Il corto circuito fra l’esigenza della lettura e l’esigenza della scrittura sarà breve: comincio a scrivere i primi versi a otto anni. Seguono le fiabe per mia sorella, i primi racconti brevi, le pagine e pagine di monologhi o riflessioni.
E -a quattordici anni- il primo romanzo. Provvidenzialmente esiliato in fondo a un cassetto, dove resterà a vita: fossile dell’epoca magica in cui la giovanissima età non ti permette ancora di capire che la vita è già lì, condensata in quell’attesa, contenuta nell’ampiezza massima delle ali prima di spiccare il volo.
Quali i poeti che negli anni hai sentito più affini alla tua sensibilità?
Come mi è capitato per la narrativa, anche per la poesia ho attraverso stagioni di grandi innamoramenti. Probabilmente troppi, precoci e disordinati. Riporto qui, a memoria, solo i nomi e i ricordi che mi riaffiorano con più forza.
Da adolescente, le prime raccolte di poesie acquistate su bancarelle di libri usati sono state quelle di Baudelaire, Rimbaud e Verlaine. Come non innamorarsi dei poeti maledetti, a sedici anni? Come non restare catturati dalla loro visionarietà, dagli eccessi appassionati, dai temi decadenti e struggenti che pronunciano il male di vivere, dal simbolismo che evoca e non dice, dall’abbraccio avvolgente delle sinestesie e della musicalità?
Contemporaneamente e irrazionalmente, però, amavo anche i versi di Jacques Prevert – per l’immediatezza delle immagini e la capacità di fondere registri diversi, se non antitetici, in una commistione di alto e basso – e la poesia di Pablo Neruda, per gli slanci di impegno civile e per le tensioni etiche, che ti costringono a interrogarti sulla responsabilità della scrittura. Responsabilità che mi è sempre stata a cuore.
Forse solo con gli anni universitari le mie letture poetiche si sono fatte più coerenti e consapevoli. Ho allora amato molto Montale, a partire da un corso monografico dedicato a lui.
Nello stesso periodo ho cominciato a subire anche la fascinazione di autori come Hugo von Hofmannsthal e Stefan Zweig, che esprimono una doppia crisi: la crisi personale – con lo sgretolamento della fiducia nella possibilità comunicativa della parola – e la crisi collettiva di un intero mondo in dissoluzione, uscito a pezzi dalla carneficina della grande guerra. Dai miei primi vent’anni ha dunque avuto inizio, per me, un’immersione nella letteratura centro europea ed ebraico-orientale evocata in molti libri di Claudio Magris, a partire da Lontano da dove. Joseph Roth e la tradizione ebraico-orientale.
Trovavo negli autori della Finis Austriae la sensibilità di chi, privato del senso di appartenenza a un’unica realtà stabile e monolitica, si sente parte dell’umanità tutta, riconoscendosi nelle sue fragilità e nelle sue ferite.
Molti altri sono i poeti che ho amato nella maturità: da Maurizio Cucchi ad Antonella Anedda, da Vivian Lamarque a Pierluigi Cappello, che per me è stato anche un grande amico e di cui conosco bene la totale adesione della vita al verso, fino alla fine.
Tra i libri in postazione stabile sul mio comodino c’è poi -inamovibile- la raccolta completa delle poesie di Wislawa Szymborska: trovo potente la sua capacità di sguardo paradossale, ironico e profondo sul mondo, sulla storia, sulla memoria. Non c’è tema che la Szymborska trascuri, eppure lo fa con la semplicità dei grandi, talvolta con una sorta di sberleffo buffo, come regredendo consapevolmente e programmaticamente all’infanzia. Il che mi ha sempre ricordato Bruno Schulz.
Ti ritrovi nella riflessione, trascritta di seguito, di Giacomo Leopardi?
“Felicità da me provata nel tempo del comporre, il miglior tempo ch’io abbia passato in mia vita, e nel quale mi contenterei di durare finch’io vivo. Passar le giornate senza accorgermene, parermi le ore cortissime, e maravigliarmi sovente io medesimo di tanta facilità di passarle. (Giacomo Leopardi, Zibaldone, 4417-18, 30 novembre 1828)
Mi ci ritrovo e non mi ci ritrovo. Certo, spesso la scrittura è pura felicità. E per me, da bambina, è stata anche salvezza. Ma si scrive – e si legge – per molti motivi, sotto molte diverse pulsioni e necessità.
Si scrive – e si legge- anche per espandere la propria vita in altre vite.
Per entrare in altri tempi, altre geografie, altre identità.
Per frequentare la parte in ombra di sé.
Si scrive – e si legge- perché non ci si basta.
Per trasformare il monologo in dialogo.
Per guardare in faccia le proprie paure e respirare di sollievo quando si scopre che non sono paure solo nostre.
Si legge – e si scrive- perché le parole non bastano ma non se ne può fare a meno.
Non credo che tutto questo sia condensabile nella parola felicità, eppure forse la contiene.
Antonella Sbuelz vive a Udine, dove è nata. Oltre che nella sua città, ha studiato a Trieste e Verona e ha conseguito un dottorato in Letteratura Moderna a Losanna.
È autrice di romanzi, raccolte di racconti, sillogi poetiche, saggistica e letteratura per ragazzi.
Le sue opere – tradotte in inglese, tedesco, spagnolo, francese e croato – hanno ricevuto numerosi premi, tra cui il Campiello Junior, il Camaiore, il Fiuggi Storia, il Biblioteche di Roma, l’Alda Merini, il Rhegium Julii, il Raffaele Crovi, il Palmastoria-narrativa storica.
Tra i suoi ultimi romanzi, “Il mio nome è A(n)sia” (Feltrinelli 2023), “Mariam” (Vallecchi, 2023), il best seller “Questa notte non torno” (Feltrinelli 2021), “La ragazza di Chagall” (Universitaria Forum, 2018). Il suo romanzo “Il movimento del volo” ( Frassinelli 2007), è appena stato rieditato dall’Editore Vallecchi ( gennaio 2025).
Tra le più recenti raccolte poetiche, “Il mondo è triste senza di me! Poesie per giorni dritti e storti” ( Feltrinelli, 2024) e “Chiedi a ogni goccia il mare” (Stampa2009, 2020; Premio Camaiore; Rosa finalista Premio Viareggio).
Svolge un’intensa e ininterrotta attività culturale presso Scuole e Istituzioni italiane e straniere, continuando a dialogare con ragazze e ragazzi. Grazie agli incontri con gli adolescenti, non smette di sorprendersi e imparare.
