La lingua degli uccelli (XIX) -Aironi e ardeidi / Parte prima: l’Airone cenerino

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con poesie di Salvatore Toma, Antonio Porta, Fabio Pusterla, Sergio Gallo e altri versi di Corrado Govoni e Giancarlo Baroni


Gli Aironi sono certamente i rappresentanti più emblematici della famiglia degli Ardeidi, dell’ordine dei Pelecaniformi. Il nome Ardeidi deriva dalla città di Ardea, da cui, come narra Ovidio nel XV libro delle Metamorfosi, si levò in volo un airone dopo che Enea ridusse la città in cenere[1] e come, con lirica didascalia, ricorda Sergio Gallo in Ardea cinereaparte II:

«Forse ti chiami Ardea? Come
La fiorente città dei Rutuli
fondata da Danae, distrutta da Enea
dalle cui macerie spiccò il volo
scuotendosi di dosso la cenere
l’uccello caro a Ovidio, Virgilio, Omero?
…»[2]

Gli Ardeidi sono uccelli trampolieri, di dimensioni da medie a grandi, accomunati dalla lunghezza delle zampe, dall’habitat acquatico (risaie, paludi, canneti ecc) e dall’alimentazione carnivora (pesci, anfibi, rettili, piccoli mammiferi ecc).
In Italia vivono, prevalentemente nelle zone planiziali e umide del Nord e del Centro, 9 specie della famiglia: il più comune, e molto diffusosi negli ultimi decenni a partire dalle pianure padane, è l’Airone Cenerino (Ardea cinerea); i suoi cugini, l’Airone bianco maggiore (Ardea alba), il più grande airone nostrano, l’Airone rosso (Ardea purpurea), meno osservabile, perché predilige i canneti; l’Airone guardabuoi (Bubulcus ibis) che sta recentemente aumentando areali e popolazione e il cosiddetto Airone minore, più propriamente la Garzetta (Egretta garzetta). È’ ancora facilmente osservabile la caratteristica livrea della Nitticora (Nycticorax Nycticorax), mentre la Sgarza ciuffetto (Ardeola ralloides), il Tarabusino (Ixobrychus minutus) e il Tarabuso (Botaurus stellaris) sono meno frequenti e osservabili.

Le grandi dimensioni, la scenografia del volo, la presenza quasi familiare in molti ambienti rurali e naturali, la relativa vicinanza agli ambienti antropizzati hanno fatto dell’Airone cenerino quasi l’unico protagonista della famiglia nella simbologia e nella letteratura. Va subito detto, quindi, che mentre per l’Ardea cinerea sono stati scritti un cospicuo numero di versi e di componimenti, in modo tale da dover imporre, qui, una stretta cernita, direttamente dall’alveo della poesia italiana moderna e contemporanea, per gli altri aironidi (storpiatura mia) le presenze andranno cercate, come suol dirsi, col lanternino.

La simbologia tradizionale dell’airone non è particolarmente indicativa, fatto salvo che – specie nella tradizione cristiana – in quasi ogni creatura sono stati di volta in volta evidenziate caratteristiche cristiche o demoniache: l’airone che indossa il colore grigio della contrizione e della penitenza, all’opposto l’airone che divora il pesce, simbolo di Cristo. Vedremo e se nei testi poetici si farà allusione a qualche aspetto simbolico tradizionale, ne faremo specifica menzione. Ma, anticipo, tuttavia, che già le caratteristiche fisiche, a terra o in volo[3], sono tali da richiamare occhi e sensi dei poeti. Così Corrado Govoni, in Poesie elettriche (1911) dedica al trampoliere un sonetto, Gli aironi, che reca nelle due terzine un’impronta descrittivo-impressionistica, rimarcandone alcuni aspetti: «impermeabili», il becco come «grandi forbici», le zampe come «lunghe grucce strambe». Lo stesso poeta, emiliano, – la pianura padana con i suoi «stagni della bassa» e il suo delta è l’area che tradizionalmente accoglie il maggior numero di Ardea cinerea – compone quarant’anni dopo un altro testo, Il passaggio degli aironi, in Patria d’alto volo (1953). Qui alcuni versi dettagliano un aspetto interessante: il volo a stormi: «È uno stormo d’aironi alto che passa alto che passa/ coi suoi lugubri gridi nella notte,/ emigrando agli stagni della bassa;/ e a un primo stormo segue un altro stormo». Infatti, anche se quasi costantemente le osservazioni dell’airone a terra si riferiscono ad individui singoli o a piccoli nuclei familiari, la nidificazione avviene con abitudini coloniali: diverse specie di Ardeidae prediligono costruire i nidi molto vicini, in garzaie, così sono chiamate queste colonie, generalmente collocate in ambienti boschivi vicini a zone umide[4]. Ne consegue che nei confini tra le ore diurne e quelle notturne – albe e crepuscoli – accada, come descritto da Govoni, di assistere a voli in stormi egli uccelli verso e dalle zone di caccia. Se nelle due poesie di Govoni, probabilmente a fare da eco al rumore interiore che accompagnò l’esistenza del poeta, l’airone e il suo ambiente rimandano disarmonie (uccelli «malati» e «puzzolenti» dai «lugubri» e «raccapriccianti» gridi, «pinze di fuoco del becco», stagno «torbido» e «fetente» con «pelle d’un lebbroso») tonalità diametralmente opposte slargano dal brevissimo, quasi aforistico, testo di Salvatore Toma, tra i pochi poeti non del Nord Italia a scriverne:

D’aironi di Salvatore Toma[5]

D’aironi
             intorno
                        una
                              quiete


Antonio Porta, il più «comunicativo»[6] tra i poeti della neoavanguardia[7], nella sua ultima opera in vita Il giardiniere contro il becchino (1988), nel quale si registra un forte recupero di registri poematici, tocca il punto più alto con il poemetto Airone «splendida celebrazione lirica di adesione all’esistere nel continuo rinascere della “semplice vita”, nella “felicità del limite”[8], definito da Raboni come «il diario di un disperato, gioioso corpo a corpo allegorico con il più antico, forse, dei desideri umani: quello di volare».[9] Lo stesso Porta scrive: «Il poema finale [di Il giardiniere contro il becchino], che mi è costato la maggiore fatica e parecchi anni di lavoro, Airone, è […] il più fortemente allegorico sino dall’inizio: io ho assunto questa figura dell’airone e in essa mi sono identificato come in un volo di ricognizione sopra il pianeta. Il mio è stato quindi una sorta di rapporto allegorico con la vita del pianeta terra, visualizzata da un uccello migratore che si rende conto che ci sono territori inabitabili: il volo dell’airone consente una percezione dall’alto. Si tratta infatti di un vero progetto “percettivo”, basato appunto su questa visione a volo di uccello che già anche gli antichi, tra l’altro, conoscevano o immaginavano: esso mi ha costretto a mettere a punto un linguaggio nuovo, diverso[10]». L’airone è un pretesto, una ampia metafora, cionondimeno molti versi ne ritraggono aspetti concreti o più simbolici. Riportiamo alcuni stralci dei frammenti 2 e 17:

Airone di Antonio Porta[11]

2. (26.7.80)


Ti saluto, ti canto, airone
ritornato a infilare le zampe
nelle risaie lombarde
canto la mia liberazione
appena uscito dalla prigione
disceso nelle acque
dove il seme va maturando
ancora una volta hai reciso
le sbarre invisibili ma sicure
alzate tra me e il mondo
di nuovo fai delle parole
i tramiti cantabili
tra me e il mondo separato dal letargo d’inverno
tu preparavi il ritorno
io dormivo chiuso in una parete di ghiaccio naturale
e artificiale interminabile inverno del Nord
gli occhi fatti opachi
dai cristalli del gelo
(ci sono sette tipi di gelo
io stavo chiuso nell’ottavo
quello prodotto dal silenzio
muto come ogni lingua
divien gelando muta)
airone, suono del contatto, dell’unione
le mani battono nell’aria
insieme alle tue ali
subito mi fisso immobile al suolo
rimango come te zampe nell’acqua
come fossi ancora cieco e sordo
e non lo sono più
[…]
tu come tutti gli aironi
arrivi qui nelle acque tiepide per fecondarti
[…]


18. (21.3.85)

A questo punto, Airone
mi frughi nel ventre
e trovi umida sabbia e
piccole uova di rettile,
il tempo, il poema finisce
in punta di lingua.
Qui in casa dormono tutti, un’ondata
improvvisa mi rigetta sulla spiaggia
a incontrare il tuo becco.
La silhouette inconfondibile e le grandi dimensioni degli aironi (il più comune cenerino si avvicina al metro di lunghezza con apertura alare fino a 175 cm, il bianco maggiore può toccare i 2 metri di apertura alare, ma è meno frequente), superate in Italia solo – eccetto avvoltoi e aquile – da quelle del Cigno e della Cicogna, per altro meno comuni, sono gli elementi più impattanti e fascinatori. Di «corpo e […] zampe allungate»[12] e «ali vaste» scrive, infatti, Fabio Pusterla nel dittico Due aironi, di cui riportiamo il testo II, che coniuga elementi di mera descrizione del volatile con quello, meditatamente evocativo, del suo carattere e del suo habitat:

Due aironi di Fabio Pusterla[13]

II.

Questo fila sull’acqua come freccia scura,
che sappia dove andare e perché:
l’airone grigio, cenere dell’alba, filamento
che viene sempre dalle brume più opache dell’ovest,
della notte, e vola dritto verso est, dove una luce
ancora vaga si dispone, e a sé lo attrae.
Più tardi arresta il volo in una valle nascosta,
e infine calmo ripiega le ali posando sul greto
di un torrentello che taglia i crinali con un tuffo
tra selve desuete e rocce vive, fili a sbalzo
cadenti, copertoni e fortunosi
argini o dighe: non vere cascate,
piccoli salti, al più, brevi riposi
d’acqua in pozzetti o conche tra le pietre o vasche
da canapa o da concia abbandonate, o sgrondi
utili forse un tempo, ora insensati, rozzi scivoli;
e qui, grigio nel grigio, scende a bere,
o a poca pesca, forse, timoroso
e attento, sempre vigile, prontissimo
a risalire rapido, silente,
il corpo e le zampe allungate, le ali svelte
a cogliere il vortice d’aria delle gole,
il soffio che lo conduce più all’interno di foreste,
nel cuore di mondi perduti,
verso un’acqua che scroscia dall’alto in minuscoli rivoli
e sprofonda in terreni calcarei, marne bianche, e poi riemerge,
goccia nei prati, macchia o lieve alone
umido lungo il pallore di rocce friabili,
zampillo, occhio di lince.
E qui l’airone ti guida, qui ti lascia
stupito, a terra virgola e sale a picco oltre il suo zenith,
nel suo ignoto destino di bestia
timida, con le ali.

Curiosamente (o meno) Pusterla usa l’aggettivo «lugubre» pervicacemente usato da Govoni. Non raramente la presenza dell’uccello cenerino, anche da altri autori, è associata ad altro grigio o a scurità assortite[14].

Un altro dittico (Ardea cinerea – Parte I ed Ardea cinerea – Parte II) ci offre il già citato, in apertura del presente articolo, Sergio Gallo, autore più di altri a proprio agio con un puntuale e fine ritrattismo, utilizzato però nella Parte I come specchio allegorico:

Ardea cinerea – Parte I di Sergio Gallo[15]

M’inchino alla perfetta
immobilità dell’airone
in stazione eretta
al crepuscolo sul prato,
alla nobile eleganza
della sua figura affusolata
il collo e la testa albi,
la livrea color cenere.

Oppure fermo “alla posta”
il collo teso sullo specchio
d’acqua, l’affilato becco
pronto ad arpionare, la
striscia nera che dall’occhio
punta alla graziata cresta
al ciuffo nucale, segno rituale
di qualche tribù di nativi
per proficue cacce al bisonte.

In modo simile ammirato
per un attimo ti sorprendo
perfettamente immobile
innanzi lo specchio d’una vetrina,
il corpo magro slanciato
nel cappottino grigio chiaro,
gli stivali gialli al ginocchio
la mano affusolata, le unghie
laccate in lungo collo sfiorare.
[…]

Come anche in Gallo, oltre al volo, è la postura di caccia, il lungo immobile appostamento (“alla posta”) che colpisce gli osservatori e che, quindi, ricade nei versi. Ho molte volte seguito aironi (e altri Ardeidi) nella loro minacciosa immobilità che precede la fulminea manovra di caccia, con le temibili «pinze di fuoco» del becco, così descritto negli efficaci versi di Corrado Govoni – senza chiederci se per il colore arancio acceso o per la sua esizialità.
«Svelto come una lancia/ passi da parte a parte una ranocchia/ la ingoi a partire dalla testa» e «bisce/ che infilzi col becco» fotografa Giancarlo Baroni[16], che in un altro testo appella il trampoliere «grigio indovino attento/ ai tremori dell’acqua».[17]
Le rane certo sono una delle prede usuali degli aironi[18] ma, nonostante i manuali riportino tra le vittime degli aironi anche “piccoli” mammiferi, questo elegante uccello può trasformarsi in un impressionante inghiottitore finanche di lepri e nutrie!

Dei più rari Airone bianco maggiore e Airone rosso non ho reperito tracce utili nelle poesie italiane moderne e contemporanee. Curioso è il fatto che in Arte degli uccelli, celebre bestiario di Neruda, la poesia Garza [19](semplicemente Airone) sia in realtà dedicata all’Airone bianco maggiore. Ma ciò si deduce solo dal sottotitolo: Casmedorius Alba Egretta, che indica uno dei vari nomi, meno utilizzati, dell’Ardea alba, cioè dell’Airone bianco maggiore.

Nel successivo articolo diremo dell’Airone guardabuoi e degli altri Ardeidi.


[1]«Il suo grido, le sue ali di color cenere, la sua magrezza,/ tutto ricorda la città distrutta dai nemici./ Ed infatti, d’Ardea il nome ancor gli resta./ Con le penne del suo uccello Ardea piange la sua sorte».

[2] Sergio Gallo, Corvi con la museruola, LietoColle, 2017

[3] Va detto, senza tema di smentita, ma senza necessità di citazioni dimostrative, che nella più lirica ed emozionalistica poesia il volo dell’airone è quasi un topos, sbiadito e usurato, che in parte assume quelle valenze di libertà e di romanticismo che hanno connotato e connotano ancora l’iconografia del volo del gabbiano.

[4] Nel Po, al confine orientale di Torino, sull’”isolone Bertolla” ho potuto osservare per anni sui pioppi dell’isolotto, una numerosissima colonia di aironi cenerini (nel 1991 furono censiti 82 nidi), unico esempio in Italia di garzaia urbana e seconda in Europa, a quanto so, solo a quella di Amsterdam. In verità negli ultimi anni, nonostante l’alto numero di aironi avvistabili, mi pare che la colonia non sia più così frequentata.

[5] Salvatore Toma, Poesie (1970-1983), Musicaos, 2020, p. 19.

[6] cfr. M. Cucchi e S. Giovanardi, Poeti italiani del secondo Novecento.1945-1975, Mondadori, 1996, p. 438: «esigenza […] di riaprire le porte alla comunicazione in poesia, di tentare come dirà più avanti, la “sfida orizzontale della comunicazione”».

[7] cfr. P. V. Mengaldo, Poeti italiani del Novecento, Oscar Mondadori, 1990, p. 973: «Nella pattuglia poetica della neoavanguardia Porta è non solo il poeta più dotato di vera necessità espressiva ma anche il più ricco di fiato».

[8] M. Cucchi e S. Giovanardi, op. cit., p. 439.

[9] G. Raboni, Antonio Porta, in volo con la poesia oltre l’avanguardia, articolo in “Corriere della sera”, 3 dic 1998.

[10] A. Porta, Il progetto della poesia, in “Il Verri”, anno 1990, n. 1, pp. 15-22.

[11] A. Porta, Il giardiniere contro il becchino, Mondadori, 1988.

[12] «collo lungo e dritto» è descritto, per esempio, da Giancarlo Baroni, in Airone cenerino, in I merli del giardino di San paolo e altri uccelli, Grafiche STEP, 2016.

[13] Fabio Pusterla, Folla sommersa, Marcos y Marcos, 2004.

[14] Franco Marcoaldi, per esempio, in una «cupa scena», tra «nubi tetre» e «pioggia fiacca e bassa» osserva un airone cenerino «nel plumbeo umore del mattino» (L’airone cenerino, in Animali in versi, Einaudi, 2022);

[15] Sergio Gallo, op. cit.

[16] Giancarlo Baroni, Airone, in op. cit.

[17] Giancarlo baroni, Airone cenerino, op. cit.

[18] La diminuzione degli anfibi è stata da qualcuno semplicisticamente attribuita all’accresciuta presenza degli “aironidi” negli ambienti umidi, ma il problema è ben più complesso e le principali cause vanno cercate in altri fattori, ambientali e antropici, a cominciare dal degrado dell’habitat e dall’inquinamento.

[19] Pablo Neruda, Arte degli uccelli, Passigli, 2004, pp. 80-81

Fotografia in copertina: Airone cenerino (Ardea cinerea) spettinato dal vento. Foto di Alfredo Rienzi – Torino, Murazzi del Po – dicembre 2020 ©