Valentino Ronchi: “e mia madre all’ombrellone ci guarda partire”

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Immagine di copertina del libro

Nota a cura di Pietro Romano

Sequenze puramente narrative, contrassegnate da un linguaggio quotidiano, talora intriso di ironia, si legano a un dettato lirico preciso, spesso caratterizzato, sul piano stilistico, dalla presenza di rime interne. Valentino Ronchi, nella Ma tu l’hai letto “Il giovane Holden”? (Graphe 2024, collana Le mancuspie diretta da Antonio Bux), intesse una narrazione suddivisa in più parti (L’amore dalle suore parte prima, Tutti i campi collegati, L’iscrizione alla scuola di musica, Philosophie première, L’anno buono, Salinger, Miralago dancing and restaurant, L’amore dalle suore parte seconda) dove l’io poetico, nell’assemblare immagini e frammenti mnestici, sembra scandagliare l’elemento marginale, di fondo, talora il rimosso. L’opera squaderna così una temporalità sdrucita, a tratti epifanica, il cui fulcro spaziale risiede proprio nella valorizzazione di ciò che è destinato ad abitare le periferie della memoria:

Mio padre è venuto a due soli compleanni

miei, i sette e gl’undici, è stato fino alla torta

poi è andato via. Ci ha lasciato un appartamento

pieno sul fianco del paese e un assegno, copre

tutto, la benzina, il mangiare, la malinconia

le piccole spese. Ma tu che esci dal mare

ferroso di Baratti come il mondo fosse tutto

qui e ora – è il giugno del’82, le tombe

etrusche distese sul prato, le tedesche nude

sulla rena – tu, ragazzo, non puoi saperlo,

è ovvio, e mi chiedi se mi va – è un po’

che ci guardiamo – di andare a passeggiare

fino al baracchino di frasche io e te,

vicini al mare. Va bene, va bene, ti dico

e sorrido, e mia madre all’ombrellone

indifesa ci guarda partire.

Il componimento di cui sopra è pervaso da echi fantasmatici che, se da un lato evidenziano una distanza spazio-temporale colmabile in qualche modo dall’armonia del canto, dall’altro restituiscono coordinate memoriali non più ricostruibili: “come il mondo fosse tutto/ qui e ora”. È il tema dell’ubi sunt: tutto quello che dimora nel passato continua a produrre i suoi echi nel presente, ma è irrevocabile e mai del tutto ricostruibile. Il padre, figura dell’assenza, pare dimorare nelle medesime periferie di cui il poeta invece ricostruisce in qualche modo le vie, i sentieri. E poi, l’elemento dialogico, disseminato qua e là nella narrazione, conferma in qualche modo la volontà di riportare alla luce ciò che è stato spazzato via dal tempo:

Baratti dopo il tramonto, i granchi

solitari, lunatici, a minuscoli branchi,

l’anello di mare che gli etruschi ci andavano

a tirar fuori il ferro, e poi a morire, e questo

colore d’alba pure se qui è scesa l’ombra della sera.

– Tua madre invece com’è, com’era? – chiedi,

anche se l’hai vista e ti saluta, vuoi sapere

come si fa a crescere una ragazzina bionda

belligerante bella come me, tutto da sola.

Mia madre… Mia madre somiglia a me

come mi vedi, quando sarà la vita a dirmi

cosa devo e non devo fare e io le annuirò

quasi sincera, mentre cantando la radio

preparo da mangiare.

Senz’altro si avverte un’eco pavesiana, improntata però alla descrizione di un’interiorità che per riconoscersi necessita di agganciare la propria vicenda umana a figure dell’impermanenza e a un’armonia del verso che possa riscattare ciò che è invece andato perduto. C’è un vitalismo, nelle poesie di Ronchi, che non cede all’avanzare del tempo, ma che al contrario mira a restituire la vita, così com’è stata vissuta, nel suo flusso continuo e instabile:

Si va solo a Piombino da qui, al massimo

a Campiglia, San Vincenzo è lontana.

Le scaline di pietre scavalcano i due binari

permettono di guardare il paesaggio.

Del circolo dei lavorati il sole ha bruciato

l’insegna, la resina dei pini come ambra

e gli orti, il mare si può solo intuire. Ma c’è

un luogo sperduto nel cuore del cuore

del mondo, migliore di questo, per toccare

e frugare, scoprirsi e mostrare? E andiamo

io e te col tuo motorino – un Garelli nero

chiesto in prestito al custode del campeggio –

lontano lontano, oltre sin dove assieme

ci si può accompagnare, e oltre, fino

a scomparire.

D’altro canto, l’elemento naturale è di per sé stupefazione di fronte al mistero che concerne il flusso dell’esistenza e dei possibili:

Venite, ora vi porto nell’unico vero mistero:

la quiete splendida, sospetta, silenziosa

e potente della domenica nel paesaccio bigio

abbraccato a Milano. L’alba da pellicola sensibile,

la mattina deserta, distesa, il giro il perno

del mezzogiorno, il dopopranzo immobile,

fatato, le porte chiuse, il sonno steso del vino

che corregge i versi peggiori, e Novantesimo

minuto che tutto inghiotte e sutura. Seguitemi

entriamo in questa pace simile alla miglior morte

alla miglior vita. Fermiamoci a una partita

di perenni esordienti oppure a pedinare la banda

di due amici che scavallano il confine diretti

alla città, o gl’innamoratini le mani nei jeans

al fondo bagnato dei giardini. I padri di famiglia,

sconsolati, un secolo di settimana alle spalle,

le madri con le madri a somigliarsi, le carte

sui tavoli a riposare. La festa dei giusti

e degli ingiusti, tirati assieme e confusi

nel piazzale vociante, affollato.

La Milano di un tempo non è affatto cristallizzata nelle memorie del poeta: essa è viva, “nella quiete splendida” che poi tutto accerchia e anima. E le generazioni che di tempo in tempo si avvicendano recano con loro qualcosa di immutabile, un bagliore che rende conto di quel che scorre e non conclude:

Il derby Bresso Cormano che io sappia

fu giocato una volta soltanto, anni fa.

La gente radiolina e paletot alle tribune

nel primo pomeriggio, la domenica ritta

pronta, sulle gambe snelle del marzo

dei nostri dodici anni. Davvero io, tocca

a me di fare tutto questo? Capire cosa

sarebbe successo, chi l’avrebbe fatta

la storia nostra sbilenca, da poco. Noi,

loro, nessuno. L’arbitro – mi ricordo

poco più di un ragazzino di Gratosoglio

iscritto proditoriamente a economia

magro come un chiodo magro e sul collo

una voglia spiccata di andarsene via –

quando gli parve buono il momento

fischiò. E tutto prese inizio, e come

nelle favole, a cominciare cominciò.

Ecco, il tempo sembra obbedire a una circolarità in virtù della quale ciò che si crede perso in qualche modo prolunga la sua vitalità. La memoria, che pure è cantata a sprazzi, è, nella poesia di Ronchi, il risultato di una temporalità mobile, la realizzazione del sogno di Rovelli dei “buchi bianchi”, di uno spazio dove tutto in qualche modo permanga nella forma della luce e della vita:

La scuola di musica un giorno è atterrata

quaggiù, senza fare rumore senza destare

scalpore. Si tratta di un villino a due piani

i pavimenti di legno e i corrimani d’ottone

violini che provano studietti e tromboni

e pianoforti incastrati sulle scale, soffitti alti

altissime le note, oltre quanto puoi leggere

e vedere. Nel sottoscala, strumenti un quarto

e un mezzo a noleggio per piccoli principianti

impettiti futuri musicisti di famiglia o per chi

nella vita, almeno una volta, vuol provarci

a provare.

Un lavoro di labor limae, certo, quest’opera di Ronchi, nella quale la stessa spazialità si trova precipitata come per diventare parte di un linguaggio assoluto e ciononostante in continuo divenire:

Ora seduti ammutoliti la guardano fare,

e rispondono alle domande attenti,

come chi guarda il vento da un chiosco

sul mare. Nome, classe, età, eventuali

– musicali – precedenti. Signorina Lavìta

li osserva, tanti ne ha visti passare. Li ha amati

tutti, senza rivelarlo a nessuno: di ciascuno

il giorno dell’arrivo già conosce il giorno

fatato dell’addio. E loro se ne escono

iscritti, felici, a un primo semestre, così

per cominciare (è questo il suo di lei consiglio

ci vuol la pazienza di Rilke, con la musica

e altro andarci piano). E fuori come

una fortuna donata c’è ancora Milano,

da tornare indietro, nelle mani fresco

di stampa un Pozzoli, 80 pagine di segreto

che mille pomeriggi lunghi di pioggia

contribuiranno forse a svelare.