Ciao Fabio, ci si è incontrati l’ultima volta in occasione di un laboratorio per le scuole Primarie a Volpedo e come sempre nel tuo dialogo con gli ascoltatori hai portato più libri e più riferimenti, alla tua vita privata, al tuo scrivere, al tuo scambio intellettuale con altri autori e le tue letture, quelle più antiche o quelle più profonde. Leggere ho sempre pensato che nel tuo caso, pur essendo un prolifico scrittore, sia prima di tutto sinonimo di vivere in costante comprensione di ciò che circonda.
A quali letture ti stai dedicando in questo periodo?
Una volta devo aver scritto da qualche parte, ragionando sul tema della lettura, che tutto sommato io ignoro come sia la vita di chi non legge o legge pochissimo, perché da quando ho memoria di me, la mia esperienza esistenziale è intimamente connessa ai libri. E in un’altra occasione devo essermi definito “lettore onnivoro”, nel senso che leggo di tutto, non solo opere letterarie; anzi, in certi periodi sento il bisogno di scartare di lato, interessandomi di argomenti che mi affascinano, e che posso esplorare attraverso saggi storici, libri di divulgazione scientifica e altro ancora. Posso aggiungere che non di rado mi sposto anche su prodotti di puro e semplice consumo, per rilassarmi; da qui la mia passione, che cerco di contenere, per i cosiddetti “gialli” (quasi mai quelli italiani, chissà perché). Poi naturalmente c’è la poesia, che leggo molto; in parte per mia scelta, in parte perché ricevo costanti inviti a leggere raccolte inedite, spesso di sconosciuti. Lo faccio, nel limite delle mie possibilità; e lo faccio anche perché collaboro da tanti anni alla bella iniziativa fondata da Franco Buffoni dei “Quaderni di poesia contemporanea”, e perché dirigo insieme a Massimo Gezzi la collana “Le Ali” dell’editore Marcos y Marcos. Mettendo insieme tutto questo, non è facilissimo rispondere alla tua domanda, perché quasi sempre leggo molti libri contemporaneamente. Tuttavia in questo periodo sto dedicandomi in particolare a due cose, in mezzo alla selva delle altre letture: rileggo “Guerra e pace” dopo tanti anni, e leggo un poeta macedone, Nikola Mazdirov. Poi, avendo accettato un invito, sto riflettendo sulla distanza/prossimità, nella poesia del ‘900 europeo, del Cantico delle Creature di Francesco d’Assisi: sono solo agli inizi, ma la cosa mi spinge a ripercorrere parecchi autori, tra cui per esempio Seamus Heaney e, cosa che sembrerà strana, Rosa Luxembourg; insieme a poeti italiani, naturalmente, da Umberto Saba a Federico Hindermann.
La tua attività di insegnamento si è concentrata in Svizzera e così tutta una parte anche di relazioni e connessioni con un sistema culturale molto differente (chi ha potuto assistere alla cerimonia di apertura di SalTo 2024 se ne è reso conto per come il rappresentante dello Stato si è riferito al comparto libro non solo come area economica, ma come motore della crescita). Quanto è importante questo approccio di valorizzazione del lavoro intellettuale/artistico secondo te per un lettore? Che tipo di ricaduta pensi possa avere? E infine, tu direttamente, i libri che compri li acquisti di più oltre confine o in Italia?
In effetti ho insegnato e continuo a insegnare soprattutto in Svizzera, anche se ho avuto qualche esperienza di lavoro in Italia, presso l’Università di Pavia. In questo Paese, e la cosa si sente soprattutto nella Svizzera tedesca, c’è un’attenzione, e soprattutto un sostegno, alla letteratura che l’Italia purtroppo non conosce: un’istituzione pubblica, dal nome un po’ desueto (Pro Helvetia), si occupa di sostenere gli autori e gli editori, la diffusione dei libri e le traduzioni. Non c’è, in questo, soltanto il dato economico; piuttosto l’idea che l’esistenza stessa della Svizzera, con la convivenza di lingue e culture molto diverse, debba guardare alla letteratura come a un bene prezioso. Mi sembra una cosa positiva, importante e persino ammirevole. Da questo dipendono parecchie altre cose, come il fatto che le letture pubbliche vengano di solito remunerate dignitosamente, cosa purtroppo quasi sconosciuta in Italia (e lo stesso si potrebbe dire delle traduzioni letterarie e di molti altri aspetti che determinano le condizioni materiali di chi si cimenta con la scrittura). Più difficile dire se tutto questo abbia anche un effetto sui lettori; non si può escludere che un poco questo avvenga, se la dignità del fare letterario si riverbera anche sul fascino che la letteratura esercita sui suoi potenziali lettori. Non ho dati freschi sulle abitudini dei lettori svizzeri; l’impressione è che, di nuovo soprattutto nella Svizzera tedesca, il libro e la lettura siano ancora piuttosto presenti nella vita di molte persone, senz’altro più di quel che avviene oggi in Italia. Anche l’esistenza di numerose iniziative volte a promuovere il libro e la lettura (e non mi riferisco soltanto, né soprattutto, ai festival, che pure esistono) agisce in tal senso. A Lugano, come in altre città svizzere, è nata da qualche anno una Casa della Letteratura, che propone incontri con scrittori di varia provenienza; il dato interessante è che il pubblico, piuttosto numeroso, che partecipa a questi incontri è in parte diverso da quello che si incontra, per esempio, alle consuete presentazioni, nelle librerie o nelle biblioteche. Sull’altro piatto della bilancia: la scarsa attenzione dei media, e soprattutto della televisione, alla letteratura; da tempo, nella Svizzera italiana, non esiste più uno spazio televisivo dedicato ai libri, e i quotidiani, pur pubblicando delle recensioni, non lo fanno metodicamente, né seguendo una linea riconoscibile. Resiste invece un’ottima rete radiofonica, costantemente però minacciata dai risparmi, che è attentissima alla cultura in generale e alla letteratura in particolare.
Quanto a me, compero i libri dove mi capita, tanto a Lugano o a Mendrisio quanto in Italia o, quando ci vado, in altri Paesi; non uso invece i sistemi informatici, tipo Amazon, in parte perché penso sia meglio sostenere le librerie, in parte perché sono poco a mio agio con gli acquisti on-line.
Ti dedichi spesso anche a opere di rilettura e di riscoperta di testi o figure del passato letterario, ma hai una fervente produzione di saggi anche relativi a testi che riconosci come riferimenti nel tuo percorso. Immagino tu vada a rileggere volumi che hai incrociato nel tempo: quali sono quelli a cui torni più spesso? E perché proprio quelli?
Per un insegnante la rilettura è obbligatoria, e rappresenta uno dei non moltissimi privilegi della professione; forse, se avessi fatto un altro lavoro, non avrei riletto tanto spesso i classici della nostra letteratura, a cominciare da Dante. Ma anche adesso che non insegno più al Liceo, Dante, Tasso o Leopardi, solo per fare alcuni esempi, sono autori a cui ritorno costantemente. E insegnando letteratura moderna e contemporanea all’Università, questo vale ovviamente per gli autori più recenti, diciamo da Leopardi in su. Ma anche al di fuori dei doveri professionali, mi capita spesso di rileggere libri; un mio amico filosofo mi ha raccontato una volta di aver inventato una categoria, che gli serviva a tenere a bada i libri mediocri che ci assediano ogni volta che entriamo in una libreria: “rileggo Dostoevskij”. È una categoria che gli ho rubato volentieri; e Dostoevskij è del resto uno degli scrittori che ogni tanto rileggo, anche se adesso mi sto dedicando invece a Tolstoj. Rileggere, soprattutto a distanza di anni, è per me un’esperienza affascinante: ritrovo l’opera che mi aveva tanto colpito, ritrovo le mie antiche sottolineature o commenti ogni volta stupendomi del me stesso di allora; ma insieme scopro cose che non avevo visto, o che adesso capisco meglio, connessioni a cui non avevo pensato, e cose del genere. In “guerra e pace”, che sto appunto rileggendo, mi colpisce, oltre ovviamente alla trama, un aspetto che dovevo aver notato anche da giovane, visto che avevo sottolineato molti passaggi, ma a cui poi non avevo prestato attenzione, preso com’ero, immagino, dal tentativo di impossessarmi delle vicende narrate, di tenere insieme i personaggi, e così via. Questo aspetto riguarda il cielo, che in più occasioni il principe Andrej osserva quasi smarrito; e che non è mai lo stesso cielo; su questo appunto sto riflettendo.
Dicevo prima che ho fatto l’insegnante per tutta la vita; e chissà quante volte avrò letto e commentato la famosa lettera di Machiavelli al suo amico Vettori, dove descrive le sue giornate in esilio e accenna alla composizione del “Principe”. Ma qualche anno fa, invitato a un festival letterario in Brasile, ho ascoltato con grande emozione e stupore uno scrittore contemporaneo, André Aciman, che a sorpresa (eravamo in Brasile, lui è uno scrittore di lingua inglese!) indicava proprio in quella lettera una splendida rappresentazione della scrittura: un dialogo costante con gli autori del passato. Forse non ci avevo mai pensato prima così chiaramente; ma è proprio quello che accade a tutti noi quando proviamo a scrivere, e sentiamo in questo o quell’autore che ci ha preceduto una voce fraterna che è necessario riascoltare. Così, quando decido di rileggere un libro, non so mai bene perché lo faccio; ma so che la rilettura avrà delle ricadute anche sul mio tentativo di scrivere, sugli orizzonti verso cui guardare. Philippe Jaccottet, un poeta che ho a lungo meditato, frequentato e tradotto, diceva che la tradizione non dovrebbe essere una gabbia che ci imprigiona e paralizza, ma un dialogo libero e creativo che ci sprona a continuare. Penso naturalmente che avesse ragione, e verso questo dialogo cerco di andare.
Fotografia in copertina di Nina Pusterla
