Ciao Marilena, conservo di te un meraviglioso ricordo della cena sopra le Mura di Fano prima della lettura dei finalisti al Premio Fortini 2023. Si parlò di tante cose spaziando dalla scuola alla vita, dai viaggi alle mostre e ai film. Era la prima volta che ti incontravo fuori da una pagina (ti avevo appena letta in Fuoco degli occhi e sulla rivista VersoDove) e la mia mente pensò subito “caspita, che mondo vasto che ha dentro”. La sensazione fu di avere davanti una persona-crocevia, di quelle in grado di far dialogare i vari piani dell’essere, le varie forme di espressione e di comprenderle.
La prima domanda che di solito è “cosa stai leggendo” muta e diventa: in cosa sei immersa in questo momento?
Sto leggendo la Trilogia di Vandermeer e Avrei voluto da giovane solo vivere, di Nadia Agustoni. Di solito leggo diversi libri contemporaneamente, perché la lettura ultimamente mi stanca, mi interrompo spesso, mi piace cambiare. Leggo più volentieri non fiction rispetto alla fiction, e non fiction rispetto alla poesia. La poesia è un mondo in cui, nonostante la lunga pratica, faccio spesso fatica ad entrare. Nel corso del tempo mi sono resa conto che quello che chiedo alla poesia è una certa concisione; le chiedo di essere essenziale, anche brutale. Cattiva, insomma. Di non perdersi in procedimenti inessenziali, di farmi vedere subito che è stata scritta per una ragione importante, non come gioco di società tra amici poeti che non devono sfigurare in una specie di buona società letteraria che di fatto non esiste. Mi piacciono i libri che hanno coraggio, e in cui il/la poeta non ha timore di sperimentare, di cambiare, di deludere il suo pubblico fantasmatico. Esiste, questo pubblico? Nel dubbio, deludiamolo. Deludiamolo per spostarci in una zona di mutazione, lui e noi.
Queste sono le qualità che trovo in molti libri di Agustoni: uno sforzo sempre più evidente e poderoso di arrivare al nocciolo delle cose. Un lavoro di sottrazione, di sfrondamento, in cui non c’è spazio per l’autocompiacimento.
Vandermeer è uno di quei libri che aprono nuovi territori, che mappano il presente immaginando già il futuro. La narrativa mainstream, chiamiamola così, raramente lo fa, ed è per questo che leggere narrativa è un’esperienza spesso così deludente, a cui mi sembra il caso di sottrarsi il più possibile. Ultimamente i libri che mi interessano sono proprio i libri che tentano di pensare il futuro. Pensare il futuro è forse il compito più difficile che la letteratura possa proporsi, ma in questo momento il più importante. Ammiro molto gli scrittori che danno delle chiavi, degli strumenti, per leggere il presente, anche il presente più segreto, anche quello che non abbiamo il coraggio di rappresentarci; nel caso di Vandermeer, una zona a metà tra l’umano e il non umano: una zona di trasformazione affascinante quanto spaventosa.
*
Vicino Verdun,
dopo la guerra
accumularono
gas chimici
in una fattoria
vicina al bosco.
Li incendiarono,
e i fumi
resero la terra
sterile.
Tutt’intorno
la foresta si muove,
si allarga,
fa girare le stagioni.
Al centro della foresta
c’è una piccola pozza di cenere:
carbone, forse catrame.
Se un giorno verrai qui,
onora il nero,
onora in lei l’oscurità
in cui ho abitato sempre.
*
Sull’isola di Bylot,
quando rispunteranno gli alberi
proprio come
duemila anni fa
sono cresciuti
tu che sarai viva allora
forse vedrai
la mia paura
dell’identico,
la pietra
che non si muove,
la madre che si ammala
sempre
della stessa malattia,
il dolore che non passa,
diventa sottile
più feroce.
Gli alberi
delle foreste fossili
sembrano
spuntoni di cancrena,
fermi nel gelo
del loro passato,
ma poi che non potrai
contare sul ghiaccio,
per te che li vedrai
di nuovo vivi
vorrà dire
soltanto
che quando il passato
si muove dal suo masso,
lo fa solo per colpirti
con più violenza.
Sei una di quelle persone delle quali mi incuriosisce molto il come arriva a una lettura. Voglio dire: hai una conoscenza e una sensibilità verso le arti contemporanee, il loro permearsi e il loro respingersi, verso una ridefinizione delle stesse per le quali credo che per te scegliere un libro sia iniziare sempre una strada, un percorso dentro e fuori dalla pagina. Quindi da cosa parti per scegliere un libro? Cosa ti muove a comperarlo? Oppure più semplicemente (ma solo in apparenza): cosa cerchi?
Spesso quello che mi spinge a una lettura è la congruenza rispetto a un percorso o un’idea che sto seguendo, quindi se in un certo periodo mi interessa un argomento tenderò a leggere o almeno ad accumulare libri su quell’argomento. A volte le letture si concretizzano in un libro, nel senso che vengono usate per scrivere altro, ma a volte no. A volte invece seguo il richiamo di un autore/autrice che non conosco, o di un argomento di cui vorrei sapere di più, ma di solito questo tipo di attrazione è effimera, infatti vendo e regalo molto. Mi piacciono molto le scritture in cui la poesia e la narrativa si mescolano con la non-fiction: amo i libri di Rachel Cusk, di Maggie Nelson, di Rebecca Solnit, di Olivia Laing, di Joan Didion, perché ci trovo una libertà e una spregiudicatezza nello sperimentare con i generi che a volte manca in Italia.
Ho imparato a conoscere le tue predisposizioni e peculiarità attraverso il grande lavoro di selezioni e poi nel tuo caso specifico di traduzione per versodove. Non sono mai semplici scelte, ma riflessioni ampie e parole ponderate, tarate anche sulla tua immensa conoscenza dei panorami esteri. Ci sono presenze nei tuoi scritti, così come nelle traduzioni, di altri autori e altre letture o visioni. Quali sono i testi o gli artisti (penso che anche le mostre abbiano un peso importante) ai quali ritorni più spesso? E anche ci sono libri che consapevolmente sai che non riaprirai mai più? Perché?
Le scelte traduttive per Versodove sono sempre dettate dal desiderio di tradurre in italiano, anche se si tratta di pochi testi, degli autori non tradotti o non conosciuti dal pubblico italiano. Siccome la traduzione è per me fonte di grande divertimento, traduco solo le cose che mi divertono e che mi divertirebbe tradurre anche in forma di libro. Mi sarebbe piaciuto da morire tradurre Glück e Atwood, e forse sono loro le autrici a cui torno più spesso. Spesso non ci torno e non le rileggo per mancanza di tempo, ma mi sono resa conto che con la poesia funziona come per la musica: una volta che la melodia/il ritmo di quel pezzo mi è entrato dentro, ci torno più spesso che posso, e un po’ mi impigrisco, nel senso che fatico a staccarmene, non sento il bisogno di cercare per forza nuovi ritmi/nuove melodie: mi ci riparo dentro più spesso che posso, tipo animale che ha faticosamente trovato la sua tana e giustamente non ne vuole uscire più.
Immagine dell’Autrice presso Palazzo Albergati Bologna durante la mostra Animali Fantastici. Il Giardino delle Meraviglie curato da Gianluca Marziani e Stefano Antonelli prodotta e organizzata da Arthemisia.
