A tu per tu (VII) – Emilia Barbato

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Qual è il seme da cui è germinata la tua poesia?

In un giorno qualunque, non saprei indicare esattamente quando, andando all’università un vento primaverile mi ha accarezzata. Una lingua ha iniziato a stormire e il suo fiato vegetale mi ha affidato un codice segreto negli occhi, una memoria ancestrale. Ho avuto la sensazione che il fogliame fosse un minerale luccicante e la parola cielo ha perso il confine convenzionale. Le sue propaggini si sono spinte ai rami, alle foglie vibranti, sono diventate un tutt’uno con gli alberi. Un tale palpitare, un clamore straordinario di luce, colori e suoni e da allora ho iniziato a cercare l’invisibile, a ascoltare voci inudite. Credo che il semino testardo abbia aperto la terra e levato i suoi bracci di peluria proprio in quell’istante eterno di vento.


Quale la sua genesi nel tempo?

Ho letto tanto, ma mai abbastanza e mai dirò di essere sazia. La lettura per me è una fonte di vita e occorrerebbe avere a disposizione molto più tempo da dedicare al vero utile. Inizialmente, quindi, la mia scrittura ha avuto bisogno di silenzio e maestri, di un grande pudore e timore. Poi ha trovato il coraggio di toccare la carta. È cambiata nel corso degli anni, la paragonerei ai guantoni di un pugile. Consunta, chiazzata di sangue, umiliata dalla sconfitta. Continuo a ghermire l’invisibile e la sola pacificazione possibile mi viene dalla lettura. La scrittura per me è una lotta continua. Nei primi libri i testi erano acerbi, poi impulsivi, quindi un po’ più “addomesticati” e fino a qualche anno fa tesi a raggiungere il giusto equilibrio tra il silenzio e la parola. Oggi però percepisco l’elettricità nell’aria, e, prossimo, l’istinto.


Quali i poeti che negli anni hai sentito più affini alla tua sensibilità?

Oltre ai maestri italiani, amo la poesia francese e i surrealisti, la poesia slava contemporanea, la finlandese e la neogreca. Più che citare i poeti di riferimento preferisco pensare a tematiche e stili che mi hanno ispirata.


Ti ritrovi nella riflessione, trascritta di seguito, di Giacomo Leopardi?

“Felicità da me provata nel tempo del comporre, il miglior tempo ch’io abbia passato in mia vita, e nel quale mi contenterei di durare finch’io vivo. Passar le giornate senza accorgermene, parermi le ore cortissime, e maravigliarmi sovente io medesimo di tanta facilità di passarle.
(Giacomo Leopardi, Zibaldone4417-1830 novembre 1828)

Leopardi è il genio e ringrazio il suo piacere nel comporre per la gioia che ha donato a noi lettori. Non riuscirei mai a scrivere qualcosa semplicemente desiderando farlo, i miei testi arrivano solo quando una certa grazia apre la cortina dello straordinario. Per il resto del tempo, nelle ore libere, osservo la natura, il modo di cadere della luce, giro a piedi per la città, gioisco della lentezza.






Emilia Barbato è nata a Napoli nel 1971 e risiede a Milano. I suoi testi sono apparsi in diverse antologie, sulla rivista Gradiva International Journal of Italian Poetry, Il Segnale, Poezia di Bucarest, Immaginazione delle Edizioni Manni e sull’Aperiodico ad Apparizione Aleatoria delle Edizioni del Foglio Clandestino. Geografie di un Orlo (CSA Editrice, 2011) è la sua prima raccolta. Seguono Memoriali Bianchi (Edizioni Smasher, 2014) Capogatto (Puntoacapo Editrice, 2016), Il rigo tra i rami del sambuco (Pietre Vive Editore, 2018), Nature Reversibili (LietoColle, 2019), Flipper (Officina Coviello, 2022), Primo Piano Increspato (Stampa 2009, 2022)