Immagine di Fabio Trisorio
SILLABARI
Rubrica a cura di Silvia Rosa
DISERZIONE | FERNANDO DELLA POSTA
Nello sviluppo post-bellico del dibattito politico, il tema della diserzione è stato tralasciato a vantaggio di altri quali la coesione e la fermezza nella lotta in nome del bene collettivo. Ma già Marx aveva analizzato le implicazioni economiche e antropologiche della fuga dal conflitto sociale, in special modo analizzando il sistema capitalistico americano del suo tempo.
Giusto per un accenno e semplificando molto per necessità di concisione, Marx si chiedeva come mai gli operai statunitensi venissero trattati molto meglio dai proprietari d’industria d’oltreoceano rispetto a quelli europei. E la risposta gli sembrò molto semplice. Gli operai americani potevano contare su di un vantaggio contrattuale che gli europei non avevano, ovvero la particolare facilità della fuga dalla fabbrica resa possibile dall’abbondanza di quelle leggendarie terre del Far West che a quei tempi bastava raggiungere e occupare per rivendicarne la proprietà.
In un saggio del suo libro “Negli anni del nostro scontento. Diario della controrivoluzione” (DeriveApprodi 2022), il filosofo Paolo Virno, riferendosi a questi studi, sottolinea come questo caso economico possa fornire parecchie chiavi di lettura sul presente. È facile, infatti, riconoscere una corrispondenza tra l’abbondanza delle terre del Far West di allora e l’abbondanza di possibilità di realizzazioni sociali alternative alla fabbrica dell’epoca attuale, abbondanza oltretutto coadiuvata da un benessere diffuso come quello dell’Occidente odierno che diminuisce drasticamente l’urgenza della ricerca di un’occupazione rispetto all’epoca di Marx.
Ma tornando al mio “Diario dell’approdo”, la diserzione è stata una presenza costante durante tutta la sua gestazione e ritrovarla anche nel libro di Virno, e attraverso di esso negli scritti di Karl Marx, rappresentò per me un’epifania piena di stupore.
Un approdo, d’altronde, è spesso la conseguenza di una fuga, di un sottrarsi perentorio a degli obblighi ma anche alla possibilità di avvalersi di diritti, di una scelta di vita perciò rischiosa e decisiva, di una vera e propria diserzione che, non solo obbliga chi la mette in pratica a una disciplina interiore più attenta e ferrea ma che, di riflesso, se praticata in massa, può migliorare a sua volta la collettività proprio attraverso questa crescita interiore autonoma delle persone che la compongono. La diserzione, inoltre, permette di vanificare dal principio l’autorità di quei tavoli contrattuali già viziati da sbilanciamenti di forza tra le parti. Il conflitto, quindi, attraverso di essa, viene ingaggiato a partire da un patrimonio di figure professionali e di relazioni sociali nuove che viene costruito al di fuori dei tavoli accreditati, aprendo alla possibilità di porre il confronto a un livello ancora più radicale e quindi ancora più vantaggioso per chi parte da condizioni di partenza subalterne. “All’antica idea di fuggire per colpire meglio, si unisce la sicurezza che la lotta sarà tanto più efficace, quanto più si ha qualcosa da perdere oltre le proprie catene.” (cit. da Paolo Virno, “Negli anni del nostro scontento. Diario della controrivoluzione”, DeriveApprodi 2022, pag. 40).
Da “Diario dell’approdo” (Arcipelago itaca Edizioni 2024)
Primo giorno
Segni di malattie credute,
contratte, nelle ore notturne.
Di mattina prendere paese,
dimenticare quel piccolo acciacco
palese, che affatica la masticazione.
Procedere a tentoni, per prove ed errori,
distinguere il giaciglio dal pavimento.
Regolare, rintuzzare la fiammella,
tarare il gesto sulla trama del congegno.
Rimboccarsi le coperte.
*
Il quinto quarto
È vero, il banco delle terre emerse
dittatori e capi di maglia
se lo dividono sempre in quarti
come la santa mucca Giovanna
oltraggiata nei macelli.
È vero ma tu come il ribelle,
forte solo del tuo cosmo immaginato,
prendi sempre il quinto quarto,
più succoso e succulento. Spacca
la divisione surreale dello stagno,
spingiti fino al reale.
*
Fuga per la vittoria
Ogni maschera ha una serratura,
la sua chiave un attrezzo scenico,
va cercata nei ripostigli della sopravvivenza
degli uomini all’ultimo miglio;
quelli che sempre invincibili schivano
con la fuga il misterioso giudizio,
il solido calco di orbita e bulbo.
Quelli che sempre invincibili tornano
alle ciglia guizzanti sotto il sole.
Fernando Della Posta è nato a Pontecorvo (FR) nel 1984 e vive a Roma. Ha pubblicato le sillogi: L’anno, la notte, il viaggio (Progetto Culura 2011), Gli aloni del vapore d’Inverno (Divinafollia 2015), Cronache dall’Armistizio (Onirica 2017), Gli anelli di Saturno (Ensemble 2018), Voltacielo (Oèdipus 2019), Sembianze della luce (Ladolfi 2020), Sillabari dal cortile (Macabor 2021), Ricostruzione delle favole (Italic Pequod 2022) e Diario dell’approdo (Arcipelago Itaca 2024).
