Testo e foto di copertina a cura di Pietro Romano
Per i tipi di Crocetti Editore Gabriele Morelli ha tradotto e curato l’antologia del poeta spagnolo Luis Garcìa Montero, “Un romanticismo illuminato”. Testo e titolo, scelti dall’autore, riassumono una precisa dichiarazione di poetica, quella di rompere con la mimesi passiva della tradizione e di ogni esperienza basata sui codici dell’avanguardia o sul citazionismo di moda per farsi promotori di una poesia capace di fondere l’elemento sentimentale e quello riflessivo, la dimensione soggettiva e personale e il dato storico-politico. Come Morelli stesso spiega in prefazione, il divario tra l’io poetante e il mondo viene a configurarsi come una lente d’ingrandimento sul senso misterioso della nostra esistenza. La poesia non si presta a rappresentare la storia, ma a riformularla in quanto espressione di uno stato morale. Pertanto, i termini nei quali l’opera di Montero va letta non sono quelli di un intimismo marcato né del suo rapporto con gli eventi storici, quanto piuttosto della ricostruzione di un cammino esistenziale lungo l’asse del tempo:
La sua poesia elimina il divario esistente tra l’io privato e il suo contesto storico, e pone al centro l’essere interessato alle molteplici e diverse istanze dell’esistenza. Possiamo riassumere la tematica dell’opera di García Montero come il compendio di una storia sentimentale legata alla vita quotidiana, soprattutto cittadina, dove la rete delle relazioni sociali (l’amore, l’amicizia, la letteratura, la politica, la riflessione, anche quella metapoetica) fa parte di una dialettica che traduce le diverse tappe esistenziali dell’autore. Una biografia, ma non in assoluto un’autobiografia, che sostituisce la sacralità dell’io a favore di un soggetto immerso nelle vicissitudini personali contaminate dagli oggetti e dalle relazioni umane, che nella sua poesia assumono un protagonismo inedito e la cui importanza si riverbera sul soggetto che le trasforma in parola poetica.
L’antologia si apre con la raccolta “Parola”. Il fulgore della bellezza che riverbera su ogni cosa è oggetto di un’accurata indagine da parte del poeta, il quale così interroga il lettore:
Sta piovendo?
Forse confondi sui tetti
la verità con la bellezza,
e l’antico benessere
assopisce l’ombra liquida del tempo?
O è un giorno di sole,
di quelli che girano il mondo
senza attendere la primavera,
fino a cadere belli ed esausti
sotto la tua finestra?
Stai fumando?
Sei riuscito a respirare la nube
della tua tranquillità,
il patto del corpo col fumo?
Hai servito la coppa
che ti riporta alla ragione più tua,
alla barca che sa riposare sulla spiaggia?
Nell’albero della tua età pesa già
l’onda di ciò che perdiamo?
Sei solo?
Qualcuno legge accanto,
nell’altra poltrona della notte?
Attendi che suoni
il citofono
per lasciare il libro
e condividere le ore
con l’amore che comanda negli orologi,
per sentirti libero ed eccitato,
libero per un attimo,
senza ambizione e debito?
E non lo nego da oggi:
ringrazio quest’occasione
in cui tu mi salvi dall’oblio.
Ma non mi consola,
se non posso ricordare la vita.
Il patto che Montero stringe con il lettore implica anzitutto devozione al mistero e alla vita. Il quotidiano disancora lo sguardo dall’oblio e invita a una costante riflessione sull’ora presente come pregna di poesia e rimandi atemporali a ciò che è stato e non è più:
Parlo di quegli anni onestamente infranti.
Il vento imprevedibile faceva il giro del mondo
attraverso boschi e cacciatori.
Ma poiché i boschi sono ovunque
esista un dubbio, un rumore o un silenzio,
e vi sono sempre cacciatori dietro la preda,
il vento veniva e scompariva
onestamente grigio in ogni abbandono.
Per esempio nell’uomo dagli occhi blu
che guarda una città da poco bombardata.
Nell’angolo del bimbo che attende l’elemosina.
Nella doccia impossibile della donna del sabato
che apre le finestre e congeda il cliente.
Sulle spalle di quel ragazzo inseguito
dal vento del mondo,
che si porta via tutto,
che si porta via tutto meno il cacciatore,
e tranne la pietà, ombra silenziosa
dietro la bellezza, ombra che unisce
le mie ultime poesie e i miei primi versi.
Il poeta si dà a una dolente riflessione esistenziale, con la quale ritesse le coordinate temporali e tematiche della sua produzione (“ombra che unisce/ le mie ultime poesie e i miei primi versi”). Dalla memoria riverberano immagini di bambini mendicanti, città bombardate, donne derelitte, tutte figure della perdita e della frantumazione travolte dalla Storia. E tuttavia, mentre tali figure sono destinate allo smacco storico, il male si trasmette come un’endemia impossibile da sradicare (“che si porta via tutto meno il cacciatore”). La lingua, pur rivelando la propria insufficienza dinanzi all’incommensurabilità del mistero e delle cose umane, per quanto labile, si delinea come una geografia stratificata, capace di rievocare per mezzo delle parole memorie e lontananze e dissolverne così l’oblio:
Sento una voce, mi chiamano per nome,
e ricordo quella mappa di oceani e mondi
disegnata nel cortile della scuola,
era una pozza d’acqua, un impero e una spada
nei poveri autunni nazionali,
e si sciolse con la pioggia
fino a sentirsi terra.
Sento dire la luce, l’albero, le pianure
dipinte dal cielo
di una sera che tramanda canzoni
nella lingua di Roma,
fatta e disfatta,
cresciuta in spagnolo,
come bimbi vestiti in uniforme
che cercano due labbra
per sentirsi corpo.
La lingua, come ci spiegarono,
uscì dal mondo per un altro mondo,
e tornò con voce di leggenda.
Sento il volo del condor nelle sue sillabe.
Passa il vento, riunisce
i nomi e l’oblio,
non rispetta il pugnale dei chilometri
Nato dalle sue morti e lontananze,
riconobbe i punti cardinali,
comprese le voci
delle piazze occupate dalla gente,
trovò la violetta dell’angolo solitario
perché io vivessi
nelle strade di Borges e Neruda,
tra Machado e Juan Ramón Jiménez.
La pioggia, che non taglia,
ma ossida il filo della spada,
cadde anche sul passato,
come avesse appreso a parlare
nelle foglie del bosco.
Sento una voce,
ricordo quelle mappe della scuola.
Più costanti dell’odio e l’avarizia,
più forti del rancore e delle prigioni,
più eroiche del sogno di un esercito,
più flessibili del mare,
sono state le parole.
Ne deriva la visione di una parola moralmente radicata, capace di flettersi in una veste sempre nuova volta rispetto alla ricostruzione degli eventi e collocarvi così l’identità umana, storico-politica e culturale del poeta. Del resto, la volontà di storicizzare le proprie radici appare evidente nella raccolta successiva, “Età”, introdotta dal componimento a seguire:
Noi, i Montero, abbiamo in comune
il lento albeggiare di via Lepanto
e alcuni pochi miti che presero posto
sul nostro tavolo.
Cominciando con Chopin
si dovrebbe: il suo pianoforte come un orologio,
la carezza di quel corpo invisibile
che è il tempo, quando allora la vita
era solo una battuta e forse il futuro
era ancora al suo posto.
Il tessuto memoriale riveste le parole del poeta e segna le tappe di un itinerario esistenziale sul cui sfondo domina il divario fra la non-permanenza delle cose e la loro significazione epifanica:
Poche cose ora ti circondano.
Forse ti credi immortale
in questa notte del mondo,
quando il tuo corpo ancora non si decide
a credere nella storia,
e mi guardi triste,
– da cinque anni già mi controlli muta –
con serietà e fotografia.
(Eri quella notte
l’ombra incantevole della vita.
Ricorderai la piega incerta della tua bocca
quando ti sorpresero, il timido sorriso
che ho amato tante notti
e che ora mi spaventa.
Non so se è stato l’alcol a farti bella,
immaginava il tempo la ferita che le tue labbra
fecero allo champagne,
quando solo chiedevi la passione di una tregua.
Proprio allora
ti tradì il futuro, e non fu già fugace
ciò che ora mi assilla e mi interroga
come se tu sapessi
che sarei rimasto insonne molti anni dopo
privo innanzi a te di ogni risorsa).
Ti ricordano alcuni
che proteggono le tue gambe dall’impudenza del vento;
ma io desidero le tue labbra di carta,
il rosso cuore che pende dalle pareti
e che non comprese mai bene
quello del suicidio.
Qui
l’esistenza non è quotidiana, né giusta.
Baciami e risuscita
se è possibile.
Molte sono le figure liminari che si stagliano al confine tra la vita e la morte e nel contempo rivendicano a sé la sacralità della polvere:
Tra poco,
quando me lo consentono
le belve del mio tempo,
manterrò la parola che mai mi hai chiesto.
Ti porterò a Parigi.
Poiché forse, allora,
negli Champs-Élysées
o nelle acque della Senna,
con Notre Dame in fondo o con la Tour Eiffel,
vedrò ancora il bagliore più giovane
dei tuoi occhi,
la luce adolescente
che scende dal tram
con borse, negozi e saluti
e poco più di vent’anni.
Oggi ti ricordo così,
come nei giorni senza scuola,
bella bandiera di un paese difficile,
pioggia sottile dei sabati.
Mai per te hai custodito molto.
Neppure una notte,
una città o un viaggio.
Il tuo tempo sedeva al nostro tavolo
e bisognava spezzarlo come il pane,
tra i tuoi figli e la tua paura
Sei volte il timore
che la malattia, il vizio o la sciagura
volessero sedersi al nostro tavolo.
Non uscire, dove vai adesso,
bisogna stare attenti
alle donne e le strade,
lascia ormai la politica.
E comunque
quello che non osavi chiedere
dorme nel cuore di ciascuno.
Perché l’amore si eredita
come un cappotto senza bottoni,
e a me piacerebbe accompagnarti
lungo i corridoi del museo,
più obbediente e pettinato,
per trovare nella Gioconda
il sogno e il sorriso
di un carnet di famiglia numerosa.
Ti porterò a Parigi
o alla città che dorme
nella tazza del tè delle tue merende,
con la tua cristalleria
di famiglia borghese
e più aspirazioni che denaro,
con i tuoi denti sporchi di rossetto,
con i tuoi studi di Filosofia
e Letteratura, je m’appelle
Elisa, j’ai cherché
la lune, la mer, la vie,
la pluie, mon cœur,
e tutto si interrompe.
Siamo solo davvero ingiusti
quando sappiamo che l’amore
non presenterà il conto.
Ma il fiume senza acqua
può anche arrivare a traboccare,
e mi cerca accanto a te
questa vecchia nostalgia di essere buono,
di non essere io,
di conoscere il figlio che meriti.
Ti porterò a Parigi. Nei miei ricordi
hai appreso qualcosa
di quello che hai dimenticato nella vita:
chiedere di te, passeggiare nelle tue città.
Il componimento, dedicato alla figura materna, evoca la nostalgia d’essere figlio: è nel poeta una ferita che si rinnova al ricordo di una promessa non realizzata fino a quando era ancora possibile. Questo è uno dei temi della poesia di Montero, “l’ancora possibile” come promessa di contrapposizione all’oblio e agli stravolgimenti della Storia. E tuttavia, il dipanarsi di infinite possibilità pone di continuo l’esistenza sulla soglia fra la vita e la morte:
Nuotavo io nel mare ed era molto tardi,
proprio nel momento
in cui le luci fluttuano come braci
di un fuoco consumato
e nell’acqua bruciano le domande,
gli strani silenzi.
Avevo deciso di nuotare fino alla boa
rossa, quella che si nasconde come il sole
dall’altro lato delle barche.
Molto lontano dalla riva,
solitario e perduto nel crepuscolo,
mi addentravo nel mare
sentendo l’inquietudine che mi commuove
nell’addentrarmi in una poesia
o in una lunga notte d’amore sconosciuto.
E all’improvviso la vidi sulle acque.
Una donna anziana,
dalla stanca bellezza
e i bianchi capelli raccolti,
mi si avvicinò nuotando
con calme bracciate.
Sembrava venire dall’orizzonte.
Nell’imbattersi in me,
si fermò un momento e mi guardò negli occhi
non sono venuta a cercarti,
non sei tu ancora.
Mi svegliò il clamore del mercato
e il rumore di una moto
che attraversava la via con disperazione.
Era metà mattina,
il cielo era limpido e sembrava
una bandiera viva
sull’albero maestro d’agosto.
Scesi a far colazione sui tavoli all’aperto
del lungomare
e contemplai il chiasso della gente,
il mare come una pozza,
i corpi sotto il sole.
Sul giornale
il nome dell’annegato non era il mio.
In un giorno vacanziero, il poeta si trova a nuotare a largo della riva senonché a un certo punto si imbatte in una donna anziana, dal viso stanco e dai bianchi capelli, personificazione della morte. L’epilogo funesto della vicenda – la morte in mare di un uomo- induce il poeta a un’amara riflessione: al posto di quell’uomo, sarebbe potuto morire lui o chiunque altro soggetto agli improvvisi rovesci della Storia.
La terza sezione racchiude una scelta di testi dalla raccolta “Amore”. In essa orbitano molti dei riferimenti letterari e politici di Montero, da Neruda a Machado, da Rafael a Hérnandez. In tal senso, pregnante appare “Novembre 2015”, dove riecheggia il ricordo della la fondazione della nota rivista “Caballo Verde para la Poesía” che i poeti spagnoli del ’27 affidano nel 1934 alla direzione di Pablo Neruda. Tempi animati da un vivo impegno ideologico e culturale, votato a contrastare la dittatura di Franco:
Chiama Pablo Neruda al telefono
per dire che è a Madrid.
Vuole che improvvisiamo una cena.
Io gli offro la mia casa.
Le sedie che curo
imparano ad attendere poiché sono vive
come la luce dei computer.
Vengono María Teresa e Rafael
con Antonio Machado che si aggiunge.
Poi Miguel Hernández,
bagnato dalla pioggia di Parigi,
avverte che verrà César Vallejo.
Non occorre attendere Federico,
mai è stato puntuale.
Varrà la pena
accettare la scusa che prepari
tra la pubertà e l’ascensore.
Sarà il cavallo verde della notte.
Una fortuna che vengano, bevano, che vediamo
ancora una volta qui,
in questa biblioteca,
e che vogliano restare
fino all’alba,
umidi di bottiglie e di parole.
Se fosse nato,
il generale Francisco Franco
sarebbe già morto
40 anni fa.
Infine, è la memoria a declinarsi come strumento per ritessere, attraverso la lingua, i riverberi di un passato che possono in qualche modo ricreare il presente e riscattare l’umanità dalle offese della Storia:
Due motivi – una storia d’amore e il tempo del dolore – che attraversano tutta l’opera di García Montero e mostrano l’interesse costante con cui l’autore si interroga, si conosce e si identifica, mentre mutano i tempi della vita che il poeta, sempre fedele a sé stesso, rappresenta.
