Francesca Del Moro: “L”

Autore/a cura di:

Francesca Del Moro, L (gattomerlino, Postfazione di Nerio Vespertin, Roma 2024)

Recensione a cura di Mauro Ferrari




Possiamo comprendere il suo dolore? No, certamente. Possiamo condividerlo? Forse, almeno in parte. Il grande merito di un libro di poesia come L di Francesca Del Moro è quello di mostrare con chiarezza come la poesia possa esprimere la massima intensità del dolore e del lutto attraverso parole parche, attentamente calibrate, specialmente nel tono, sublimandosi da esplosione del dolore in manifestazione controllata di poesia.

Si tratta senza dubbio di uno strenuo esercizio di resistenza psicologica, dell’accompagnamento di un lungo e anzi interminabile percorso di elaborazione del lutto che non potrà cancellare (per “Noi superstiti”, p. 21) la permanenza del dolore.

Poesia come “Medicamento” allora? Non so, non credo che di fronte al dolore per la perdita di un figlio (narrata compulsivamente per immagini congelate, flashback e riflessioni) la scrittura possa avere un particolare effetto taumaturgico: però la razionalizzazione che la poesia esige costringe a dare ordine per delineare un perimetro alla sofferenza, al cui interno è situato l’Io che allo stesso tempo, con il distacco necessario per l’arte, “patisce e crea” (Eliot). La poetessa raggiunge il suo obiettivo con una scrittura atomizzata, scegliendo appunto di non esibire l’effusione del sentimento e le cadute nel patetico, ma anche di evitare la narrazione: anzi, la scelta espressiva di privilegiare rapsodicamente dei tasselli memoriali o degli attimi presenti, quasi tessere di un tutto che si è andato sgretolando anche nel ricordo, è coerente con la fissità del tempo congelato che più volte è richiamata esplicitamente anche attraverso la ripetitività ossessiva di semplici gesti: il tornare nella sua stanza (p. 20), il pensare “ come / la sua vita / si è versata” (p. 23), l’idea di restare don lui (p. 25), il ritornare compulsivo con la mente al ricordo felice e agli attimi finali (“Ha infilato la testa / dentro un sacco grigio”, 26): tutte queste situazioni, e molte altre, sono convocate sulla pagina più volte, senza che questo lenisca il dolore; né, in realtà, lo accresca. I due versi ossimorici “Gli anni scorrono nell’attimo / del mio passo sospeso” (p.17), con la paradossale tensione tra “scorrono” e “sospeso”, rende perfettamente la persistenza del dolore, per cui viene in mente, al riguardo, l’altrettanto ossimorico “e t’amo, t’amo, ed è continuo schianto” che mosse Ungaretti in una simile occasione.

In questa immobilità non è data guarigione né ci può essere superamento: le voci e le presenze che a vario titolo fanno capolino tra i versi (compagno, parenti, amici o estranei) possono accompagnare il dolore, ma non penetrare una dimensione assolutamente personale, intima e non comunicabile. Allora, “il duro filamento di elegia” è demandato alle risorse interne, in un percorso che la raccolta può tracciare. Giustamente, nella centratissima nota di prefazione, Nerio Vespertin afferma che “si ha l’impressione […] che l’autrice abbia trovato il coraggio di spiegare l’orrore della morte senza cancellarla, né tantomeno sublimarla in termini religiosi o mistici”.

Ecco, la forza di questa splendida e intensissima raccolta, che se non avesse trovato una perfetta chiave espressiva avrebbe rischiato di naufragare nel mare della banale e inutile esternazione di un dolore personale, sta precisamente in questa dimensione universale raggiunta nel contrasto fra tensione centrifuga all’esternazione patetica e capacità di mantenere salde le coordinate espressive, che registrano e depongono sulla pagina un percorso poetico la cui chiave è proprio nel contrasto ossimorico di cui si diceva, fra una voce che giunge dalle soglie del nulla (“È un eterno presente / sono qui, sono niente”, p. 79) e la forza di resistenza che affonda le radici nel bios e nella razionalità: “Affilo tutto il giorno / il mio sguardo / metallico” (p. 118).






Francesca Del Moro è nata a Livorno nel 1971 e vive a Bologna. È laureata in lingue e dottore di ricerca in Scienza della Traduzione. Ha pubblicato svariate raccolte di poesia, tra cui Gli obbedienti (Cicorivolta, 2016), Una piccolissima morte (edizionifolli, 2017, ripubblicato nel 2018 come e-book nella collana Versante Ripido/LaRecherche), La statura della palma. Canti di martiri antiche (Cofine, 2019), Ex Madre (Arcipelago itaca, 2022), Questo posto buono (edizionifolli, 2023), Sovraliminale (Edizioni Progetto Cultura, 2023).
Ha curato e tradotto numerosi volumi di saggistica e narrativa ed è autrice di una traduzione isometrica delle Fleurs du Mal di Baudelaire (Le Cáriti, 2010) e della traduzione dei Derniers Vers di Jules Laforgue (Marco Saya, 2020). Fa parte del collettivo artistico Arts Factory e propone performance di musica e poesia insieme alle Memorie dal SottoSuono. Nel 2013 ha pubblicato la biografia della rock band Placebo La rosa e la corda. Placebo 20 Years, edita da Sound and Vision.