La lingua degli uccelli (XIV) – gli Avvoltoi, tra morte e rigenerazione

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con poesie e versi di Mario Marchisio, Paolo Valesio, Antonio Bux, Fosca Massucco, Gianpiero Casagrande, Sergio Gallo



Parlare di “Avvoltoi” nella poesia italiana moderna e contemporanea potrebbe porci, per la prima volta in questa serie di articoli, di fronte alla situazione – mi si consenta il termine, di esterofilia ornitologica. Cioè del trattare di uccelli presenti nell’immaginario, nella popolarità e nella presenza linguistica ma che non appartengono (più) all’avifauna italica e che, quindi, potrebbero essere privi di una storia letteraria consolidata o contemporanea. Questo è sicuramente il caso degli struzzi, dei pappagalli, dei pinguini e di altri uccelli, di forte connotazione simbolica, ma conosciuti e osservati solo per interposta persona. Per buona sorte, però, così non è, perché dopo essere stati sull’orlo – e oltre – dell’estinzione sono presenti in Italia quattro specie di avvoltoi stanziali, e fortunatamente – anche se la fortuna c’entra poco – in fase di ripresa almeno per un paio di specie.[1]

Le quattro specie sono: il Grifone (Gyps fulvus), il Gipeto o Avvoltoio barbuto (Gypaetus barbatus), l’Avvoltoio monaco (Aegypius monachus) e il Capovaccaio (Neophron percnopterus). Questi nostri avvoltoi del Nuovo Mondo, benché apparentemente simili a quelli del Vecchio Mondo, come il Condor, lo sono per l’evoluzione convergente determinata dall’ambiente e dal ruolo, ma appartengono a un ordine proprio, i Cathartiformi, non strettamente associati né agli uccelli rapaci (Accipitriformi, che comprendono anche gli avvoltoi del Vecchio Mondo e i Falconiformi) né alle cicogne e agli aironi, dei quali erano stati ritenuti parenti nel secolo scorso.

Al di là di questi aspetti prettamente tassonomici, non è complicato identificare in tutti gli Avvoltoi la caratteristica fondamentale, quella che poi sarà il loro marchio anche nel linguaggio parlato e figurato: l’essere saprofagi, ovvero nutrirsi di carcasse di animali morti.

“Essere un avvoltoio” è infatti il poco lusinghiero epiteto destinato a chi specula sulla morte e sulle disgrazie altrui, agli strozzini e, per estensione, mercè la proverbiale equanimità che contraddistingue in questi casi il Sapiens (sic!), alla sinonimica compagnia di diversi altri animalia saprofagi o ematofagi (sciacalli, coyotes, iene, sanguisughe, vampiri ecc).

In questa accezione, gli Avvoltoi diventano un’unica specie quasi archetipale, dai tempi di Omero, con la ferale minaccia di Ettore a Patroclo («Qui gli avvoltoi ti mangeranno»)[2] e di Claudio Eliano («L’avvoltoio è il nemico dei cadaveri; piomba giù dal cielo quasi volesse assalire un avversario e lo divora, oppure si mette a spiare l’uomo che sta per morire.»)[3], passando per il «turpe avvoltoio» di Giosuè Carducci[4], fino ai contemporanei, dove Mario Marchisio rende, inoltre, testimonianza di un simbolismo trasversale degli animali necrofagi:

Pensiero n. 60 di Mario Marchisio [5]
I giorni, come avvoltoi o iene o sciacalli, mi saltellano intorno pregustando una carogna in più.

Osserverei però che questa visione diffamatoria dei necrofagi è ulteriormente marcata a causa di purimi fattori propri della cosiddetta modernità occidentale: la grave carenza di senso realmente ecologico, l’idolatria pseudoestetizzante e l’innaturale tanatofobia.
Il simbolismo tradizionale dell’Avvoltoio, infatti, è di tutt’altro lignaggio, e la sua funzione quasi sacrale, di agente rigeneratore delle forze vitali della materia in decomposizione e trasformazione. Si pensi, brevemente, al suo valore simbolico nell’antichità, dove la predinastica dea avvoltoio Nekhbet era protettrice dell’Alto Egitto e del faraone[6] e rappresentata con sembianze muliebri. (L’avvoltoio degli Egizi è il Capovaccaio). La curiosa credenza, diffusa in tutto il mondo antico, che questi uccelli fossero solo femmine, ha avuto influenze anche sul pantheon greco e romano (Selene Ilithya e Lucina, “discendenti” della dea avvoltoio egizia, erano le patrone dei parti) e le loro fantastiche modalità di essere fecondate dal vento[7] sono state prese ad ispirazione e sostegno della verginità di Maria, «tant’è vero – scrive Cattabiani, nel pluricitato Volario (p. 456) – ch’esso appare spesso nelle immagini della Madonna o del presepe, mentre vola verso Oriente». Il “repellente” necrofago declinato nientemeno come portatore di vita!
Come al solito non è possibile – e neanche rilevante in termini di ricognizioni poetiche – soffermarci sugli altri aspetti di simbologia e mitologia sugli avvoltoi, di volta in volta “epatofagi” di Tityos,[8] aruspici che ispirarono la fondazione di Roma, esseri demoniaci nei bestiari medievali ecc.

Va comunque notato, contrariamente alla pessima reputazione degli avvoltoi nostrani, come il Condor (Vultur gryphus), avvoltoio simbolo delle Ande, ha avuto e ha presso le culture locali alta considerazione, non diversamente dall’Aquila per le culture del Vecchio Mondo, figura solare e intermediario tra la divinità e l’uomo.

Tornando al ruolo da necrofago, anche questo aspetto non sempre è stato visto – in altre culture – come spregevole. Una storia significativa, e scabrosa per noi occidentali, è quella delle sepolture celesti tibetane e delle torri del silenzio dei Parsi[9]. Con una certa sorpresa, un poeta italiano importante come Paolo Valesio ha dedicato un componimento a questo rituale. Il testo è lungo, gli avvoltoi in questione non sono tra quelli italiani, ma merita riportarlo quasi per intero.

Il pasto dell’avvoltoio di Paolo Valesio [10]

Morire è facile.
Ma essere sepolti: è un’arte filosofica.
Bisogna farsi seppellire
col vestito del dì delle nozze.
Tu riaffermi la linea di una vita
con un solo vestito buono
dallo sposalizio alla terra.
Sperando che così ritroverai –
al taglio decisivo, e sopra l’ultima
lama della luce di coscienza –
i padri dei padri dei tuoi padri.
[…]
Ma non è semplice
la vita che così muore.
Troppe radici terrose
s’intralciano a fiore di terra.
Caccia alle nicchie libere,
gara di cadaveri ammonticchiati
che attendono i turni.

Tutta la terra dunque è sconsacrata
da cupidigia di picchetti e pali.
Territorio vien da terrore.
La spada scava terra
poi subito scava il collo.
Dicono i Parsi:
la terra è sacra –
dunque non può essere polluta
dal cadavere;
l’acqua è sacra –
e non può essere
intorbidita da carcasse;
Il fuoco è sacro –
dunque non può esser profanato
bruciando un corpo;
l’aria è sacra –
non può essere offuscata da ceneri.
Quale luogo, allora, al cadavere?
La tomba semovente che preclude
tutti gli elementi, li taglia
fuori dalla sua angusta volta buia:
l’avvoltoio.
A volte ho pensato il contrario:
terra e acqua
fuoco e aria –
sono tutti polluti e bruttati,
nessuno degno più di ospitare
l’unico simulacro di purezza:
il corpo umano.
Ma –
mentre cammino lungo il viale grande
(Bombay ai piedi sotto la collina)
osservando le Torri del Silenzio
comprendo di dover tornare

alla chiara visione dei Parsi:
l’avvoltoio.
Angusti pozzi profondi
torri rovesciate
dentro il ventre dentro la terra.
Là sono gettati i cadaveri.
E su tutte le palme intorno,
gli avvoltoi ristanno.
Grandi, cùprei, calvi,
con i colli incassati tra le spalle.
Gli avvoltoi son filosofi nudi
(mostrano quanto assurdo
sia il filosofo vestito).
Gli avvoltoi sono critici:
prima d’ogni altro membro,
ingoiano gli occhi.
Nel loro stomaco
la morte si purifica,
la ruota si riavvia.


Fin qui abbiamo parlato dell’”avvoltoio”, indipendentemente dalla specie, ma alcuni specifici reperimenti nella poesia italiana contemporanea mi spingono a qualche ulteriore considerazione.

Ma non prima della seguente poesia di Antonio Bux, tanto simbolica, visionaria e “nebbiosa” quanto poco realistica, che ancora nomina l’Avvoltoio sic et simpliciter, dove quasi mitologico appare il «volare cieco/ verso montagne divine»

[Nell’avvoltoio una nebbia tace] di Antonio Bux[11]

Nell’avvoltoio una nebbia tace.
Ha la sua forma di sparizione
che la fa simile a una goccia
di tempo quando l’acqua dorme,
e si trasforma la sua anima
in un diverso respiro, nel nido
abbandonato volando, per chiara
solitudine di ogni volo rubato
al nero senza notte di una vita.
Così l’avvoltoio ricorda la nebbia
quando plana nel suo silenzio
di predatore e sa la morte
non spaventare, sa del tempo
l’ultima migrazione, il volare cieco
verso montagne divine, dove fa nebbia
per esistenza, e l’avvoltoio va in pace
a farsi preda e a morire, ogni notte
perché sparisce questa forma di amore
e la vita ritorna in quella sua goccia,
e già non è tempo, esiste solo per l’acqua

Leggiamo ora, in toto o in parte, tre poesie che hanno qualcosa in comune:

[Così sale un arcobaleno in quota] di Fosca Massucco[12]

Così sale un arcobaleno in quota –
l’occhio è un mirino, a fissarlo non lo scorge –
inchiodato al cielo tra gola e vetta
come a immortalar se stesso.

Così sono io, l’occhio e il mirino –
il volo del gipeto che trafigge l’iride –
ospito domande immense nelle vene
senza arrestare lo schiocco.

Nulla è sublime più che attraversare il mondo
lasciandolo immutato.


da Incastri di Gianpiero Casagrande[13]

[…]
esistono poi le persone
e raramente combaciano alla perfezione
come noi due
le betulle risalgono il crinale. Mi vengono a salutare

ascolta, ti descrivo ogni particolare:
il collo bianco del gipeto, 3 m
di apertura alare; l’aquila che asseconda
le correnti in quota, senza muovere
piuma […]


da Il custode di Sergio Gallo [14]

[…]
Izrâîl, l’angelo della morte, che ancora vegliava il cadavere,
a poco a poco smembrandone il corpo, secondo una complessa
gerarchia biologica, assegnò ad ognuno la sua parte.

La lingua al gracchio corallino.
Gli occhi al corvo imperiale.
Il torace al gipeto.
La schiena al grifone.
I polmoni alla volpe argentata.
Il fegato al gufo reale.
La milza alla cornacchia.
I reni ad allocco e civetta.
Il cervello all’ermellino.
Il ventre a vipera e upupa.
Le cosce e le spalle al lupo.
Il cuore… all’aquila reale.

Nessuno si presentò a reclamare l’anima.
[…]
L’angelo nero che s’era inginocchiato in segno di reverenza,
gettò lo sguardo sul piccolo onisco che subito s’appallottolò
per estremo pudore; sarebbe stato lui insieme con la Madre
Terra il custode dell’anima del poeta.


Cos’hanno di particolare questi tre testi? Citano il Gipeto, certo, ma non è solo quello. Seguitemi: Fosca Massucco è nata nel 1972 a Cuneo e vive ad Asti; Gianpiero Casagrande e Sergio Gallo, entrambi del 1968, entrambi sensibili a tematiche ambientali, vivono nel cuneese (rispettivamente a Saluzzo e Savigliano). Curioso, ma forse la storia del Gipeto, chiamato anche Avvoltoio barbuto, il più grande uccello italiano (3 metri di apertura alare) è paradigmatica e può dare qualche indizio a questa singolare presenza in poesia. Ne ho già accennato in qualche nota: estinto in Italia – ultimi esemplari nel Gran Paradiso – nel 1912, è tornato recentemente a nidificare sulle Alpi grazie ad un progetto di reintroduzione iniziato negli anni ‘80 che coinvolge molti Stati Europei. La maggiore popolazione è attualmente localizzata nel Parco Nazionale dello Stelvio. La provincia di Cuneo è la più montuosa del Piemonte, sede di numerosi passaggi aerei e di qualche nidificazione stanziale. L’avvistamento di un Gipeto, lo posso testimoniare in prima persona, non lascia indifferenti! Questo a voler significare, in un discorso generale sulla presenza degli aves nella poesia italiana, che è ovviamente meglio – e quasi necessitante – che prima siano presenti nei luoghi dei poeti e solo dopo nei loro versi, dove li porteranno la meraviglia, la suggestione e l’incredibile patrimonio simbolico che essi recano in dote.



[1] Nel 1912 il Gipeto era scomparso dai cieli nazionali, nel 1960 l’Avvoltoio monaco era già estinto, mentre gli ultimi esemplari di Grifone, che sopravvivevano solo in Sicilia e Sardegna, scomparvero nel 1965, causa una campagna di caccia alle volpi con bocconi avvelenati. E pochi esemplari erano rimasti del Capovaccaio nell’Italia meridionale e in Sicilia. il maggior successo delle campagne di protezione e ripopolamento si è registrato per il ritorno del leggendario Gipeto sulle Alpi: estinto nel Gran Paradiso nel 1912, è stato allevato in vari zoo dell’Austria e liberato in natura e oggi conta su oltre 200 esemplari. Il destino del Capovaccaio e dell’Avvoltoio monaco, è però ancora particolarmente critico.

[2] Iliade, XVI, 836

[3] Claudio Eliano, La natura degli animali, II, 46

[4] Giosuè Carducci, Sicilia e la rivoluzione in Juvenilia (1850)

[5] Mario Marchisio, Caleidotératoscopio. Torto e ragione del frammento, puntoacapo, 2021, pensiero n. 60

[6] Nekhbet, la dea avvoltoio, era inizialmente la protettrice di El-kab, capitale dell’Alto Egitto, e fu successivamente incorporata nel pantheon locale (Edoardo Rotunno, Dizionario dell’Antico Egitto, Sottosopra Ed., 2018, p. 133)

[7] Orapollo, I geroglifici, I, 11, citato in A. Cattabiani, Volario, Mondadori, 2022, p. 456

[8] In realtà un verso di Sidereus nuncius, in Ad ora incerta (Garzanti, 1984) Primo Levi, fa dire a un avvilito Galileo, dopo l’abiura «L’avvoltoio che mi rode ogni sera» nel quale pare risuonare l’omerico «Due avvoltoi piantati ai due lati gli [a Tityos] rodevano il fegato» (Odissea, XI, 578)

[9] La sepoltura celeste (o funerale celeste) è un antico rito del buddismo tibetano che consegna i morti agli avvoltoi, tutt’ora praticato, dopo che negli anni Sessanta era stato vietato dalla autorità cinesi. Il rito prevede che il corpo del defunto venga scuoiato, smembrato con un’ascia ed esposto agli avvoltoi per cibarsene. Un rito similare è quello praticato dai Parsi, i rappresentanti attuali dello zoroastrismo in India, il quale prevede che il cadavere venga esposto su impalcature di legno e argilla, alte fino a 30 metri, dette torri del silenzio, per essere consumati dagli elementi e dagli avvoltoi. Il declino degli Avvoltoi reali indiani, specie a rischio, insieme alla sovrappopolazione, sta mettendo a rischio la sopravvivenza di tale ritualità funeraria.

[10] Paolo Valesio, Il dialogo del falco e dell’avvoltoio, Ed. Nuovi Autori, 1987

[11] Antonio Bux, Ponente, puntoacapo, 2021

[12] Fosca Massucco, L’occhio e il mirino, L’Arcolaio, 2013

[13] Gianpiero Casagrande, L’ingegneria della vita felice, Achille e la Tartaruga, 2016

[14] Sergio Gallo, Beccodilepre, poesie sulla montagna 2006-2018 (antologia con inediti), puntoacapo, 2018


Fotografia in copertina: le parti inferiori dei quattro avvoltoi presenti in Italia (A. Monaco, Grifone, Gipeto, Capovaccaio), in AA.VV. “Guida all’identificazione dei rapaci europei in volo”, Zanichelli, 1985, p. 102