Alveare (Crocetti Editore, 2023) è l’ultima raccolta poetica di Elisa Ruotolo, autrice importante, nota sia per la sua produzione poetica sia per le sue opere in prosa. La silloge è ben articolata, ogni sezione e ogni testo appaiono inseriti in uno spazio appropriato, e formano, in tal modo, una sequenza perfetta che ricorda la precisione geometrica della struttura dell’alveare, nonché l’organizzazione della vita che si svolge al suo interno. Si tratta di un’opera in cui la razionalità, lo spirito di osservazione, il pensiero rintracciabile nei testi si mettono a servizio della parola poetica e di un sentire profondo. Niente è lasciato al caso, ogni poesia emerge al momento giusto, le voci poetiche, spesso affidate alle api, si susseguono e si manifestano appropriatamente e costituiscono un invito all’introspezione e uno spunto per riflettere sulla condizione umana. Come osserva Emanuele Canzianello nella recensione apparsa su Atelier online
“L’intera struttura del libro imita nelle sue sezioni e in ogni testo la natura, le funzioni, i destini e i processi della vita delle api e del loro dominio, quel mistero ulteriore che non decifriamo, immagine dell’altro.”
(Emanuele Canzianello, Atelier online, 18/10/2023)
L’ape regina, le api operaie, il fuco, che via via prendono voce e parlano attraverso i componimenti della Ruotolo, sembrano venire al mondo solo per obbedire ai comandamenti di un volere cieco che dall’alto organizza i ritmi vitali e il lavoro di questa microscopica società.
“La chiamo amore, questa ossessione. / Per semplificare chiamo dovere / questo martirio di giornata.”
Il singolo, all’interno dell’alveare, vive solo per portare a termine la mansione che gli è toccata in sorte, il fine ultimo, in quel microcosmo, è assicurare il perfetto funzionamento della comunità, che è concepita come un essere unico, non complessa, non composta da singoli dotati di una propria individualità.
“sola misura è la comunione / che rende povero ciascuno / ricco solo nel mucchio che lo tiene / a respirare moltitudine.”
La forza della raccolta è riscontrabile anche nella capacità dell’autrice di estendere il verso senza che questo perda consistenza e ritmo. Il verso della Ruotolo, perfettamente modellato attorno alle voci che via via emergono dall’alveare, è coinvolgente e riesce a scandagliare la vita di una comunità che consuma i suoi giorni entro il perimetro limitante di un microcosmo, e a fare luce, dosando delicatezza, spietatezza ed empatia, sui drammi e sul destino degli uomini. Di seguito potete leggere un’intervista in cui l’autrice mette a fuoco i tratti salienti di questa sua opera che può essere letta anche da chi non ha molta familiarità con la poesia contemporanea.
AC: Ti chiedo di parlare della genesi di questa tua opera, se è nata per un motivo particolare, o se, invece, ha preso forma nel tempo, seguendo una direzione che non avevi previsto.
ER: Alveare è nato dal dialogo con una persona a me cara che, da ex apicoltore, mi ha raccontato tutto il fascino sommerso di quel microcosmo. Notare le somiglianze tra il nostro mondo e quello delle api, è stato il passo ulteriore. Io stessa come un’ape bottinatrice, che trasforma la materia che maneggia, ho provato a lavorare su piani che si congiungevano, si sovrapponevano. Ogni voce espressa conteneva, di volta in volta, il dramma di una creatura umana, di un ruolo, di un destino ineludibile. Desideravo che vi fosse un “io” invadente, ossessivo, e che – con un andamento da coro tragico – mettesse in luce l’abisso e la luminosità del nostro stare al mondo.
AC: Come scrivi nella nota che accompagna il tuo libro
“Il Mondo non è che questo: un enorme Alveare in cui ciascuna vita ha un suo ruolo e un destino ingiustificabile. Visti dall’alto siamo come api: febbrili, follemente laboriosi, spesso crudeli e sottomessi a irragionevoli geometrie.“
In questo poemetto a prendere voce sono spesso le api, protagoniste della vita che si svolge all’interno dell’alveare. Nella famiglia delle api vi è una organizzazione meticolosa, nulla è lasciato al caso, e in questo senso ricorda la nostra società. Leggendo i tuoi versi non si può fare a meno di riflettere sul valore che ha il singolo individuo all’interno di una comunità e su cosa significhi, per il singolo, essere parte di una molteplicità. Tu scrivi: ”non esiste un potere singolare / contro il morso selvaggio della pluralità “
Puoi commentare questi tuoi versi?
ER: Hai toccato uno degli elementi più rilevanti del mio testo poetico: la contrapposizione tra l’uno e il molteplice. Il poema si apre con la sezione “Inverno”, dove le api vivono addossate l’una all’altra, dandosi calore e protezione contro la stagione ostile. In quel momento sono vulnerabili, ma allo stesso tempo invincibili, per la caparbietà con cui difendono se stesse e la Regina. L’alveare è questo: è gruppo e pluralità, non esiste monadismo al suo interno, perché anche la Regina non ha una vita autonoma e morirebbe miseramente se non fosse accudita e nutrita. È una società ben organizzata con dei ruoli precisi, inalienabili e interdipendenti: nulla di più simile alla nostra, dove ciascuno di noi sembra essere un pezzo di un ingranaggio gigantesco (a tratti mostruoso, se fagocita la nostra libertà).
AC: “Nulla si sceglie – tutto si desidera”. Ricorro a questo tuo verso per chiederti: Fino a che punto siamo coscienti dei nostri desideri? Quanto è distante la vita che realmente viviamo da quella che avremmo voluto vivere?
ER: L’unica verità che ci riguarda è questa: noi siamo ciò che desideriamo, non quel che accettiamo di essere per moralismo e perbenismo. Tutto ciò che ho scritto negli ultimi anni (o forse da sempre) si interroga sul potere del desiderio e sulla sua affermazione e realizzazione. Credo che ciascuno di noi (anche nell’anfratto più riposto del proprio sé) sappia cosa desidera, tuttavia affermarlo è difficile. E lo diventa maggiormente quando desideriamo qualcosa che non corrisponde all’idea che gli altri hanno di noi o a quella che noi vogliamo ci sia attribuita. Viviamo dello sguardo altrui e in esso cerchiamo una legittimazione, forse un’approvazione. Raramente questo ci rende felici. Molto più spesso accade che si vivano esistenze completamente diverse da quelle che avremmo desiderato. Questo accade quando non si ha abbastanza coraggio per operare una scelta responsabile. In effetti scegliere comporta sempre il sacrificio di qualcosa, e questa perdita non sempre siamo capaci di affrontarla.
AC: L’ultima sezione del libro si intitola: ”La sciamatura: verso la città nuova”. Durante la sciamatura le api abbandonano l’alveare di origine per sistemarsi altrove, si tratta di un momento estremamente importante e significativo, è tramite la sciamatura, infatti, che si possono riprodurre nuove famiglie di api
Tu scrivi: “La Città Nuova è lì, tra le nebbie e l’indeterminato / si distingue appena e a vederla sono in pochi”. Puoi commentare questi tuoi versi?
ER: Sì, la sciamatura è un momento fondamentale per la prosecuzione dell’alveare, mi piace addirittura pensare che sia una rigenerazione imparentata con l’eternità. Siamo creature mortali, combattiamo con la finitezza, e produrre miele o versi cos’altro è se non il tentativo d’ingannare questo margine verso cui camminiamo? Immaginare una Città Nuova che resiste oltre la nebbia è (in senso totalmente laico) un bisogno, più che un semplice sollievo. La sua visibilità può essere agevolata o minata dalla capacità che abbiamo di fare del nostro malessere un canto, del nostro dolore una preghiera, del nostro destino una volontà. La parola poetica è la mia Città Nuova.
Grazie di cuore a Elisa Ruotolo per il prezioso contributo.
DAL LIBRO
INVERNO
Ogni voce è persa e dagli occhi non arriva
grazia. Inospitale, il gelo ci fa dormire e ottunde
la profezia del verde. Tutto cade dall’alto
la pioggia lava, poi la neve imbianca
e fa di noi soldati che obbediscono contro cuore
alla trincea e già raccontare non sanno
la propria memoria.
Mentre l’inverno apparecchia sventure alle linfe
impariamo una nuova preghiera
e il congedo dai chiodi dell’estate.
La morchia della terra mescolata all’umore
l’innesto del sonno sul moto mercuriale dei corpi
la breve paga del riposo, ci annodano in un torpore
ingordo, che distanzia ogni amore di veglia.
Il glomere pulsa di fiamma e protezione
nel suo miracolo un delirio senza tregua
– ventre nero, dubbio di vita, antro in cui si scende
da cavatori in cerca di un rimedio
alla stagione
I campi sono nudi e i fiori, nel bavaglio del freddo
non chiamano da tempo.
Ogni promessa è rimandata e persino il cielo,
sempre fermo
persino lui ci lascia e va lontano, quasi crudele
va a cercare altrove, in altri deserti
la sua dolcezza.
È inverno, e lui sa farci piccole davvero
mentre la resurrezione è remota,
irreale
quanto la primavera.
**
LA REGINA
È un roveto che scotta d’ira – questa casa
ha i muri tramati di collera
e un vociare insistente che ostacola
il riposo. Ho dormito finché ero niente
poi la pace se n’è andata.
Restare fermi non dà quiete
fermi sono i prigionieri
i bambini confinati negli spigoli – in punizione
i corpi traditi dalla malattia
o le ferite che non passano.
Ferme sono le mani dopo aver colpito
perché – in allerta – s’aspettano il ricambio.
Ho tutto in me: la colpa del recluso
la paura dei piccoli
lo smarrimento degli infermi
e un taglio di quelli che non danno sentore
d’arrivare al mattino.
Il destino è giunto mascherato da offerta
e io l’ho preso – quel dono – e stretto col terrore
di esserne degna.
L’ho preso e già non lo desideravo.
Perché io?
Lo sguardo livido e affamato delle sorelle
mi accompagna da allora.
Uguali nelle culle, potevo essere
un chicco di quella moltitudine
ma qualcuno mi ha vista e separata
– trebbiata come grano dalla pula
e anche se mi nascondevo, mi ha indicata
per prendermi tutto: i fiori, il sole, la vita delle altre.
Non sapranno mai quello che mi tocca
pesa troppo la fatica a cui le condanno
generandole
almeno quanto l’incapacità di cibo grava
su di me – che sgorgo vita senza posa.
Strano potere il mio, se per esistere
ho bisogno d’aiuto
se reggo una dimora intera
e fallisco a far salire un castello di carta.
Madre di tutti, non governo me stessa
inganno l’istinto comune
ed è triste dipendere
triste che vada contro natura proprio io
che più di tutti
l’assecondo.
Resto figlia di cure sfrenate
che mi negano il digiuno, la fatica, il caldo.
So che dovrò vivere a lungo
ma potrei morire in un istante
per un minimo sforzo o uccisa
da un tocco di luce.
Mi nutrono, ma odiando questo corpo
eterno, materno, che spinge avanti un’ombra
nuova e antica.
Nessuna clemenza può venire da chi attraversa
giorni contati, l’occhio referta la sua razione scarsa
senza goderne e la freccia più sicura
è quella che sa pungere
– è la mano che ti cura tenendo
a fior di pelle
il suo veleno.
Il futuro degli altri – più del presente
non è mio
e a questa sorte mai scelta
non trovo rimedio. Vago di cella in cella
inquieta come una madre qualsiasi
il cuore livido di chi è troppo in alto
e in fortuna per essere amato.
Generare vita e temerla
impietra il cuore, ti mette in dosso un tempo
legnoso al tatto – già pronto a farsi cenere.
Le mie figlie sono l’urgenza e la lebbra
il dovere ma anche l’attesa d’una peste
che s’intana nei miei lombi.
Vivo per il loro moltiplicarsi
ma so che da loro arriverà la fine
il giorno a cui non si può chiederne
un altro.
So che un mattino sentirò il mio veleno
spingere e la paura armare in difesa
la mia lama.
Ne abbiamo tutti una nella carne
la crediamo in riposo
invece lei ci annera il pensiero
ci intorbida il gesto
fa della madre una rivale
e della figlia non più il prolungamento
e l’attesa
e il futuro
ma il taglio netto, l’urto contro il tempo
– la promessa che nulla resiste
allo schianto.
La famiglia ora mi cresce intorno
e spinge fin dentro le mie stanze
dove nulla è fuori calcolo
e l’inverno non arriva.
Ci sarà un mattino, però
giungerà a un’ora incerta e incrinerà
le pareti, creperà l’intonaco
porterà lo scontento del vuoto
le fenditure alle travi maestre
lo scalpiccio delle suole in fuga
l’acciottolio dello sfratto
il bagliore indecifrabile degli incendi
in fondo – la faticosa scelta tra ciò che prendi
e quel che lasci indietro
e in alcune vesti l’odore greve del tradimento.
Accadrà e la mia lama non saprà far durare
questa casa in cui vivo da schiava
sottomessa all’urgenza di ripopolarla
suddita dei figli che partorisco
perché siano munti fino all’ultima goccia.
Chi potrà guardare questa febbre mia
senza desiderarne il delirio
senza disprezzare quel sudore da manovale
che nulla spartisce col mio piacere
col mio salire alto, dove più forte è
la luce e dove le altre non saranno mai?
Chi è indegno del chiaro non saprà
preferire la notte
odierà ogni spiraglio che saprà tenere il conto
di quel che perde.
Nei miei fianchi giace dormiente
il futuro di queste stanze
e lui mi divora
mangia ogni pensiero, ogni paura
scalda la mia sostanza più nascosta
– la nutre.
Il mio potere mi condanna a infittire
una genia di servi da cui dipendo
mentre vivo, divento nelle loro mani
la bambina che mai sono stata
e che morirebbe – se non fosse nutrita.
Sono la madre-infanta
un pensiero costante in una casa
che non lascio riposare
la grande pena è di regnare
protetta, abbandonando
i miei nati a un’operosa povertà
quella dei figli del popolo
che fin dal colostro accettano il privato
mistero di non avere tempo per ridere
o per giocare.
**
La Sciamatura: verso la Città Nuova
Esiste per noi una sola domenica
allora smettiamo il rigore del gesto utile
e l’esilio allenta il peso della rovina.
Non più cene di pane randagio
o ipotesi d’avvenire lungo ore assolate
non più fatica affamata nel mordere
l’ozio o dita curiose
d’acerbità.
Nella domenica di vita
quando abbandoniamo la prosperità
dell’edificato
quando il culmine dell’opulenza comanda
il distacco lasciamo culle ove il domani
– la nostra eternità filiale e tradita
ancora dorme e aspetta.
La dimora trema, si scuote alle radici
e noi, già disamorate dai luoghi
già scacciate o straniere all’odore di famiglia
svuotiamo i cuori e il mobilio
perché ciascuno pesi
abbastanza.
È tutto uno sbattere di usci, un rovistare
nella chincaglieria provvisoria
tutto un divorare – come se la sazietà non passasse
per la cruna del corpo
e la miseria non fosse un’attesa.
Fuori il nuovo è mansueto
nel contenere il lupo
e la favola – il legno e la sua santa gioia
crocifissa.
Fuori è freddo di casa in dilanio
mani che afferrano un angolo – ancora umile
di cose incerte, irrelate.
Fuori è un altare senza cera che bruci
è un canto sospeso
un’urna da cui risorgere
l’ingiuria di un freddo che non sa farsi grembo.
Fuori è verità che muta
cibo consumato per sempre
patria da addomesticare
balocco che si disfa e non dura per tutta
la giocata.
La Città Nuova è lì, tra le nebbie e l’indeterminato
si distingue appena e a vederla sono in pochi.
Non scuote i suoi rami amari, non implora miracoli
non promette un bene facile
resta ferma sotto il sole
come un dio che chiama.
Ascoltate, ascoltate tutte
arriva dal vento un richiamo senza pace
una danza che non può finire
e resiste ai fuochi, alle ulcere dei giorni
al maneggio incauto di ogni lama.
Non c’è fine che contenga tregua
solo un inquieto rinascere e risorgere
si leva alto dalla terra in secca
sale dalle frasche prosciugate e dai rivoli in ristagno
dalle bestie agguantate nella corsa
o nelle ore nuziali.
Voliamo via da ogni protezione manomessa
col miele divorato
le ali in fatica e il dubbio di non arrivare
alla periferia del tempo
oltre il giardino che è immortale
ed è l’amore
ed è la vita.
Elisa Ruotolo, scrittrice e poetessa, è nata a Santa Maria a Vico (CE), dove vive. Esordisce nel 2010 con la raccolta di racconti pubblicata da nottetempo Ho rubato la pioggia, Premio Renato Fucini e finalista al Premio Carlo Cocito. Il suo primo romanzo Ovunque, proteggici – uscito per nottetempo nel 2014 e riproposto da Feltrinelli nel 2021 – è stato finalista al Premio Internazionale Bottari Lattes Grinzane e Selezione Premio Strega 2014. È del 2018 il suo primo testo per ragazzi intitolato Una grazia di cui disfarsi. Antonia Pozzi, il dono della vita alle parole (edizioni RueBallu), cui fanno seguito, nel 2019, la curatela del volume Mia vita cara. Cento poesie d’amore e silenzio di Antonia Pozzi (Edizioni Interno Poesia) e la pubblicazione della raccolta poetica Corpo di pane (nottetempo). Il suo secondo romanzo, Quel luogo a me proibito (Feltrinelli, 2021) è stato finalista al Premio Rapallo e al Premio Bergamo, ed è stato tradotto in Francia dall’editore Cambourakis. Nel febbraio 2023 ha pubblicato con l’Editore Bompiani Il lungo inverno di Ugo Singer e sempre nel 2023 la raccolta poetica Alveare (Crocetti Editore).
