Qual è il seme da cui è germinata la tua poesia?
Sempre un incontro. Nel mio caso, direi, la tanto vituperata scuola. Ho avuto insegnanti di italiano splendidi, sia alle scuole medie, sia alle superiori, che mi hanno fatto amare la poesia. La prima volta in cui credo di aver toccato la forza della poesia è stata con il testo “I limoni” di Montale, spiegato in classe. E da sempre la lettura di una vera poesia mi spinge a scrivere. Dalla prima volta, la mia poesia germina da un’altra poesia e soprattutto dal fascino di chi me la porge, che sia l’autore o chiunque altro.
Quale la sua genesi nel tempo?
Il mio primo editore faceva, guarda un po’, il professore nella mia scuola. Si chiamava Giampaolo Piccari e dirigeva la Forum/Quinta Generazione di Forlì, per la quale uscì il primo libretto di juvenilia, nel 1988. Poi, con un gruppo di amici-poeti che uscivano dall’università, abbiamo ereditato quella casa editrice e abbiamo fondato la rivista “clanDestino”, che è stato il primo strumento di tanti incontri con poeti importanti: Mario Luzi, Piero Bigongiari, Giorgio Caproni, Giovanni Testori, Franco Loi. Proprio quest’ultimo ha scritto l’introduzione al mio secondo libro, mentre quello più corposo, composto da cento poesie, è uscito vent’anni fa con la Marietti e si intitola Occorreva che nascessi. Altre due o tre raccolte successive mi sono state chieste dagli editori, e sono sempre molto esili, fino all’ultima, in uscita quest’anno su richiesta di Antonio Bux che dirige una collana per Graphe di Perugia: si chiama Questo spentoevo.
Quali i poeti che negli anni hai sentito più affini alla tua sensibilità?
Innanzitutto per sensibilità stilistica e prossimità geografica, anche se scrivono in dialetto, i romagnoli: Tolmino Baldassari, Nino Pedretti, Raffaello Baldini, Walter Galli. Poi, per formazione e studi, i russi, a iniziare da Osip Mandel’štam, e quindi Cvetaeva, Esenin, Chlebnikov, Tarkovskji… Amo i poeti che sanno sperimentare ma non deragliano dalla tradizione, rinnovando lo stile senza opporsi a quello dei maestri; Ungaretti, Rebora, Betocchi, Luzi, Caproni. Sono fortunato, perché parlo una lingua che ha espresso una robusta sequenza di poeti moderni e contemporanei (oltre ad essere una lingua unica per bellezza e possibilità di senso).
Ti ritrovi nella riflessione di Giacomo Leopardi trascritta di seguito?
“Felicità da me provata nel tempo del comporre, il miglior tempo ch’io abbia passato in mia vita, e nel quale mi contenterei di durare finch’io vivo. Passar le giornate senza accorgermene, parermi le ore cortissime, e maravigliarmi sovente io medesimo di tanta facilità di passarle.”
(Giacomo Leopardi, Zibaldone, 4417-18, 30 novembre 1828)
Col conte Giacomo trovo quasi impossibile non andare d’accordo. Potrei confermare la stessa esperienza di felicità nel comporre poesie, addirittura nel lavoro di lima, nel tentativo di trovare la parola giusta, il silenzio preciso, la possibilità di dire che pare ogni volta l’unica perfetta.
Mi permetto solo di aggiungere che non è quello del comporre il miglior tempo della vita, almeno non solo: ho amato anche stare con la donna amata, generare una figlia, arrivare a piedi in cima a una montagna, ridere con gli amici e soffrire con loro, scendere in riva al mare verso sera in estate, accorgermi misteriosamente della presenza di Dio in uno sguardo, una parola, un orizzonte in quell’istante in cui non me l’aspettavo.
