I.
Nella non numerosa, ma caratterizzata famiglia dei Corvidae, due cugine condividono destini differenziati, come tratteggiato in maniera eccellente da Pier Luigi Bacchini nella poesia Alla ghiandaia:
Alla ghiandaia, di Pier Luigi Bacchini [1]
Energia così celeste.
Gloria.
Il collo
staccato pendente dalla rete, figli del buio.
Colore di dopo la pioggia.
O lampo del cielo contro il fustagno inzaccherato.
La gazza grida più spesso di te ormai. Tua cugina
si riempie il collo di ghiande
e danza in branchi attorno alla fagiana ne ruba le uova
picchietta e vermi. Ma le sue carni sono meno tenerume
delle tue, e perciò stai più nascosta con qualche piuma rosa.
Piccola inconsapevole volatrice serena.
boschi nella loro penombra. L’acqua
inazzurrandosi di piume di luce – sbattere il cuore non
ti si vede quasi più per le colline
e l’ottobre patisce la mancanza
del tuo colore di marzo nuovo, la primavera
del mattino di sole novembrino. Il tuo volo
o gocciola dell’universo
era improvviso e a balzi, e il tuo grido
ricordava sùbito la corteccia delle querce.
La gazza arruffa ancora i nidi
sui rami più alti sicché contro il sole
nei tramonti invernali appare svestita, indifesa la sua casa.
Rivolgendosi alla policroma ghiandaia (Garrulus glandarius) il poeta parmense rimarca le differenti sorti tra la ghiandaia stessa e la sua cugina di primo grado [2], la gazza (Pica pica). Mentre quest’ultima prospera in virtù di una maggiore adattabilità e di una minore pressione venatoria [3] («…grida più spesso di te ormai […]/ si riempie il collo di ghiande/ e danza in branchi attorno alla fagiana ne ruba le uova»; «le sue carni [della gazza] sono meno tenerume/ delle tue») la ghiandaia «si vede quasi più per le colline». Descrizione precisa, come l’esperienza comune conferma e rispetta: le gazze sono presenze familiari nei giardini e nelle aree antropizzate (ma non meno frequenti nei boschi e nelle aree di transizione). Le ghiandaie possono talora essere osservate anche nei parchi urbani e nei coltivi, ma, per quanto come tutti i corvidi possiedano forti doti adattative, non si può dire che si siano inurbate come le loro cugine bianche e nere.
Di conseguenza – non è la prima volta che tocca sottolineare il connubio – la maggior visibilità di una specie ne determina la maggior presenza nella simbologia, nel folklore e nelle rappresentazioni artistiche e poetiche. Così accade che la gazza prosperi anche tra le strofe, mentre la ghiandaia sia presenza più discreta e rara.
Della ghiandaia, che comunque come tutti i corvidi è anch’esso un uccello onnivoro, intelligente e opportunista, due sono le caratteristiche che hanno colpito gli osservatori: il verso, gracchiante (garrulus) e abile a imitare sia i canti di altri uccelli che i suoni umani e soprattutto la livrea colorata, col corpo bruno chiaro-rosato, con fronte bianca, i mustacchi neri e soprattutto le caratteristiche penne nere e azzurro.
Bacchini, ad esempio, pennella alcuni versi («Energia così celeste./ […] L’acqua/ inazzurrandosi di piume di luce» e Corrado Govoni in una poesia dal titolo Stradario della primavera [4] non è da meno: «Sulla Romagna e sulla dolce Emilia/ lascia cader dall’iride tre gocce / di smeraldo, di solfo e oltremarino» guardando i colori rispettivamente del picchio verde, del rigogolo giallo e della ghiandaia (pur se è possibile che si riferisse alla ghiandaia marina – Coracius garrulus – che non è un corvide, ma un coraciforme, ordine che annovera anche i multicolori Martin pescatore e Gruccione).
Giovanni Papini in un racconto su La Voce [5], l’importante rivista letteraria da lui stesso fondata nel 1908 con Giuseppe Prezzolini, ne descrive – oltre al suo facile relazionarsi con l’uomo – sia l’aspetto («le sue ali […]azzurre e nere al sommo»; che le espressioni vocali («il suo cre cre prepotente»; «mormora e gorgoglia»; «ogni tanto mi fa festa con un suo breve gorgheggio che non è più il grido aspro e bramoso della fame»).
II.
Si dice che le garrule ghiandaie – lo testimonia il nome scientifico – siano ciarliere come le gazze, ma a queste spetta l’indiscusso primato di “maestre delle chiacchiere” e, non raramente, disturbatrici della quiete. Ovidio, ne Le metamorfosi (V, 678) scrive della loro «roca loquacità, smania smodata di ciarlare». Una versione, non confermata [6], correlerebbe il loro fitto “chioccolare”, così si chiama il verso composto dalla stessa sillaba ripetuta tre-sette volte, a quello delle pagine stampate delle gazzette, portatrici del “chiacchiericcio” giornalistico. L’etimologia prevalente di gazzetta, tuttavia, è quella legata a una moneta veneta, la gaxeta, dal valori di due soldi, equivalenti al costo dei fogli di avvisi manoscritti di piccolo formato in voga nel medioevo. È invece comprovato che in araldica la gazza è simbolo di eloquenza per la sua facilità di imitare il linguaggio umano. Anticipando l’epiteto di ladra, in araldica è prevalentemente rappresentata con un anello (evidentemente rubato) nel becco.
Gazzette e parole – stampate o imitate – a parte, la peculiare e rumorosa loquela del corvide bianco e nero è una delle tre principali caratteristiche che si ritrovano anche nelle citazioni poetiche.
Persio [7], in un testo dalle Satire, La vera fonte dell’ispirazione poetica, attribuisce alle gazze perfino la capacità di «tentare le nostre parole» («nostra verba conari») e «la gazza, nera sugli aranci» nella poesia di Salvatore Quasimodo, «ride».
Ride la gazza, nera sugli aranci, di Salvatore Quasimodo [8]
Forse è un segno vero della vita:
intorno a me fanciulli con leggeri
moti del capo danzano in un gioco
di cadenze e di voci lungo il prato
della chiesa. Pietà della sera, ombre
riaccese sopra l’erba così verde,
bellissime nel fuoco della luna!
Memoria vi concede breve sonno:
ora, destatevi. Ecco, scroscia il pozzo
per la prima marea. Questa è l’ora:
non più mia, arsi, remoti simulacri.
E tu vento del sud forte di zàgare,
pingi la luna dove nudi dormono
fanciulli, forza il puledro sui campi
umidi d’orme di cavalle, apri
il mare, alza le nuvole dagli alberi:
già l’airone s’avanza verso l’acqua
e fiuta lento il fango tra le spine,
ride la gazza, nera sugli aranci.
Un secondo aspetto, iconico, è quello che conduce all’appellativo di gazza ladra: deriva dall’abitudine, comune però a tutti i corvidi, ghiandaie comprese, di afferrare oggetti lucenti per divertimento o, secondo studi più recenti e meno folkloristici, per timore o fastidio (neofobia, timore delle cose nuove). Fatto sta che la fama di ladra (oltre che irritante, come spesso succede quando si vogliono umanizzare le caratteristiche degli animali), è ormai quasi inemendabile dopo che la gazza addomesticata della famiglia Vingradito ha sottratto il famigerato cucchiaio d’argento nella celebre omonima opera di Gioachino Rossini su libretto di Giovanni Gherardini.
La gazza ladra – Venti ritratti è anche il titolo della raccolta di Alda Merini, inserita in Vuoto d’amore [9]. Emiliano Sciuba – scrive Emiliano Chiodo [10] – spiega molto bene il titolo della raccolta: la gazza «ladra» viene «scelta come suggello della raccolta di ritratti meriniani, perché tali personae sono come oggetti sfarzosi e rari, il cui bagliore spinge irrefrenabilmente l’uccello a rubarli, portandoli nel proprio nido, assimilandoli a sé.». Inoltre, il titolo del libro – come ci informa lo studioso – prende spunto dal terzo verso («A girl mad as birds»/ «Una ragazza matta come gli uccelli») di una delle più belle poesie di Dylan Thomas, Love in the Asylum (Amore in manicomio, 1946).
Il terzo ed ultimo aspetto da considerare richiama quanto già descritto per il bicromatismo della cornacchia grigia e di quello mitologico – da bianco a nero – del corvo, che sosterrebbe una plurisignificanza di uccello del bene o del male, di “fata” benevola o malevola, di creatura del giorno o piuttosto della sera, come nella citata lirica di Quasimodo, dove appare – contrapposta alla maestosità dell’airone – piccola e nera, quasi malefica. Nel medioevo, ad esempio, la gazza era considerata l’uccello delle streghe e degli stregoni e per questo veniva associata al patibolo. Nella mitologia germanica, invece, era considerata messaggera degli dei e in particolare della dea della morte Hel.
Note
[1] Pier Luigi Bacchini, Distanze Fioriture in Pier Luigi Bacchini, Poesie 1954-2013, Mondadori, p. 15
[2] Nell’ambito della famiglia dei corvidi, le ghiandaie occupano un proprio clade molto affine alle gazze; il clade è un gruppo costituito da un antenato singolo comune e da tutti i discendenti di quell’antenato.
[3] «ghiandaie sterminate senza legge» reciterà un altro verso di P.L. Bacchini, in Giornate di caccia, in Canti territoriali (2009) in P. L. Bacchini, cit., p. 288
[4] in: Corrado Govoni, Pellegrino d’amore, Mondadori, 1941. Per inciso, Govoni pubblicò nel 1932 la raccolte di novelle e prose liriche I racconti della ghiandaia (Carabba ed., 1932)
[5] Giovanni Papini, I miei amici, su La Voce, anno V, n. 32, 7 agosto 1913
[6] «In Italia è diventata [la gazza] perfino sinonimo di “giornale quotidiano”, come testimonia per esempio una testata piemontese dei secoli scorsi, la “Gazzetta del Popolo”, oppure l’attuale “Gazzetta dello Sport», in Alfredo Cattabiani, Volario, Mondadori, 2022, p. 327
[7] Aulo Persio Flacco (34 – 62 d.c.) è stato un poeta satirico romano di età imperiale aderente allo stoicismo.
[8] Salvatore Quasimodo, Nuove poesie, in Ed è subito sera, Mondadori, 1942
[9] Alda Merini, Vuoto d’amore, a cura di Maria Corti, Einaudi, 1991.
[10] Carmine Chiodo, Recensione di Emiliano Sciuba, una ragazza folle come gli uccelli. Alda Merini e la costellazione critica de “La gazza ladra”, Diacritica, Anno VIII, fasc. 4 (46), 25 dicembre 2022, Diacritica edizioni
[11] Franco Marcoaldi, Animali in versi, Einaudi, 2006-2022, p. 103
Fotografia in copertina: Ghiandaia e Gazza, foto di Alfredo Rienzi
