Che afferrare se non chi sfugge,
Che vedere se non chi s’oscura,
Che desiderare se non chi muore,
Se non chi parla e si lacera?
Parola a me vicina
Che cercare se non il tuo silenzio,
Quale bagliore se non profondo
La tua coscienza sepolta,
Parola diga materiale
Sull’origine e la notte?
*
L’aranciera sarà la tua dimora.
Sulla tavola apparecchiata in un’altra luce
Tu stenderai il tuo cuore.
La tua faccia prenderà fuoco, scivolando attraverso i rami.
Douve sarà il tuo nome lontano tra le pietre,
Douve profonda e nera,
Invincibile acqua bassa in cui svanirà lo sforzo.
*
Il paese scoperto
La stella sulla soglia. Il vento, stretto
Tra mani immobili.
La parola e il vento furono a lungo in lotta,
E poi fu d’un tratto quel silenzio del vento.
Il paese scoperto non era che pietra grigia.
Molto lontano, molto in basso stava l’abbaglio d’un fiume inesistente.
Ma le piogge notturne sulla terra sorpresa
Hanno ridestato l’ardore che tu chiami il tempo.
*
Qui, sempre qui
Qui, nel chiaro luogo. Non è più l’alba,
È già la giornata dei desideri dicibili.
Dei miraggi d’un canto nel tuo sogno non resta
Che questo scintillio di pietre future.
Qui, e fino a sera. La rosa d’ombre
Girerà sui muri. La rosa d’ore
Sfiorirà in silenzio. Le lastre chiare
Guideranno a loro modo questi passi che amano il giorno.
Qui, sempre qui. Pietre su pietre
Hanno costruito il paese detto dal ricordo.
A stento il tonfo dei frutti semplici che cadono
Infervora ancora in te il tempo che guarirà.
*
La stanza
Lo specchio e il fiume in piena, stamattina,
Si chiamavano attraverso la stanza, due luci
Si trovano e s’uniscono nell’oscuro
Dei mobili della stanza sigillata.
Ed eravamo due paesi di sonno
Comunicanti attraverso i loro gradini di pietra
Dove si perdeva l’acqua limpida di un sogno
Che sempre si riformava, sempre s’interrompeva.
La mano pura dormiva accanto alla mano inquieta.
Talvolta un corpo un poco nel suo sogno si muoveva.
E lontano, sull’acqua più cupa d’un tavolo,
Il rosso vestito, una luce, dormiva.
*
La luce della sera
La sera,
Quegli uccelli che si parlano, indefiniti,
Che si mordono, luce.
La mano che s’è mossa sul fianco deserto.
Siamo immobili da molto tempo.
Parliamo sottovoce.
E il tempo resta attorno a noi come pozze di colore.
*
Dammi la tua mano senza ritorno, acqua incerta
Che ho spetrato giorno dopo giorno
Dai sogni che s’attardano nella luce
E dall’ingannevole desiderio dell’infinito.
Che il bene della fonte non cessi
Nell’istante in cui la fonte è ritrovata ,
Che le lontananze non si separino
Ancora una volta dal vicino, sotto la falce
Dell’acqua non più prosciugata ma insapore.
Dammi la mano e precedimi nell’estate mortale
Con quel rumore di luce mutata,
Dissipati dissipandomi nella luce.
Le immagini, i mondi, le ansie,
I desideri che non sanno, ma sciolgono,
La bellezza misteriosa dal seno oscuro,
Sebbene dalle mani frangiate d’una luce,
Le risa, gli incontri sui sentieri,
E i richiami, i doni, i consensi,
Le domande infinite, nascere, insensato,
Le alleanze eterne e le affrettate,
Le promesse miracolose non mantenute
Ma, tardi, l’insperato, d’improvviso: che tutto questo
Raccolga la rosa dell’acqua che passa
Scavando qui, poi lo illumini
Al mozzo immobile della ruota.
*
Il poco d’acqua
A questo fiocco
Che sulla mia mano si posa, desidero
Assicurare l’eterno
Facendo della mia vita, del mio calore,
Del mio passato, di questi giorni attuali,
Semplicemente un istante: questo istante, senza limiti.
Ma già non è altro
Che un poco d’acqua, che si perde
Nella bruma dei corpi che vanno nella neve.
Nota bio/bibliografica di Yves Bonnefoy su Wikipedia.org

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