Tremano i paesi dell’Appennino imboscato.
Tremano nomadi nell’inverno di chi li ha trascurati.
Ognuna di queste parole è un sentiero per andare a trovarli.
In silenzio. Avvolti dalla quiete frondosa del mattino.
Ventuno parole che ci invitano a riflettere sul nostro Appennino.
Sull’urgenza, etica e materica, di riposizionare gioia e tenerezza.
I paesi ci chiamano con una voce di carezza.
Gentilezza
Strumento, attitudine, pertugio. Rivoluzione. Entrare in un paese è come entrare in ospedale: serve abbassare la voce, disporsi a osservare, ad accogliere, a stringere una mano. Sui nuovi margini abitano quasi esclusivamente anziani: allora sorridere, ascoltare, carezzare la precarietà di questi istanti è come salvare questi luoghi e queste anime da un naufragio. La gentilezza sana e preserva.
Habitat
Le prime immagini di un luogo sono (quasi) sempre le istantanee di un punto di non ritorno. Stanno a indicare l’equilibrio, lo zero, l’habitat ideale. Immortalano il momento esatto in cui l’uomo c’era e non sfociava. Costruendo dove si poteva, utilizzando materiali di cui il luogo disponeva: il legno e la pietra. Conoscere il senso dei luoghi induce all’etica, all’igiene. Indica la strada.
Incanto
Incantarsi. Virtù di fotografi e poeti, di pastori ed eremiti, di gente che ha perso il passato e che ora prova a comprendere il presente. Ci sono luoghi di cui non resta che un rudere, un muro morso dal rimorso dei rovi, dalla pioggia, dalle schiene ruvide e scattose degli animali. Ci sono luoghi selvatici, taciturni, nascosti, padri di simboli e madri di ricordi, la cui ricchezza non sbraita, non si impone, non fa ombra ma è soltanto da intuire. Questi luoghi non sono vicini, spesso bisogna raggiungerli a piedi: si fanno attendere, desiderare. Balbettano, scricchiolano, cigolano: è questo il loro modo di incantare. Era (da qualche parte è) facoltà dei bambini giocare con poco, stupirsi di ciò che li rende leggeri. Essere pronti all’incanto rovescia il mondo.
La fotografia in copertina è di Emiliano Cribari

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