Immagine: Natalia Drepina
SILLABARI
Rubrica a cura di Silvia Rosa
ABITARE | FABIO VALDINOCI
Argine degli angeli è un viaggio attraverso un paesaggio interiore che transita sulla soglia della coscienza, la ricerca di ciò che ci definisce e ci contiene [“sono la destinazione di una tappa obbligata”], lasciando risuonare temi come quello dell’abitare, a partire dal corpo [“Siamo nati corpi” o “Si è fatto rotta questo corpo”], quale primo ente in cui prendere dimora sempre in relazione al tempo e allo spazio [“in emergenza transitoria”] e metaforici dell’identità. Abitare il corpo significa accettarne i confini (argini) che ne definiscono lo spazio percettivo [“persisti e ti contamini”] e l’alveo cognitivo di riferimento, [“cadono calchi di piombo e il dove ovunque”].
Tale relazione significa accettare di “abitare il vuoto” come progetto di vita, [“varco che attraverso per abitare dove quasi tutto accade”], percorso che si realizza nel rapporto/ponte (argine valicabile) con le forme fisiche dell’abitare, elementi che potremmo definire in modo “heideggeriano” come entità di cui prendersi cura non tanto per la forma che assumono nello spazio dove sono collocate ma attraverso il modo con cui vengono attenzionate e le relazioni che possiamo instaurare con esse, superando il mero concetto funzionale per cercare di ricostituire la nostra autentica vocazione. Il nostro progetto esistenziale non si può basare essenzialmente su una dimensione materica e friabile, destinata ad una traiettoria breve [“siamo abitati ancora da bestie e da una lingua madre senza più inerzia” – “è il primo passo incolume che ci conduce a una dimensione breve”] ma confrontandosi costantemente con la propria finitezza (abitare la morte!), ci guida a ritrovare il significato originale delle parola, silenziosa, che non risponde se interrogata ma dispone all’ascolto, abitare diventa quindi costruire, esserci. L’argine è anche infrastruttura etica e morale che deve contenere e delimitare, come stratificazione delle esperienze umane che ci hanno preceduto (angeli) e si sono sedimentate nei luoghi e nei tempi con le loro specificità, memorie che diventano al tempo stesso patrimonio e limite del nostro pensiero/progetto, l’argine circoscrive il nostro “abitare” e rappresenta infine la soglia dove avviene la scansione della luce che ci anima e che regala a chi verrà un segno della nostra persistenza.
Da Argine degli angeli (peQuod 2025)
passiamo altro tempo a deglutire
lo scisma dei corpi, sensibili
ad ogni oscillazione del consenso
dove ancora si animano
le ombre ubbidienti
nel minareto c’è un atrio
piastrellato di scorie
*
sbuffa, mulina quel latrato
non incontra resistenza
protesi tarata sul peso
s’integra bene
nel poco argine che resta
un dubbio vestito di bianco
impedisce di bere dalla foglia
con la soglia aperta
mi scomunica
*
come si apre l’aria
sul pavimento ricade
un tutto intatto
assorbito nel bianco
da luce immune
in quella foto ebbra di terra
ancora felice
con lo sguardo rovesciato
abitavo un regno
*
Fabio Valdinoci (1973) vive a Ravenna dove lavora come docente e consulente nel campo dell’Information Technology. Ha pubblicato le raccolte di poesie Parole abortite (Edizioni Progetto Cultura, 2023) e Poesie in itinere (Impremix Edizioni, 2024). Nel 2023 all’ XI Premio Alda Merini (Accademia dei Bronzi) ha ricevuto un riconoscimento e nel 2024 si è classificato primo nella sezione Poeti Ravennati al premio Giordano Mazzavillani con una giuria presieduta dal poeta Nevio Spadoni con una silloge in dialetto romagnolo. L’attività poetica di Valdinoci si divide quindi tra la poesia in lingua e quella dialettale. Nel 2025 ha partecipato a un cantiere poetico condotto da Franca Mancinelli presso il Teatro Valdoca di Mariangela Gualtieri.
