Aitia: gli alberi nella poesia di Eva Ström

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Articolo a cura di Pietro Romano

Immagine di copertina a cura di Pietro Romano

Sono stati mesi di assenza prolungata dalla scrittura. La mente spesso si trova a vorticare attorno a nodi e interrogativi difficili da sciogliere. Inaugurare oggi tale rubrica, il cui fine è il tentativo di messa in luce delle ragioni profonde insite nella parola, tema a me molto caro, peraltro per Bottega Portosepolto, dove ritengo di essere cresciuto, e nel pensiero e nel confronto, ha origine da una presa di coscienza: non vi è divenire se non ci si guarda a ritroso, talora ripercorrendo corridoi e pareti entro il cui perimetro si è cercato di dare corpo ed espressione alla propria voce. Adesso, la necessità che si profila è ardua: liberare la voce, abbattendo i muri, senza essere preda di un vitalismo disperato.

Il titolo di tale rubrica si rifà inevitabilmente a Callimaco e in particolar modo alla necessità di spogliarmi degli abiti sporchi di loto e fango, come racconterebbe Machiavelli all’amico Francesco Vettori, per intessere un dialogo con gli antichi, a sera. Riflettere, dunque. Capire, con gli strumenti del raziocinio, fino a che punto la parola si faccia largo lungo l’asse delle generazioni veicolando categorie di significato comuni e universali.

Ho di recente letto “Voci di donne dal Nord”, edito da Crocetti, a cura di Maria Cristina Lombardi. L’attenzione si è focalizzata sulla poesia di Eva Ström, impregnata di una forte valenza simbolica attinente al mondo degli alberi. In un mondo nel quale la natura è sopraffatta dal cemento e i conflitti imperversano per ragioni di tipo politico o socioeconomico, quale spazio ha la parola? Esistono ancora possibilità di riconciliazione con il cielo, le montagne o il mare? Gli alberi, i cui rami concretano tale possibilità di tensione verso l’alto, testimoniano ancora la necessità simbolica di un contatto con la vita e la luce, l’aria e lo spazio. Gli alberi sono testimoni di un’urgenza visionaria, che espanda corpo e respiro e metta radici laddove la vita risulta inquinata da logiche di potere e profitto.

Su ciò Ström riflette attribuendo loro una sapienza secolare, intessuta ai miti e alle tradizioni del popolo lappone e dei Sami:

Ma che tempo è questo, dimmi, quale luna

scivola rossa come sangue nel cielo giù tra le canne,

chi mise in guardia dal futuro, chi versò

stagno nell’acqua e trasse la sua carta divinatoria

chi andò a prendere una pietra nel mare, e trovò

un meteorite a forma di granchio

chi dormiva nel labirinto di granito, chi andò

dagli alberi, per avere cura e consolazione

ancora la betulla ha le foglie, e il tiglio, l’ontano

il sambuco, il frassino; il nocciolo forma noci

e le canne cantano sotto giovani nuvole

il loro canto mattutino. Nel respiratore si aumenta

l’ossigeno e l’uomo di Omsk lotta

per la vita. Una fiamma brilla nelle pupille

della betulla. A quest’ora il mondo trattiene

il respiro davanti ai cattivi segni di un’ora di seta.

Il testo fa riferimento all’oppositore russo Aleksei Nalvalny, morto nella colonia artica di Kharp il 16 febbraio 2024. Gli alberi si fanno custodi perpetui della sua memoria, personificando resilienza e volontà di incidere positivamente sul presente. La luna appare ferita: a essa si contrappongono le pupille di una betulla, nel cui fuoco brilla, forse, quello di Aleksei Nalvlny, esempio di moralità e civiltà. Si dispiega un mondo ferito, che cessa di respirare laddove la Storia s’incrina. D’altronde, il genere umano è del tutto immemore di essere parte del tutto, e per questo, in virtù delle sue contraddizioni, spesso legate a mere necessità materiali e a una disarmonia con tutto ciò che invece lo ancora alla vita:

Lo sviluppo globale

è stato frenato per l’occasione

da una nanoparticella

con grandezza 0,12 micrometri.

Proprio ora ogni spiaggia si riempie di mascherine usate

e i pesci inghiottono tutto quel che l’uomo

sprovveduto ha fabbricato per proteggere sé stesso.

I quattro stati d’animo

si frammentano in singole parti di piante e di mondo

foglia, radice, corteccia e tronco

stretto, pianura, fiume e mare

per raggiungere ancora una volta

fuori dal respiratore ad aspirazione

il segno primigenio del pistillo

del frutto che si nasconde

sotto il protettivo involucro

del sepalo.

La disarmonia con il mondo è distanza dalla vita, oltre che sintomo di un individualismo esasperato, frutto di mancata solidarietà fra il genere umano e la natura. Il momento pandemico ha dato alla natura l’occasione di tornare a esprimersi, sebbene la virulenza: in maniera epifanica, è tornato a respirare il primigenio, racchiuso nell’essenza stessa della vita. Nella poesia di Ström, gli alberi segnalano, con la loro forza, la capacità della vita di rigenerarsi seppure in condizioni ostili. Inoltre, essi, contrariamente agli uomini, abbracciano anche chi o cosa li ha feriti: sono forieri di pietas, devoti al cielo e alla terra:

Nemmeno il magnifico frassino

poté perdonarti per la tua superbia

avevi perduto il legame

con il vivificante apparato di radici

ma anche con la chioma dondolante

e ora vivevi solo nei rami più esterni

prima che le ultime foglie germogliassero.

Invece eri vestito di una corazza d’oro

ed essendo gli stivali scintillanti

di un numero più piccoli, il tuo passo

si percepiva appena zoppicare

quando salivi le scale di municipi e castelli.

Forse sarebbe stato tutto diverso

se da cinico sedicenne tu non avessi

incontrato l’oscura amamelide impigliata

nei germogli delle sue radici infere. Comune, fotografata

e smembrata divenne anche la tua sessualità

e le pellicole mostrarono rifugiati diversi

da quelli che attraversarono Mediterraneo e Baltico.

Non so più cosa desiderare per te

forse nient’altro se non che il frassino sacro

s’impietosisca e si apra per te

e tu possa entrare nella sua corteccia,

e sentire le sue vene mormoranti di linfa riempirti

di destini mai visti e storie inaudite. Potrà

tornare l’anonimato, e il frassino potrà

aprirsi anche per te? E lasciar cadere le sue foglie

esalando uno strano ultimo respiro?

D’altro canto, nella tradizione letteraria italiana molteplici sono le raffigurazioni poetiche nelle quali gli alberi sono presentati in una dimensione disgregata. Si pensi per esempio al componimento “Alle fronde dei salici” di Quasimodo o alla poesia “I fiumi” di Ungaretti, in cui il poeta, aggrappato a un albero mutilato, è indotto a ripercorrere tutti i fiumi della sua esistenza. In altre circostanze, come in D’Annunzio, a cui la poesia di Ström può essere, sotto alcuni aspetti, assimilata, gli alberi si vitalizzano e gli esseri umani tendono a confondersi con essi in una dimensione panica. Celebri poi le ottave dell’“Orlando furioso” di Ariosto, dove il paladino Orlando si imbatte giusto nella corteccia sulla quale Angelica e Medoro hanno inciso il loro amore. Nel mondo classico, e in particolare in Ovidio, Dafne, per sottrarsi ad Apollo, è trasformata in una pianta di alloro, di cui il dio diviene simbolo; e ancora, Mirra, cui si ispirerà Alfieri, si trasformerà nell’omonimo albero, continuando a piangere, attraverso la resina odorosa, per la vergogna. In quest’ultimo caso, gli alberi sono l’esito di un percorso di metamorfosi, che il poeta Ovidio descrive con minuzia non solo per l’effetto fantastico in sé, quanto per l’interesse verso gli aspetti generativi e trasformativi correlati ai processi di metamorfosi.