Lascia che tutto ti accada: bellezza e terrore.
Si deve sempre andare:
Nessun sentire è mai troppo lontano.
Rilke
Forse la saggezza è come un’antica vite indomabile, intrecciata su se stessa, che sboccia senza sosta combinando il fascino di foglie nuove e il peso di rami antichi. Per ascendere al bagliore della conoscenza, bisogna prima immergersi nell’eco profonda del buio originario, quel luogo arcano dove il sacro intona melodie come un direttore d’orchestra celeste. È in quel grembo segreto che il seme, con un lieve sussurro o forse un richiamo imperioso, cede all’abbraccio fertile della terra e si apre alla vita. Chi percorre questa strada senza cedere alla tentazione di strade ingannevoli scopre l’equilibrio, disegnando un sentiero che non ha bisogno di bussola: ogni passo, come in un rito perfetto, è già l’apice del viaggio. Avvolgiamo le speranze nel muschio, – stringendoci con fervore a ciò che davvero amiamo. È un privilegio raro giungere al termine del viaggio continuando a credere in qualcosa, – senza mai perdere quella scintilla di fede. Ogni cosa si riflette in noi, tutto ci appartiene. Nulla sfugge al legame profondo che trascina con sé il nostro volto o intona la nostra voce. Ogni passo sul terreno lascia una frattura che richiama immagini di morte, -una morte che sembra generare altra morte in un ciclo eterno. Ci scopriamo intrappolati in un nodo senza fine di relazioni, tra antenati, discendenze e somiglianze che appaiono svuotate del loro significato. L’universo si apre come un ventaglio- avvolgendoci nei nostri stessi riflessi, e l’unico modo per trovare una via d’uscita sembra essere un dolore che rivolgiamo contro di noi.
Eppure la poesia sboccia sempre,
nel punto esatto in cui l’anima perde l’equilibrio e si frantuma.
E mentre germoglia,
ti svela che il dolore non è altro
che il modo brutale dell’universo
per accordare la sua voce.
Perché, in fondo, anche le stelle
nascono esplodendo.
Ascoltami
Ascoltami come si ascolta il silenzio della neve: senza domande, senza fughe. Lascia che scivoli tra i tuoi pensieri, come gocce testarde su un vetro stanco di combattere. Il tempo? Non corre, si accuccia sull’orlo del niente, e noi lì, in bilico, tra un addio e l’eco che lo insegue. Piove, e io sono solo un sussurro smarrito che sfiora i confini del tuo altrove. Un fulmine mi racconta di te, poi si spegne. Il mondo si accartoccia in una pozzanghera qualsiasi, mentre il buio si arrampica sui tuoi occhi e i tuoi capelli lo graffiano senza pietà. Eppure sei ovunque: asfalto tremante, vapore che si sogna carne. Siamo il nulla che ride del tempo e del lampo che si crede eterno.
Radici
Esiste un aroma che resiste al naufragio del tempo, un’essenza evanescente ma ostinata, intrisa di radici e di ricordi in forma liquida. È un bisbiglio clandestino che s’insinua tra le crepe della memoria, raccogliendo schegge dimenticate di un’infanzia smarrita nell’abisso della storia. Ogni sfumatura si posa come un velo malinconico sul cuore, risvegliando immagini sopite nel dormiveglia dell’attesa, frammenti che l’anima aveva archiviato sotto cumuli di polvere emotiva. È il respiro di luoghi sfiorati e perduti, l’eco dispersa di voci smorzate, l’ombra di carezze spezzate che riaffiorano per un istante, lasciando briciole di vertigine. In quell’aroma ritroviamo un mormorio del nostro passato, un filo invisibile che ci ricuce al desiderio fragile di poter ritornare indietro, verso ciò che ci definiva prima che il presente si sgretolasse sotto il peso delle sue stesse macerie. Ma la nostalgia è una lama a doppio taglio. Riappare implacabile il volto feroce della realtà: l’ingiustizia con i suoi morsi letali, l’arsura dei sentimenti consumati, il frastuono metallico delle guerre che macinano ogni resistenza. Il profumo delle radici lotta per non svanire, ma ora si confonde con l’odore acre di un mondo che abbiamo straziato fino a ridurlo a carcasse e silenzi insopportabili. Resta solo una domanda sospesa nell’aria: quel profumo, lo sentiamo davvero? O ne ricordiamo soltanto la forma che aveva prima di scomparire?
Non ricordo
Non ricordo il momento esatto in cui appresi l‘arte di rifuggire dalla realtà, scivolando nelle pieghe di un universo fatto a misura della mia immaginazione. Credevo nelle ombre: sagome pure, intatte, scolpite fuori dal tempo e dalle rovine di tutto ciò che ero. Poi precipitai nel caos palpitante di quel mondo, dove la luce si aggrappava a stento, avvolta in un abisso di tenebra densa, un intreccio di ambiguità urlate e schegge che sfidano il mondo, negandosi alla luce e alla verità. Ero già donna, o forse recitavo la parte. Correvo sui bordi scivolosi delle mie stesse illusioni, inseguendo contorni che si sfaldavano prima ancora di trovarli. Guardavo la realtà come da uno specchio incrinato, ogni riflesso un frammento stanco, ogni passo un’eco incerta. Barattavo il fiato per silenzi che non sapevano guarire, crescendomi addosso come un albero sbilenco, arrugginito nelle crepe e capriccioso nei germogli. Tra i rottami spigolosi delle mie parole, mi lasciavo accarezzare dall’inganno sublime di essere un sole limpido e vivo, eppure costantemente soffocato dall’ingombro vorace delle ombre altrui.
Maria Allo

Tra le sue pubblicazioni poetiche figurano: *I sentieri della speranza* (Gabrieli editore, 1985), *Riflessi di rugiada* (Albatros, Nuove Voci, 2011), *Al dio dei ritorni* (Galassia Arte, 2014), *Solchi. La parabola si compie nei risvegli* (L’Arcolaio, 2016), *La terra che rimane* (Edizioni Controluna, 2018), oltre alla curatela di *Talenti di donna* (Onirica Edizioni, 2013). In tempi più recenti ha pubblicato *Radure* (Ed. Ladolfi, 2019) e *Sul margine* (Interno Libri Edizioni, 2023).
Si dedica alla traduzione di testi poetici greci per *Εξιτήριον* e ha tradotto in italiano opere significative come *La tensione è costante* di Nikos Lazaris (Samuele Editore, 2024) in collaborazione con Σωτήρης Παστάκαs e *La mia lingua al gatto* di Antonia Botonaki (Editrice Il Glomerulodisale, 2025).
Sito web dell’autrice: https://nugae11.wordpress.com/
Fotografia in copertina di Maria Allo
