Sillabari (XVIII) – Chiodo | Adriana Tasin

Autore/a cura di:

Immagine: Evgeniy Shaman

SILLABARI

Rubrica a cura di Silvia Rosa

CHIODO | ADRIANA TASIN

I chiodi, in apertura della raccolta, trafiggono la carne, si piantano nelle mani, sembrano crocifiggere colui che arrampica la parete rocciosa, renderlo parte della grande parete assolata: corpo di pietra. Compenetrazione, nozze mistiche. I chiodi d’arrampicata tracciano una via ma spesso, dopo essere stati posizionati, vengono rimossi, perché ciascuno deve calarsi in solitaria nel proprio sentire. Sono dunque soltanto ancoraggi che servono a sorreggere il peso dell’alpinista in caso di eventuale caduta e che ne garantiscono la progressione, o cos’altro sono? in mezzo a un paesaggio maestoso e immenso, d’alta montagna, il chiodo rappresenta il punto che tutto tiene. Il punto in cui si fissa il pensiero. Il minuscolo che si contrappone all’immenso. Procediamo per punti. E poi li congiungiamo. Solo dopo, osservando il percorso, comprendiamo, nominiamo. Prima di assumere definitivamente il titolo Voragini d’azzurro a questa raccolta avevo assegnato altri titoli provvisori, tra questi: Chiodi di neve. Due titoli ossimorici. Perché non c’è mai una verità senza il suo contrario. E dunque quando il chiodo, a fine raccolta, assume la consistenza della neve diventa una protezione effimera, destinata a sciogliersi, dissolversi. È un’immagine ingannatoria e illusoria. Perdita di presa alla vita. La mente percepisce ciò che non esiste e il corpo appeso al niente cede, precipita. Mente e corpo si disgiungono. Gli ultimi chiodi rimasti inchiodano il corpo nella bara, che prende la strada dell’acqua, senza ritorno. È dunque una via che possiamo chiodare la vita , in base al nostro azzardo, alla nostra pazienza, alla capacità di avere una visione e di affrontare il viaggio, la paura, di spingerci fino al massimo grado di difficoltà. E oltre? Si guarda all’aldilà. Con la parola “chiodo”, che qui ho così spesso ripetuta (come rumore ossessivo), ho chiodato un percorso di possibile lettura. Solo uno tra i tanti.

 

Da Voragini d’azzurro (Interno Libri Edizioni 2025)

chiodi nut friends + + +
punti piantati nelle mani germogliano canti
il ​​sangue rappreso custodito dalle unghie
[non sapere da che parte tornare]
le dita si fanno radici in svaso fecondano
sulla roccia un embrione di rovo
reca memoria, nutre e consiglia, ripara?

*
è proprio necessario il viaggio? […]
necessario rinnovare il dolore del corpo
così stanco quasi morto
salire per ricadere al centro della Terra
fino al ferro ai chiodi dell’introvabile via
tracciando e cancellando traccia
che nessuno la possa seguire?

e in fondo [rispondi] ciascuno deve
calarsi in solitaria nel proprio sentire

*
nella tasca della camicia un sasso peso mai staccato dal petto, voci di sottofondo nella morgue, nessuno che faccia appello che chiami, i loro piccoli occhi scavano nelle tue pupille ghiacciate, oh, sai bene quanto dovrà scendere! poi dovrà sedersi e aspettare: che le corde di calata siano tese, che i moschettoni brillino argentati nello stanzino buio – così smisurato – che il rumore dei chiodi chiuda nell’abete l’abito e cosa? cos’altro?

 *

Adriana Tasin è nata a Tione di Trento, nel 1959. Si è laureata in Scienze Naturali, all’Università di Bologna, e fino al 2021 ha insegnato discipline scientifiche in Val Rendena, dove tuttora vive, a Madonna di Campiglio, nel cuore del Parco Adamello Brenta, ai piedi delle Dolomiti. Ha pubblicato le raccolte Il gesto è compiuto (puntoacapo Editrice, 2020) e Fatti reali immaginari (Arcipelago itaca Edizioni, 2022). Suoi testi, editi e inediti, sono apparsi in blog letterari, giornali, riviste e numerose pubblicazioni antologiche, alcuni sono stati tradotti in spagnolo, da Antonio Nazzaro, per il Centro Culturale Tina Modotti e per le Scuole di Poesia di Cuba (in occasione della trentesima edizione del Festival Internazionale della Poesia dell’Avana).